SULLA MESSA IN LATINO

  1. PREMESSA

   Anche i seguaci della S. Messa in rito romano antico danno molta importanza alla partecipazione “attiva” dei fedeli. Se, nel passato, questo importante aspetto della liturgia tradizionale è stato trascurato, nel presente non viene lasciato nulla d’ intentato affinché ogni parola ed ogni gesto sia chiaramente tradotto e spiegato. Le varie associazioni per la salvaguardia della liturgia latino-gregoraiana, a partire da quella da me presieduta, cioè dal Comitato cecinese “Pro Multis”, mettono infatti a disposizione degli interessati tutta una serie di supporti didattici ed educativi che rispondono perfettamente all’esortazione del sacerdote e filosofo Antonio Rosmini che già nell’ Ottocento, ben lungi dal voler sostituire il latino con l’ italiano, voleva invece che si desse “al popolo cristiano una diligente dichiarazione delle funzioni sacre, introducendo altresì la consuetudine che i fedeli che sanno leggere (e tutti dovrebbero sapere) assistano agli ecclesiastici uffici con libri appositi, nei quali v’abbia in volgare l’equivalenza di quello che nella Chiesa si recita in latino idioma” (A. ROSMINI, “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, Biblioteca Universale Rizzoli, “I libri dello spirito cristiano”, collana diretta da don Luigi Giussani, Milano 1966, pag. 32).

  1. EXCURSUS  STORICO

La messa che si è celebrata fino a qualche anno fa qui a Cecina nella chiesa di S. Carlo al Palazzaccio, prima che i sacerdoti dell’Istituto Cristo Re di Gricigliano ci abbandonassero inopinatamente e ingiustificatamente, è  la messa di sempre, non semplicemente quella in latino o preconciliare o tridentina o di S. Pio V: è quella, semmai, di S. Gregorio Magno, il vero fondatore della liturgia latino-gregoriana.

Questa liturgia, stabilita perennemente da Pio V nel 1570, dopo la tempesta luterana e la riforma promossa dal Concilio di Trento, rimase in vigore fino al 1969, quando Paolo VI firmò il “Novus ordo missae” (=il messale attuale), e fu difesa a spada tratta non solo da mons. Marcel Lefèbvre, ma anche da altri eminenti uomini di chiesa, come i cardinali Ottaviani e Bacci, da santi, come S.  Pio da Pietrelcina, e da uomini e donne di cultura, come Cristina Campo.

A beneficio della verità storica va detto che il Papa Giovanni XXIII, citato spesso a sproposito, fu sempre molto legato all’uso della lingua latina nelle sacre celebrazioni e lo stesso Concilio da lui indetto, pur auspicando naturalmente un maggior coinvolgimento dei fedeli e un più ampio uso delle lingue volgari, non abolì il primato del latino nella vita ufficiale della Chiesa e nei momenti “forti” della liturgia, come quello della consacrazione.

Per blandire i seguaci di mons. Lefèbvre, Giovanni Paolo II promulgò nel 1984 e nel 1988 due documenti nei quali invitava caldamente gli ordinari diocesani, cioè i vescovi, a concedere l’indulto, cioè il permesso di celebrare la messa secondo il canone antico, a chi ne avesse fatto richiesta. Questo invito, in alcuni casi, sortì l’effetto desiderato, in altri cadde nel vuoto, così a Piombino, grazie ad  Angelo Comastri, vescovo nel 1992 di Massa M.ma e oggi cardinale, l’indulto fu concesso, mentre a Bergamo, dove io stesso raccolsi circa 100 firme, no. Tuttavia, la situazione si è poi capovolta: oggi a Piombino non c’è più la messa in latino, mentre a Bergamo viene celebrata addirittura due volte, ogni domenica, nella chiesa di San Bernardino.

Con l’elezione di S.S. Benedetto XVI arrivò finalmente la grande svolta: chiedere la S. Messa in rito romano antico diventò un sacrosanto diritto, non più soggetto alle arbitrarie decisioni dei vescovi, perché quel rito non era mai stato abrogato e perché conservava tutto il suo millenario fascino. Nel motu proprio “Summorum Pontificum” del 7 luglio 2007 si leggeva: “ART. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (=legge della preghiera) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione della “lex credendi” (legge della fede) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano”. Il 16 luglio 2021, Papa Francesco, con il motu proprio “Traditionis custodes”, ha drasticamente ridimensionato questa possibilità di celebrare la messa in latino, adducendo come pretesto “un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II”. Il che può anche essere accaduto sporadicamente, ma non nella maggior parte dei casi, essendo largamente diffusa tra i tradizionalisti “moderati” l’opinione della continuità tra prima e dopo il Concilio (Cfr. P. SERAFINO  M.  LANZETTA, Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, Cantagalli, Siena 2012).

  1. PERCHE’  LA  MESSA  IN RITO  ROMANO  ANTICO ?

Entrando nel merito della questione è giusto indicare, sia pure sommariamente, quali sono i motivi che spingono alcuni cattolici come me a preferire la messa cosiddetta in latino a quella in italiano, senza nutrire alcuna avversione preconcetta nei confronti di quest’ultima. Tant’è vero che, almeno nel mio caso, quando non era possibile partecipare ad una messa in latino, partecipavo a quella in volgare.

Innanzitutto perché è più UNIVERSALE, cioè capace di raccogliere in unità di spirito e di lettera le varie nazioni cattoliche sparse per il mondo e le innumerevoli generazioni di cattolici e soprattutto di santi, che si sono avvicendate nei secoli.

Successivamente perché esprime i dogmi nei quali crediamo e i sacri misteri che si compiono sull’ altare in maniera più PRECISA.

A questo punto è d’uopo fare degli esempi concreti. Essendo fondamentalmente due i pilastri della S. Messa, il sacrificio propiziatorio di N.S.G.C. e la sua presenza reale nell’ Eucaristia, ne consegue che ogni dettaglio lessicale o gestuale può contribuire a rafforzare la nostra fede in questi due pilastri. Per esempio, la semplice parola latina “tollit”, normalmente tradotta con “toglie” nella preghiera che il sacerdote recita, prima di dare la Comunione (“Ecco l’agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo”), significa più esattamente che Gesù non solo toglie, ma prende anche su di sé i nostri peccati, essendo il peccato un debito che non si cancella con un colpo di spugna e che richiede di essere saldato, magari da qualcun altro, come appunto succede nella S. Messa cattolica.

Un altro esempio: nella messa in latino, il sacerdote si genuflette subito dopo la consacrazione, mentre in quella in italiano essa avviene dopo l’ostensione, cioè dopo il riconoscimento anche da parte dei fedeli dell’ avvenuta consacrazione.

Un ultimo esempio: la formula latina “pro multis”, pronunciata dal sacerdote dopo la consacrazione del vino, è preferibile a quella italiana “per tutti”, non solo perché filologicamente più corretta, derivando dal greco “polloi”,  ma anche perché rende meglio l’ idea dello sforzo che anche noi dobbiamo compiere per renderci degni della salvezza elargita da N.S.G.C. Per essere più chiaro cito le parole usate a questo proposito dal card. Francis  Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino: “L’ espressione ‘per molti’, pur restando aperta all’ inclusione di ogni persona umana, riflette inoltre il fatto che questa salvezza non è determinante in modo meccanico, senza la volontà o la partecipazione dell’ uomo. Il credente, invece, è invitato ad accettare nella fede il dono che gli viene offerto e a ricevere la vita soprannaturale data a coloro che partecipano a questo mistero, vivendolo nella propria vita in modo da essere annoverato fra i ‘molti’ cui il testo (latino) fa riferimento” (“Una Voce”, n. 25 e 26 Nuova Serie, Gennaio-Marzo 1/2007 e Aprile-Giugno 2/2007, pag. 2).

Per quanto riguarda i gesti, mi limito a sottolineare l’opportunità di ricevere la SS. Comunione in ginocchio e sulla lingua (tranne diverse disposizioni transitorie dovute alla pandemia in atto), perché anche questo aiuta a tenere bene a mente che in quella particola che noi riceviamo c’è veramente il Corpo e il Sangue di N.S.G.C.

Infine, preferiamo la S. Messa in rito romano antico perché semplicemente è più BELLA, nel senso che riesce ad evocare un’atmosfera intrisa di sacralità mistica, nella quale lo spirito più facilmente riesce ad elevarsi a Dio e ad aprirsi alla Sua Grazia. Contribuiscono a tale effetto la posizione del sacerdote che, non essendo “coram populo” (rivolto al popolo), fa da intermediario tra Dio e i fedeli, e alcune preghiere e letture che nel “Novus ordo missae” non ci sono più. Mi riferisco in particolare al bellissimo salmo 42 che viene recitato all’ inizio della messa in latino e che contiene, fra l’ altro, il famoso “Introibo ad altare Dei.” al quale si risponde con l’ altrettanto famoso “Ad Deum qui laetificat juventutem meam.”.  Mi riferisco altresì all’ “Ultimo Vangelo”, cioè alla lettura finale del più bel brano evangelico che ci sia, quello nel quale, Giovanni, il discepolo prediletto, riassume, con un linguaggio teologicamente e filosoficamente molto raffinato, l’essenza stessa del Cristianesimo: l’essersi Dio incarnato, fatto Uomo per dare all’ uomo una speranza di salvezza eterna.    

4. CONCLUSIONE

   Papa Francesco, con quest’ultima mossa, che viene dopo la censura severa ai Francescani dell’Immacolata e i cambiamenti introdotti nel Pater noster e nel Gloria, mette in difficoltà proprio quei tradizionalisti “moderati” che hanno cercato fino a ieri di conciliare la fedeltà alla Chiesa di oggi con quella di sempre. Pertanto, adesso, alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X, fondata da Mons. Lefèbvre, si spalancano praterie sconfinate, dove andranno a pascolare molte più pecorelle di prima.

ANCHE QUEST’ANNO…

Sì, anche quest’anno, ma mai come quest’anno, l’eco è stata vasta e penetrante. Mi riferisco alla commemorazione della Battaglia di Cecina, avvenuta il 2 luglio nei locali del Circolo Culturale “Il Fitto” di Cecina, ripresa dal TG2 di Gennaro Sangiuliano e consacrata dalla esibizione della Filarmonica “Pietro Mascagni”. Ecco il testo della mia introduzione storica:

L’anno scorso proposi come chiave di lettura la frase di Benedetto Croce “la storia è sempre contemporanea”, per spiegare l’entusiasmo con il quale dei giovani di oggi, quelli di “Toscana 44” e “Ultimo Fronte 1945”, si affannano a raccogliere, catalogare ed esporre con cura maniacale reperti bellici che ci permettono di rievocare, e quasi rivivere, il passato.

Quest’anno la frase che vi propongo è la seguente: “Non esistono liberatori, ma solo uomini che si liberano”. Essa campeggiava come motto sul giornale “Il Ribelle”, organo di stampa di una formazione partigiana d’ispirazione cattolica e monarchica, diretto da un personaggio straordinario: il beato Teresio Olivelli, Medaglia d’oro al valor militare. Questa frase, infatti, ci fa riflettere sul fatto che gl’italiani dell’epoca, pur essendo sottoposti ad un regime di occupazione sia al sud sia al nord, non rimasero alla finestra a guardare, tranne quelli della cosiddetta “zona grigia” o “attendisti” (un po’ come gl’ignavi di dantesca memoria), ma si prodigarono da una parte e dall’altra, affinché la libertà o l’onore, a seconda delle diverse scelte di campo, fossero salvaguardati anche dagli stessi italiani. Per esempio, Umberto Aiello, artificiere del Regio Esercito, dopo l’8 settembre scelse di far parte di una formazione partigiana operante sul territorio di Cecina e, subito dopo il passaggio del fronte, perì in un’opera di sminamento alla quale si era offerto volontariamente. Così lo ricorda Ivo Arzilli, il fondatore del Circolo “Il Fitto”: “Umberto Aiello si sentiva con entusiasmo di stare dalla parte giusta della Storia ma mai, come tutti i componenti di questo gruppo, agì avventatamente compiendo azioni sbagliate e fuori misura come fece un’altra formazione – più ideologizzata – che espose alla più brutale rappresaglia la popolazione civile di Guardistallo sacrificandola alle ragioni della politica solo a poche ore dalla liberazione da parte della Quinta Armata americana” [AA. VV., “Rione Palazzaccio, dal fio ‘n su e dal fio ‘n giù”, a c. di don Reno Pisaneschi, 1992].

In particolare, al centro della commemorazione di quest’anno, c’è lo scontro, avvenuto subito dopo la liberazione di Cecina ovvero tra il 4 e il 7 luglio 1944, per la conquista, da parte del 442° Reggimento americano, di una collina nei pressi di Castellina Marittima, denominata Hill 140 e strenuamente difesa da quel che restava della 16a Divisione corazzata SS tedesca. Lo scontro fu così sanguinoso da far passare alla Storia questa collina come la “little Cassino”, ossia come la località italiana in cui più duramente si è combattuto, dopo la battaglia per la conquista di Montecassino sulla linea Gustav. Inoltre, bisogna ricordare che i soldati del 442° erano in gran parte giapponesi naturalizzati americani, i cosiddetti “NISEI” (americani di seconda generazione), che s’immolarono nel giorno in cui gli USA festeggiavano la proclamazione dell’Indipendena, il 4 luglio appunto, proprio per dimostrare di essere fedeli alla Nazione americana più di quanto non pensassero le autorità civili e militari americane, che fino a quel momento li avevano guardati con diffidenza e sospetto. Sta di fatto che le alte decorazioni, guadagnate dagli ufficiali e dai soldati di questo reparto, in particolare dal 100° Battaglione, furono tardive ma assai numerose. A questo punto, prima di aprire il dibattito, è doveroso prestare la massima attenzione al cortometraggio che rievoca, con grande efficacia espressiva e rappresentativa, i momenti più salienti del suddetto fatto d’arme.

Il pubblico, che ha visitato la Mostra dal 2 all’11 luglio, è rimasto fortemente impressionato da tutto il materiale esposto, ma in particolare dal suddetto cortometraggio, grazie alla bravura degl’interpreti, al realismo delle scene di guerra e alla solida e ben diretta regia.

LA GRATITUDINE

  1. Nella filosofia di Martin Heidegger ha un peso preponderante il tema della Gratitudine, der Dank, in tedesco. Tra le sue numerose Annotazioni, rimaste inedite per molti anni dopo la morte, troviamo infatti, sotto il titolo di Pensare e poetare, questa frase: “Dalla Gratitudine sorgono il pensare e il poetare” (M. HEIDEGGER, Hölderlin. Viaggi in Grecia, Bompiani, Milano 2012, p. 587).

  2. Che cosa intende Heidegger per Gratitudine? Naturalmente Heidegger non dà delle definizioni in senso stretto, tuttavia fa degli accostamenti dai quali si possono ricavare, se non delle vere e proprie definizioni, delle suggestive interpretazioni. L’accostamento, secondo me, più illuminante è il seguente: “La Gratitudine e la rilassatezza del lasciar essere” (Op. cit., p. 589). Tra la parola “gratitudine” e quella “rilassatezza” (Gelassenheit, in tedesco) c’è la congiunzione “e” (und, in tedesco) che, forzando un po’ la mano all’Autore, potrebbe diventare la “è” verbo (ist, in tedesco), se pensiamo a quanto è importante per Heidegger la rilassatezza, anche detta quiete, in rapporto al problema ontologico: “La ricchezza della quiete della Gratitudine non si lascia svuotare, poiché la Gratitudine è quel sapere che, come l’avvento nascosto di ogni inizio, ha accordato all’Essere il ritorno nella verità” (Op. cit., p. 109).

  3. Infatti, l’Essere di cui parla Heidegger, per poter uscire dall’oblio a cui l’ha condannato per secoli la speculazione metafisica, finalizzata al dominio planetario della tecnica, deve tornare ad ispirare, come nella Grecia presocratica, un modo di essere dell’Esserci, cioè dell’uomo, capace di abbandonare le cose a sé stesse. In quest’abbandono alberga la rilassatezza dell’uomo non più schiavo delle cose e può germogliare la Gratitudine che tutto involve e custodisce amorevolmente, generando sia il pensare sia il poetare.

  4. La Gratitudine, dunque, frammezza tra due momenti fondamentali nella vita dello Spirito: quello filosofico e quello artistico. Tant’è che in Hegel essa, sotto forma di momento religioso, formava con questi altri due momenti una sorta di sopramondo, al quale la processualità storica del mondo faceva necessariamente capo. Ebbene, proprio grazie alla centralità assegnata da Heidegger alla Gratitudine, la teologia, in quanto riflessione critica sul momento religioso, può riacquistare un nuovo slancio e una rinnovata vitalità. Come? Fecondando e facendosi fecondare da artisti e filosofi, come accadeva nel Medioevo e come accade tuttora nella prestigiosa Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano, che ho visitato di recente (vedi foto).

  5. Un esempio calzante di questa “fecondazione” ce la offre lo stesso Heidegger quando, sulla scia del saggio di Ludwig von Pigenot intitolato Hölderlin. L’essenza e la visione, cita i seguenti versi del suo poeta preferito, Hölderlin appunto: “…ma in silenzio vive qualche Gratitudine. Pane è della terra il frutto, ma è benedetto dalla luce, / E dal dio che tuona viene la gioia del vino” (Op. cit., p. 595). La Gratitudine, nella poesia di Hölderlin, rimanda dunque a due elementi sacrali o sacralizzabili: il pane e il vino. Senza il pane e il vino, infatti, non solo langue l’esistenza materiale dell’uomo, ma non si può neanche dire Messa, cioè procedere alla trasfigurazione della condizione umana in chiave cristocentrica. Quanto poi alla differenza tra la transustanziazione del pane e del vino, sostenuta dai cattolici, e la consustanziazione, voluta dei luterani, basta ricordare che, secondo la transustanziazione, tutto il pane diventa, dopo la consacrazione, Corpo di Cristo e tutto il vino Sangue, mentre, secondo la consustanziazione, il pane coesiste con il Corpo e il vino con il Sangue di Cristo. Sono due modi d’interpretare l’Eucarestia o Ringraziamento per antonomasia, che hanno alimentato per lungo tempo la polemica tra due grandi confessioni cristiane e fatto versare fiumi di sangue (umano), non solo d’inchiostro, e che oggi, proprio grazie al concetto heideggeriano di Gratitudine, possono finalmente riconciliarsi.

UMANITA’ DI GIOVANNI GENTILE

Non fu solo un grande filosofo Giovanni Gentile, come ho avuto modo più volte di ricordare, fu soprattutto un grande uomo: generoso, leale e coerente fino al supremo sacrificio della vita. Venne infatti assassinato il 15 aprile del 1944 da alcuni partigiani di sicura fede comunista, mentre rincasava, disarmato e senza scorta, nella villa che l’ospitava a Firenze: Villa Montalto, in via del Salviatino, n.6, dalle parti di Fiesole. Sua unica colpa l’aver accettato la carica di presiedente dell’Accademia d’Italia, offertagli da Mussolini dopo la caduta del Fascismo e la nascita della Repubblica Sociale Italiana.

Per comprendere meglio questo particolare aspetto della figura del Nostro, vale veramente la pena di leggere il racconto che il grande giornalista Orio Vergani fece il 6 marzo 1956, sul “Corriere della Sera”, di un suo incontro con lui. Appena diciottenne, era stato incaricato, nell’estate del 1917, dal direttore del settimanale “Il Messaggero della domenica”, della cui redazione Oriani faceva parte, di recarsi nella casa romana del già famoso professore, per chiedergli di tagliare, per necessità d’impaginazione, cento righe da un suo articolo in bozze. Essendo un tipo piuttosto schivo e timido, Oriani non si presentò alla porta in qualità di giornalista, ma come un semplice fattorino. Ciò nonostante, fu fatto entrare nella sala da pranzo e trattato con un’umanità che merita di essere qui sottolineata con le parole dello stesso Oriani.

Era una stanza da pranzo, dai mobili assai modesti e, nel controluce che veniva dalla finestra aperta sull’estate romana, io non avevo mai veduto tanti ragazzi seduti a tavola, né mai tanti occhi curiosi e sospettosi: una specie di collegio che dice: “Chi è costuti?”. A capotavola stava il professore, alto e massiccio, che andava scodellando la minestra per i suoi figlioli. I più grandi passavano le fondine ai più piccini e, inserendo il suo gesto in tutto quel girotondo di piatti, la madre di quei ragazzi, in pari tempo, compiva la prima distribuzione del pane. Al mio apparire, quella giostra – scodelle, fette di pane, cucchiai già branditi – si fermò. Io mostrai da lontano i fogli delle bozze. Li prese il primo ragazzo: li passò ad un secondo, e questi al terzo, e il terzo al quarto: e intanto quelli dall’altro lato della tavola guardavano con nerissimi occhi un po’ le bozze, un po’ me, un po’ la zuppiera della minestra. “Ci sarebbe – dissi – da tagliare cento righe”. E Gentile: “Mi dispiace che devi aspettare. Anche per te deve essere l’ora di mangiare. Vuoi andare a casa e tornare? Abiti lontano?” Ed io: “In Prati”. “In Prati? Attraversare due volte tutta Roma…Quanti anni hai?” Risposi: “Diciotto”. “Beh! A diciotto anni non si può stare a stomaco vuoto. Vuoi mangiare qui?”. Pensai: ‘Adesso finisco in cucina con la domestica…’. Dissi: “Grazie, non voglio disturbare”. “Lo vuoi o non lo vuoi un piatto di minestra? Non farai complimenti – continuò Gentile, – Ragazzi, stringetevi un po’, e uno vada a cercare una sedia. Come sei venuto? In bicicletta?” Risposi: “No. In tram”. “Il giornale non vi passa la bicicletta?”. “No. Così risparmiamo che ce la rubino”. La sedia arrivò portata in aria dal ragazzo più piccino. I posti si strinsero, e a me toccò quello in fondo, accanto alla madre di tutti quei ragazzi, che mi passò subito il pane. Arrivò poi di laggiù, sbrodolando un po’, una fondina un po’ troppo colma, e mi sembrò che i ragazzi, mentre la passavano, la guardassero e la misurassero perché ero stato servito meglio di tutti. Era una minestra paesana, un po’ brodosa: i ragazzi la rinforzavano con il pane. E così feci anch’io, perché, insomma, era proprio vero ch’io ero di poco, di poco più grande di quei ragazzi. Il professore, laggiù, non parlava più: su un angolo della tovaglia s’era già rimesso a lavorare alle bozze, prendendo ogni tanto un cucchiaio di minestra, e guardando un po’ verso noi ragazzi, verso i figli e verso il fattorino che ero io, ma, evidentemente, pensando a cose lontanissime dalle quali ogni tanto riapprodava con un sorriso alla nostra realtà di ragazzi famelici. Venne la carne, e poi venne la frutta, e intanto il taglio delle cento righe era finito, e mi ero pulito la bocca col tovagliolo e avevo preso le bozze, e non toccavo la frutta. Erano delle pesche: contate giuste per quanti erano a tavola prima di me. “Non prendi la frutta?” Disse indovinando forse il mio imbarazzo. Dal suo posto contò le pesche e poi: “Per mia moglie e per me basta una. Non far complimenti”. Al che io: “Devo correre al giornale” e lui: “Te la mangerai per le scale”. Quando seppi come era stato ucciso, ricordai quella lontana giornata d’estate, il branco dei ragazzi, la minestra brodosa, rinforzata di tanto pane. Ricordai quando ero stato “fattorino” alla sua tavola familiare: la mano che, assieme alle bozze, metteva quasi con forza affettuosa, nella mia, la pesca. Non avrei mai più potuto ringraziarlo di quel piatto di minestra, di quel frutto, di quel posto dato a tavola ad uno sconosciuto: di quella lezione di umanità, più chiara di ogni filosofia. Ma ogni volta che mi tocca tagliare una bozza, dico, fra me: “Grazie, Gentile…”.

ALL’ OMBRA DI MARCEL PROUST

Più invecchio e più divento proustiano, specialmente in tempi di lockdown (scusate di “chiusura”), più amo cioè rannicchiarmi all’ombra di un’opera d’infinita bellezza poetica, paragonabile solo alla Divina Commedia di Dante: Alla ricerca del tempo perduto dello scrittore francese Marcel Proust (1870-1922), con particolare riferimento al volume intitolato, appunto, All’ombra delle fanciulle in fiore, in cui l’Autore evoca una località balneare della Normandia, a cui dà il nome di Balbec, pur chiamandosi in realtà Cabourg.

Quest’opera è fascinosa, immaginifica e gravida di implicanze filosofiche, anche se Proust, in quanto amante dell’arte per l’arte, era refrattario alle interpretazioni filosofiche del suo capolavoro. Tuttavia, se si pensa al suo sperticato amore per la bellezza, quella vera, interiore e spirituale – da cui scaturisce la famosa frase “Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La fuggitiva, Einaudi, Torino 1973, p. 25) – non si può non accostarlo al Platone del Simposio, cioè a quel Platone che fa dire a Socrate: “Eros è amore per il bello. Perciò è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto è filosofo, che sia intermedio fra il sapiente e l’ignorante” (PLATONE, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001, p. 99). Pertanto Proust, che nutre uno “sperticato amore per la bellezza”, come Eros che, oltre ad amare il bello, è filosofo, non può non essere, per la proprietà transitiva, anche lui filosofo.

Ciò premesso, quale particolare filosofia è sottesa alla sua opera? Si potrebbe rispondere citando l’eudemonismo estetico (=ricerca della felicità nell’arte), ma non basta, perché c’è la possibilità d’individuare qualcosa di più preciso e di più complesso nell’opera di Marcel Proust e questo qualcosa è il rapporto tra tempo e memoria. Grazie alla memoria, infatti, noi possiamo rivivere il tempo già trascorso e quindi andare oltre il tempo e raggiungere così quell’ “eternità di vita” che stava tanto a cuore a Bergson. A questo punto sorge spontanea la domanda: di quale memoria stiamo parlando? Di quella volontaria o di quella involontaria? Ebbene, sicuramente di quella involontaria, come possiamo constatare di persona, rileggendo attentamente il racconto che lo stesso Autore fa della nascita inopinata della sua ispirazione: “Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate ‘maddalenine’, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di san Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di ‘maddalena’. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, Einaudi, Torino 1973, pp. 49-50).

Insomma, una vera e propria Trasfigurazione, capace di competere con quella descritta da Nietzsche in Così parlò Zarathustra, quando il giovane pastore si trasforma in superuomo o oltreuomo (Vattimo), dopo aver dato un morso al “greve serpente nero” (F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, a cura di Sossio Giametta, Bompiani, Milano 2010, p. 511). Ma quando esattamente si compie la Trasfigurazione descritta da Proust? Quando, dopo aver riassaporato la maddalena in casa di sua madre, appare nella sua mente il ricordo della maddalena che la domenica mattina, a Combray (l’attuale Illiers-Combray), la zia Leonie gli offriva, intingendola “nel suo infuso di tè o di tiglio” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, cit., p. 51).

Questa memoria involontaria, al termine del lunghissimo romanzo proustiano, si trasformerà, a sua volta, in memoria volontaria; non a caso l’ultimo volume dell’opera s’intitola Il tempo ritrovato. Il passaggio poi dalla memoria volontaria al “pensiero rammemorante” di Martin Heidegger spianerà la strada a ulteriori sviluppi sul tema inesauribile del Tempo; questa volta in rapporto a quello, altrettanto inesauribile, dell’Essere.

17 MARZO 1861 – 17 MARZO 2021

   Circa 10 anni fa, in occasione dei 150 anni dalla nascita dello Stato unitario italiano sotto l’egida dei Savoia, mi chiedevo se fosse valsa la pena di fare l’Italia. La risposta, non del tutto scontata a causa della polemica antirisorgimentale scatenata in quel periodo dagli esponenti neoborbonici, fu positiva. Oggi la ribadisco, checché ne pensi la rappresentante del Movimento 5 Stelle Antonella Laricchia (la promotrice di una mozione nel Consiglio regionale pugliese per commemorare le presunte vittime meridionali dell’Unità), alla luce di opere storiche ben documentate che sfatano definitivamente i miti antirisorgimentali, tra cui:

  1. ALESSANDRO BARBERO, I prigionieri dei Savoia, Laterza, Roma-Bari 2012
  2. GIANCRISTIANO DESIDERIO, Pontelandolfo 1861. Tutta un’altra storia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019
  3. DINO MESSINA, Italiani per forza. Le leggende contro l’Unità d’Italia che è ora di sfatare, Solferino, Milano 2021

Queste opere gettano una luce nuova su alcuni dei cavalli di battaglia della pubblicistica antirisorgimentale, come l’uccisione di centinaia di civili da parte del Regio Esercito a Pontelandolfo e Casalduni, durante la guerra contro il brigantaggio (le vittime civili furono 13 per mano dei soldati e 4 per mano dei briganti, a fronte di 41 militari precedentemente massacrati dai briganti dopo essere stati torturati e seviziati) oppure la deportazione di migliaia di soldati borbonici a Fenestrelle, in Piemonte, e ivi a lungo detenuti al freddo e alla fame, nonché sottoposti alle più dure angherie. A questo proposito ha scritto Dino Messina: “Il quadro generale, pur non idilliaco, era lontano non solo dalla truce descrizione che ne ha fatto la propaganda neoborbonica, ma anche dal cliché diffuso dalla ‘Civiltà Cattolica’ [nota rivista dei Gesuiti], che descriveva i soldati borbonici destinati a Fenestrelle o a San Maurizio Canavese, laceri, stanchi, affamati, cui spettava al massimo ‘una sozza broda’. La condizione dei soldati ormai ex borbonici, costretti a un nuovo arruolamento, non era certamente felice, ma loro spettava lo stesso rancio della truppa di sorveglianza, un abbigliamento decoroso e coperte, pur nelle ristrettezze delle finanze sabaude” (Op. cit., p. 167). Gli storici di cui sopra hanno anche smontato l’accusa, spesso rivolta al neonato Stato unitario, di aver svuotato le casse del Regno delle Due Sicilie e soffocato il fiorente sviluppo industriale delle regioni meridionali ad esclusivo vantaggio dell’economia settentrionale: anche il Regno del Sud era indebitato, sia pure in misura minore perché minori erano stati gl’investimenti pubblici, e lo sviluppo ferroviario era rimasto a livello embrionale.

Gli è che alla base del revisionismo neoborbonico c’è la lettura gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, che è stata la prima a radicarsi non solo negli ambienti accademici ma anche negli animi di vasti strati della popolazione, producendo quel disincanto e quella disaffezione rispetto agli ideali patriottici su cui poi è germogliata la mala pianta leghista. In questo modo si è riproposta l’alleanza tra forze sovversive e forze reazionarie, che già tanti guasti aveva inflitto all’Italia umbertina con i moti popolari di matrice socialista, repubblicana e anarchica e con le cospirazioni ordite dalla moglie dell’ultimo re di Napoli, Maria Sofia di Borbone, “l’aquiletta bavara” come l’ebbe a definire D’Annunzio. Fino ad arrivare alla famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, fatta nel 2001 da un governo di sinistra per intercettare i consensi alla Lega Nord, mediante l’accentuazione di un regionalismo che ha ridotto l’Italia ad essere quel paese sbullonato e in preda al caos istituzionale, che abbiamo oggi sotto gli occhi. Quindi colgo l’occasione del presente anniversario per auspicare una radicale riforma costituzionale che preveda l’abolizione delle regioni, carrozzoni inutili e costosi, e l’introduzione del presidenzialismo nella nostra Carta costituzionale e nella nostra vita politica.

IL TENSIONALISMO O SPIRITUALISMO TENSIONALE

Lo Spirito universale a cavallo

INTRODUZIONE

Premesso che per me la filosofia si basa sulla infinita tensione del finito verso l’infinito, mi preme dimostrare che:

a) esiste innanzi tutto il singolo, il singolo uomo ovvero la persona umana che è sintesi di anima e corpo e che ha il problema di andare oltre la propria finitezza e di guadagnare, in questa vita come nell’altra, la felicità;

b) esistono 4 elementi fondamentali o categorie di cui si nutre la ricerca della felicità, che sono: il vero, il bello, l’utile e il bene;

c) esiste lo Spirito universale in cui si preannuncia e pregusta la felicità.

Quindi, il tensionalismo o spiritualismo tensionale si articola in tre punti che meritano di essere ulteriormente approfonditi:

  1. La persona
  2. Le categorie
  3. Lo Spirito universale

  1. LA PERSONA

L’esistenza del singolo uomo, cioè della persona, non ha bisogno di una dimostrazione teorica ma solo di una presa di coscienza: è un dato di fatto incontrovertibile, così come è altrettanto incontrovertibile che questa stessa entità, la persona, è destinata a morire. Già la filosofia più antica si pose il problema della morte, sia affermando (vedi Platone nel Fedone) sia negando (vedi Epicuro nella Lettera a Meneceo) l’immortalità dell’anima. La filosofia scolastica, nel Medioevo, cercò in tutti i modi di provare razionalmente l’immortalità dell’anima, essendo questo uno dei preamboli della dottrina cristiana, e quando si venne a sapere, grazie agli Arabi e in particolare ad Averroè, quel che di essa pensava Aristotele, si scatenò una dura polemica contro gli averroisti. Ad essa fa riferimento San Tommaso d’Aquino nel suo celeberrimo De unitate intellectus contra Averroistas (1270-71). In tempi più recenti, è stato soprattutto Martin Heidegger ad insistere sulla insuperabilità della morte, intesa come la caratteristica più peculiare dell’essere umano o “Esserci”. Anche Giovanni Gentile ha trattato l’argomento, sia in Teoria generale dello Spirito come atto puro, l’opera sua più organica, sia in Genesi e struttura della società, il suo testamento spirituale, giungendo alla conclusione che d’immortalità si può parlare solo per l’Io trascendentale e non per quello empirico. Sulla stessa linea di pensiero si colloca anche Benedetto Croce, il quale amava ricordare un aneddoto che gli era stato riferito da Salvatore di Giacomo sul duca di Maddaloni, “famoso epigrammista napoletano”, che alla consueta domanda “come state?” soleva rispondere, in dialetto e scaldandosi al sole: “Non lo vedi? Sto morendo” (in B. CROCE, Dal libro dei pensieri, Adelphi, Milano 2002, p. 205). Quindi la persona ovvero il “Singolo”, come si legge sulla tomba del filosofo danese Soren Kierkegaard, è proprio destinato a scomparire? Penso di no e lo penso proprio sulla scia del padre nobile della filosofia moderna, quello nei confronti del quale Heidegger, Gentile e Croce si sono sempre dichiarati debitori: Immanuel Kant. Egli presenta la tesi dell’immortalità dell’anima non come una conoscenza vera e propria, ma come una conseguenza necessaria dell’idea di sommo bene, in cui alla virtù corrisponde la felicità: “Dunque il sommo bene, praticamente, è soltanto possibile con la supposizione dell’immortalità dell’anima; quindi, questa, come legata inseparabilmente con la legge morale, è un POSTULATO della ragion pura pratica” (I. KANT, Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 149).

2. LE CATEGORIE

A scuola mi capitava spesso di dire, tra il serio e il faceto: “Ma dove vai se le categorie non ce l’hai?”, per far capire in maniera immediata l’importanza, non solo in filosofia ma nella vita in genere, delle categorie. Ebbene, che cosa sono le categorie? Sono le maglie interpretative attraverso le quali noi leggiamo la realtà. Esse non dipendono dall’esperienza perché è l’esperienza che ha bisogno di esse, per essere di volta in volta classificata e riconosciuta come questa o quella particolare esperienza. Famose quelle aristoteliche, altrettanto famose sono quelle kantiane e siccome le une e le altre richiedono uno sforzo di comprensione e mnemonico non indifferente, conviene sorvolare su di esse. Meno astruse e di più facile comprensione sono invece quelle individuate da Croce: il bello, il vero, l’utile e il bene (mal gliene incolse, perché la sua filosofia fu beffardamente etichettata come “la filosofia delle quattro parole”). Queste ultime mi sembrano le più logiche e le più facilmente abbordabili dal senso comune, che anche in filosofia, a volte, ha il suo peso. Ciascuna categoria vive una sua vita interna grazie alla dialettica degli opposti (bello-brutto, vero-falso, utile-inutile, bene-male) e si relaziona alle altre grazie alla dialettica dei distinti: la forma del bello è destinata a diventare materia della forma del vero, quella del vero materia della forma dell’utile, quest’ultima materia della forma del bene e il bene, a sua volta, materia della forma del bello, formando così una circolazione elicoidale che non ha mai fine.

La categoria del bello si applica alle opere d’arte e a tutto ciò che potrebbe essere giudicato bello. In poesia essa opera quella “sintesi a priori estetica”, come la chiamava Croce, che si compone di sentimento e immagine, per cui non il sentimento ma la contemplazione del sentimento in una nitida immagine è ciò che fa la differenza tra poesia e non poesia.

La categoria del vero non ha a che fare con la verità assoluta, che sfugge alle nostre capacità conoscitive, ma si riferisce a quelle verità che possono essere raggiunte dalla mente umana e che sono di natura o scientifica o storica. Queste ultime attuano anch’esse una sintesi a priori: quella del dato storico con l’impianto storiografico, o metodologia storiografica, a cui lo storico, consapevolmente o inconsapevolmente, s’ispira. Questo è quanto c’insegna anche il nostro G. B. Vico con il suo “verum et factum convertuntur”, nel senso che la concezione che noi abbiamo della storia si riverbera nel fatto storico da noi indagato e fa tutt’uno con esso.

La categoria dell’utile è quella che presiede alla produzione della ricchezza economica e alla fruizione dei piaceri carnali (=vitalità), nonché all’equa distribuzione della ricchezza economica e alla moderazione nella fruizione dei suddetti piaceri, anch’essi, a loro modo, utili se ben dosati.

La categoria del bene si prende cura delle azioni umane che possono essere giudicate buone o cattive a seconda della loro moralità e la moralità ha come unico criterio di validità la libera creazione della vita, perché ” ‘Viva chi vita crea!’, cantava Volfango Goethe” (B. CROCE, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 44).

3. LO SPIRITO UNIVERSALE

Che cos’è lo Spirito universale? E’ lo stesso pensiero colto nell’atto del pensare. Esso funge da superiore centro unificatore di tutte le categorie. Se non è Dio poco ci manca, essendo più esattamente l’attuazione sulla terra del divino. Per rendere l’idea della immanente presenza dello Spirito universale in noi e della sua trascendente esistenza sopra di noi, giova ricordare il seguente pensiero crociano: “Solo in un modo si può amare veramente e puramente Dio: cioè, come sempre nell’amore, amando noi stessi, e in Dio il migliore noi-stessi, il vero noi stessi, l’universale e l’ideale” (B. CROCE, Dal libro dei pensieri, Adelphi, Milano 2002, p. 88). Un’ altra descrizione dello Spirito universale la possiamo trovare nella frase conclusiva di una delle più importanti opere del filosofo francese Henri Bergson, in cui egli così si esprime: “L’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è come uno sterminato esercito che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e dietro a noi, in una carica travolgente capace di rovesciare tutte le resistenze e di superare moltissimi ostacoli, forse anche la morte” (H. BERGSON, L’evoluzione creatrice, UTET, Torino 1971, p. 211). Quindi ciascuno di noi può sperimentare lo Spirito universale in quello “slancio vitale” che ci guida nel quotidiano cammino verso il bello, il vero, l’utile e il bene.

NON SOLO FOIBE!

Nel mio intervento di ieri, 10 Febbario 2021, sulle Foibe, durante la Commemorazione promossa dal Comune di Cecina, ho sottolineato l’importanza di un avvenimento che s’inserisce a pieno titolo nel contesto storico esaminato anche dal Presidente del Consiglio Comunale di Cecina: l’eccidio di PORZUS, in occasione del quale un folto gruppo di Partigiani italiani e non comunisti della “Osoppo” (tra cui lo zio del cantautore Francesco De Gregori e il fratello del poeta Pier Paolo Pasolini) fu sterminato dai partigiani italiani e comunisti della Divisione Garibaldi “Natisone”.

Ha scritto a questo proposito lo storico ARRIGO PETACCO: “Nella Venezia Giulia, causa la particolarità dell’ambiente e la preponderanza slava, la convivenza tra partigiani ‘rossi’ e partigiani ‘bianchi’ si rivelò subito molto difficile e fu causa di episodi di efferata gravità” (A. PETACCO, L’Esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999, p.104).

Dopo la Commemorazione, c’è stato uno scambio di battute tra me e il collega prof. Carlo Rotelli su FB, che merita di essere qui di seguito riportato.

CARLO

Una delle pagine più buie della Resistenza che giustamente vanno rammentate. La faziosità ideologica finì così per provocare una vicenda orrenda come quella di Porzus. Questo però non inficia un movimento partigiano che nel suo complesso scrisse le pagine gloriose della Liberazione, non a caso detta anche Secondo o Nuovo Risorgimento.

ALDO

In risposta all’amico Carlo Rotelli, che ringrazio per il suo intervento nella discussione, e a chiarimento di quanto da me già detto, aggiungo che l’eccidio di Porzus non si può considerare un caso isolato, ma la dimostrazione che “pensare alla Resistenza come al momento fondativo di un’identità nazionale italiana, come alla matrice di un comune sentire civico, significa davvero pensare qualcosa quasi di impossibile. La presenza nelle sue fila di una forza e di un’ideologia come quelle del PCI…ha impedito che la Resistenza potesse dirsi realmente animata da un comune spirito patriottico” (E. GALLI DELLA LOGGIA, “La morte della Patria”, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 72). Naturalmente Carlo Rotelli obietterà che Galli della Loggia è troppo di parte, pertanto passo a citare CLAUDIO PAVONE, storico notoriamente di sinistra che, a proposito della Resistenza, ha parlato di “guerra civile”. Ma se “guerra civile” fu, che fondamento può avere la definizione della Resistenza come secondo Risorgimento? Nessuno!

CARLO

Salvatorelli, storico di orientamento laico, parla di secondo Risorgimento ed anche il cattolico Carlo Arturo Iemolo. Per non dire di tutta la componente socialdemocratica ed il Partito d’azione. Nella Resistenza non ci furono soltanto i comunisti. E poi insieme allo scontro col fascismo repubblichino ci fu la lotta di liberazione dall’occupante tedesco cui parteciparono anche le truppe italiane agli ordini di Umberto di Savoia. Infine nelle brigate garibaldine le componenti socialiste e comuniste presentavano già allora convinte testimonianze di aspirazioni democratiche. Penso che sia riduttivo caratterizzare la lotta resistenziale come “guerra civile’ in termini di scontro tra fazioni. Proprio Alcide De Gasperi, nel suo famoso discorso alla Conferenza di pace di Parigi, faceva riferimento al contributo di sacrificio italiano per la riconquista delle libertà democratiche e fu l’ambasciatore americano a comprendere il senso di quelle parole ed a stringergli la mano.

ALDO

Mi compiaccio del fatto che la nostra discussione abbia assunto un carattere vié più interessante, al punto da sognare una cosa che non si farà perché sappiamo che attirerebbe poche persone: una conferenza al Circolo Culturale “Il Fitto” di Cecina su Porzus, la Resistenza, ecc. Ma, per fortuna, sognare non è MAI un peccato!

CARLO

Allora, sogniamo insieme!

PROGRAMMA DELL’UMI (Unione dei Moderati Italiani)

   Preambolo

L’idea della fondazione dell’UMI nasce dalla previsione che i tre partiti del Centro-destra italiano rischieranno ancora una volta di fallire il loro scopo, quello di governare il Paese, perché dopo le prossime elezioni il Presidente, come da consuetudine, affiderà l’incarico di formare il nuovo governo al partito di maggioranza relativa, che sarà probabilmente il PD, essendo la Lega e F.d’I. intorno al 20% ciascuno. Per evitare che ciò accada c’è un solo modo: raccogliere tutti i consensi in un solo partito, l’UMI appunto: non basta un cartello elettorale o una semplice alleanza programmatica! Il leader dell’UMI verrà scelto dagli iscritti al partito tra i leader delle tre componenti principali, quindi tra Salvini, Meloni e Tajani, con elezioni primarie da tenersi in tutte le sezioni di partito prima del confronto elettorale nazionale.

  • Valori

   L’UMI affonda le sue radici nell’esperienza storica della Destra di Cavour, D’Azeglio, Ricasoli, Lanza, Spaventa e Minghetti, comunemente detta “Destra storica”, da non confondere col Fascismo che dagli epigoni di tale Destra, come il noto antifascista BENEDETTO  CROCE, fu considerato una “malattia”, dalla quale il Paese non guarì neanche nel secondo dopoguerra, perché le due forze politiche principali, democristiana e socialcomunista, continuarono a corteggiare le masse, come d’altronde aveva fatto il Fascismo stesso, non a caso definito da Togliatti “regime reazionario di massa”. L’UMI invece vuole mettere al centro della sua concezione politica l’individuo, lo stesso che in filosofia si suole chiamare “persona”, e promuovere un’autentica Rivoluzione liberale.

  • Riforme costituzionali o paracostituzionali

          L’UMI si prefigge di modificare la Costituzione, con l’art. 138, riguardo ai seguenti punti:

1) passaggio alla Repubblica presidenziale, cioè elezione del capo dello Stato e del governo tramite i partiti che lo candidano e sostengono in un Parlamento monocamerale di non più di 600 membri eletti con un sistema elettorale proporzionale (con sbarramento al 5 %), ma a doppio turno, come già succede con l’elezione dei governatori;

2) abolizione delle regioni, comprese quelle a statuto speciale;

3) separazione delle carriere in magistratura;

4) cancellazione del secondo comma dell’art. 53 sul criterio di progressività nella tassazione;

5) riconoscimento (tra i Principi fondamentali) del debito di gratitudine nei confronti di Casa Savoia per aver realizzato l’Unità d’Italia e aver scongiurato la guerra civile nel 1946 (non a caso UMI si può leggere anche come Unione Monarchica Italiana).

Infine adozione come inno nazionale della “Leggenda del Piave”.

  • Programma sociale

   L’UMI si prefigge di destinare più risorse alle Forze dell’ordine, dotandole di armi Beretta e auto Alfa Romeo (mai più pistole Glock e auto di servizio straniere), ridurre drasticamente gli sconti di pena ai carcerati, difendere la famiglia tradizionale, contenere le pratiche abortive e riaprire le case da gioco e di piacere (per uomini e donne), sottoponendole ad un severo controllo sanitario e fiscale. Si prefigge altresì di cancellare o almeno riscrivere la legge Rodotà sulla privacy, perché così com’è complica inutilmente la vita dei cittadini. Si prefigge infine di abolire l’ora legale ovvero di estenderla a tutto l’anno, come in Francia.

  • Programma economico

   L’UMI si prefigge di rimanere nell’euro, almeno finché l’Italia non avrà ripianato il debito pubblico e pareggiato il bilancio come fece a suo tempo Quintino Sella (altro esponente di rilievo della Destra storica), e di rispettare le leggi del libero mercato, limitando l’assistenzialismo al minimo e sostenendo gl’investimenti privati. Quindi sostiene l’abolizione dell’IMU e del reddito di cittadinanza, finanziando al posto di quest’ultimo un maggior ricambio generazionale sui posti di lavoro.

  • Programma di politica estera

   L’UMI si prefigge di ritirare le truppe italiane in missione all’estero, concentrandole su un solo fronte veramente decisivo per la soluzione del problema dell’immigrazione irregolare: quello libico-tunisino. L’UMI si prefigge di subordinare la partecipazione dell’Italia all’UE e alle altre organizzazioni internazionali all’interesse nazionale. L’UMI si prefigge inoltre di mantenere vivo il ricordo dell’Italia nelle zone irredente della Venezia-Giulia, dell’Istria, della Dalmazia, di Briga e di Tenda. Infine intende perseguire una politica filo-israeliana.

  • Programma scolastico

   L’UMI si prefigge di gratificare la funzione docente, aumentandone la retribuzione e limitando il potere degli organi collegiali. Si prefigge altresì di reintrodurre il latino nelle medie e in tutti i licei e di abolire il numero chiuso all’Università e alle Scuole di specializzazione.

  • Programma infrastrutturale

    L’UMI si prefigge di realizzare tutte quelle opere di cui la Nazione necessita da troppo tempo: completamento dell’autostrada tirrenica, messa in sicurezza dalla FI-PI-LI, che fa letteralmente schifo, alta velocità (anche quella in Val di Susa), ponte sullo Stretto, ecc. Sostituzione, sulle strade extraurbane, degli autovelox con tutor (fissi) in grado di rilevare la velocità media di un veicolo.

  • Programma ambientale

    L’UMI si prefigge di dare il via alla realizzazione di tutti i termovalorizzatori di cui c’è bisogno (seguendo l’esempio di Brescia) e di riprendere, almeno a livello sperimentale, la produzione di energia nucleare, come fa la Francia che ci vende l’energia elettrica prodotta con centrali nucleari vicine ai nostri confini, quindi potenzialmente pericolose anche per noi.

  1. Programma sanitario

     L’UMI si prefigge di unificare il sistema sanitario, di portare a termine al più presto la campagna vaccinale contro il covid su tutto il territorio nazionale e di riaprire gli ospedali psichiatrici.

Per eventuali adesioni, correzioni e integrazioni in forma riservata: orobieteam@virgilio.it

COSI’ PARLO’…ALDO (intervista rilasciata a un mio ex allievo a distanza di un anno dalla videointervista del 2019)

Buongiorno, professore. Come sta? E soprattutto come si sta in pensione?

Bene, grazie. Per quanto riguarda in particolare la condizione di pensionato, non ti nascondo che mi manca il contatto diretto con i giovani che sono, come già ebbi a dire, “la linfa vitale del divenire storico”, anche se qualcuno di essi ogni tanto mi viene a trovare all’EXALSI (=Associazione ex allievi simoniani), a Cecina, in Corso Matteotti, 280/a. Certamente non mi annoio, perché continuo ad esercitare la geistige Arbeit ossia il lavoro spirituale, quello di cui parlava Max Weber, e dal quale, per esempio, è nato il Kalendosophio 2021.

Veniamo subito alla pandemia. Quali pensieri e quali sentimenti ha provocato in lei?

Incomincio dai sentimenti che sono, a mio avviso, lo stesso pensiero colto nella sua forma aurorale: grande cordoglio per le vittime, grande riconoscenza nei confronti degli operatori sanitari e viva speranza in un rinnovamento profondo dell’umanità che deve rinsaldare i vincoli di solidarietà universale che Leopardi chiama, nella Ginestra, la “social catena”. Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente filosofico, non vorrei scomodare Hegel e la sua tesi secondo la quale “tutto ciò che è reale è razionale” o invocare il concetto di eterogenesi dei fini, secondo il quale non tutti i mali vengono per nuocere, però è chiaro che bisogna fare di necessità virtù e perciò bisogna reagire con forza d’animo, affrontando “l’immane potenza del negativo”, per usare un’altra espressione tipicamente hegeliana, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

Come giudica gli effetti della pandemia sulla scuola?

Devastanti, perché la scuola che non si fa in presenza è una non scuola. Tuttavia, anche in questo caso bisogna fare di necessità virtù e cioè affinare la capacità di adattamento di docenti e discenti, perché chi non si adatta è destinato ad estinguersi. Si devono perciò inventare, come di fatto è accaduto, nuove forme di comunicazione e interazione, ma sempre con l’obiettivo di ritornare, quanto prima, alla normalità.

Quali sono state le sue letture preferite in questi ultimi tempi?

L’autore che ho privilegiato è stato Fichte, anche perché Gentile, che rimane il mio punto di riferimento principale, è stato definito da Diego Fusaro – e in questo sono pienamente d’accordo con lui – un “Fichte redivivus”. Il Fichte di cui mi sono interessato è soprattutto quello interpretato da Luigi Pareyson, un filosofo di origini valdostane che ha insegnato all’Università di Torino e che è stato maestro di filosofi ancora oggi sulla cresta dell’onda, come Gianni Vattimo e Sergio Givone. Secondo Pareyson, Fichte è rimasto vittima di una sorta di schema storiografico per cui sarebbe semplicemente il successore di Kant e il precursore di Hegel e quindi privo di una sua autentica originalità di pensiero. Falso, assolutamente falso: Fichte è un autore originalissimo e attualissimo, che intende la dialettica come una infinita tensione tra finito e infinito, mentre Hegel è più dogmatico, perché la intende come una scienza assoluta e determinatissima. Come ha scritto Sergio Natoli, nel suo bellissimo Giovanni Gentile, filosofo europeo: “L’atto fichtianamente inteso è la vita della contraddizione, è perciò creazione infinita o se si vuole orgia dionisiaca”. Ecco, una concezione “orgiastica” della filosofia è quanto alla fine emerge dalla suddetta interpretazione di Fichte. Insomma, la filosofia è bella, perché, come la vita tutta, è “STREBEN”, cioè sforzo infinito di comprensione dell’infinito da parte del finito e in questo sforzo il naufragare è veramente dolce, come si potrebbe dire parafrasando L’Infinito di Leopardi.

Qual è stata la sua esperienza di viaggio più recente e più emozionante?

La visita a Villa Carpena nella campagna forlivese, è una visita che consiglio a tutti di fare, almeno una volta nella vita. Che cosa c’è da vedere? C’è d’ammirare la semplicità spartana di una famiglia che tanto ha influito, nel bene come nel male, sulle sorti del nostro martoriato Paese, mi riferisco alla famiglia di Benito Mussolini. Quello che colpisce è lo stile austero, sobrio e al tempo stesso decoroso, intriso di patriottismo fin nei più minuti particolari. Lungi da me l’apologia del fascismo: sto parlando dell’intimità domestica di una famiglia particolare sì, ma rappresentativa anche di tutta un’epoca perché saldamente ancorata al concetto tradizionale di famiglia, come tante altre del secolo scorso. Capire la storia, infatti, significa, secondo me, ancor prima che ricostruire il passato, coglierne il sapore ed evocarne l’atmosfera attraverso le più umili testimonianze di vita quotidiana. Questa è l’esperienza che si può fare visitando Villa Carpena, anche grazie all’amorevole cura con la quale viene custodita da due coniugi, bene informati sulla vita privata della suddetta famiglia che, fra l’altro, non è più proprietaria della villa.

Nell’ultima intervista lei disse che i due politici più bravi avevano lo stesso nome ma cognomi diversi. E’ sempre dello stesso avviso?

Dissi anche che non avevo votato alcuno dei due, per sottolineare il carattere super partes del mio giudizio. A distanza di un anno circa, mi sembra che i fatti mi abbiano dato ragione: abbiamo ancora, a capo del governo, un uomo per tutte le stagioni, che sta in piedi grazie ad un Matteo e che potrebbe cadere a causa di un altro Matteo. Inoltre, tra un Matteo e l’altro, i ruoli sono interscambiabili, nel senso che non si sa mai bene chi, dei due, è quello veramente favorevole e chi quello decisamente contrario alla permanenza a Palazzo Chigi dell’uomo di cui sopra. Gli è che la nostra Repubblica è sì una repubblica parlamentare, e quindi tutto dipende dai giochi di potere all’interno del palazzo (preferirei una repubblica presidenziale o semipresidenziale come in Francia), ma di parlamentarismo si può anche morire se si dimentica che la sovranità appartiene al popolo: è già accaduto nella storia, per esempio, in Germania, con la Repubblica di Weimar e, in Italia, con il trasformismo antemarcia.

Un suo parere su Papa Francesco, sempre più al centro della vita della Chiesa e del mondo intero.

Dovrebbe smetterla di considerare la ricchezza, quella fondata sul lavoro e sulla legittima eredità, un peccato e seguire piuttosto l’esempio dei calvinisti che la considerano invece un segno della predilezione divina. Inoltre la ricchezza può essere usata anche a fin di bene e non solo nella maniera in cui lo fanno certi alti prelati spesso da lui stesso prescelti. Dovrebbe soprattutto parlare un po’ più di vita eterna, dal momento che alla domanda che Gesù rivolse ai suoi discepoli sul perché gli andassero dietro, Pietro rispose lapidario: “Perché tu solo hai parole di vita eterna”.

E la messa in latino, per la quale lei si è tanto battuto qui a Cecina, che fine ha fatto?

Non c’è più, semplicemente perché i sacerdoti che se ne occupavano, appartenenti all’ Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote di Gricigliano (FI), se ne sono lavate le mani, infastiditi probabilmente più dalla incostanza dell’affluenza che dalla scarsità della stessa: certe domeniche la chiesa di S. Carlo al Palazzaccio era gremita, altre quasi vuota. E’ stata una scelta sbagliata e ingiustificata, perché non si abbandona mai il posto del pericolo e dell’onore, quando si ha una missione da compiere. D’altronde, là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, come dice Hölderlin, e se anche nel nostro caso in pericolo non era la vita ma semmai il prestigio dell’Ordine da essi rappresentato, non bisognava mollare. Quanto accaduto qui a Cecina conferma in pieno la seguente affermazione di Ernest Jünger, tratta dal suo vigoroso Trattato del ribelle: “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato”. Ciò nonostante, continuo a pensare in positivo e credo che la messa in latino a Cecina, prima o poi, ritornerà e ritornerà a furor di popolo, anche grazie a quelli che come te non si lasciano sedurre dalle mode e che rimpiangono, anche solo per ragioni estetiche, la liturgia tradizionale così ricca di simbologie arcane e profonde implicanze teologiche.

Qual è il messaggio che vuole lanciare in conclusione?

Quello di continuare a vivere guardando al futuro con la consapevolezza di essere figli di un passato così grande da non potersi non imporre anche come futuro, come il futuro a quelli come noi più prossimo e congeniale.

Grazie, professore!

Grazie, a te!

CACCIARI L’ OSCURO

Dove voglia andare a parare uno come Massimo Cacciari nel suo ultimo pamphlet Il lavoro dello spirito (Adelphi, Milano 2020) non lo si capisce facilmente. Forse non lo sa nemmeno lui. A meno che tutto non si risolva nella solita, astiosa, polemica contro il sovranismo.

Cacciari, non volendo cadere in questo luogo comune, prima di usare il termine “sovranismo” la fa lunga, prendendo come spunto la conferenza di Max Weber intitolata Die gestige Arbeit als Beruf (Il lavoro dello spirito come professione, 1917). La sua analisi, infatti, sfocia nella seguente affermazione: “Lo stesso ‘sovranismo’ potrebbe così intendersi come importante dimensione ideologica del Mondo capitalistico e della sua essenza religiosa, tanto più significativa quanto più inconsapevole…” (Op. cit., p. 91). Quindi il sovranismo sarebbe una copertura ideologica di cui il “capitalismo come religione”, di cui parla W. Benjamin nel suo omonimo testo, si serve per sottomettere tutti al ciclo D.M.D. (Denaro-Merce-Denaro) di marxiana memoria, cioè alla logica spietata del puro profitto privato. Un ciclo che è in mano a quel potere tecnico-economico che sta, nell’età della globalizzazione, stritolando ogni possibile opposizione, a partire dalla geistige Arbeit (in tedesco la parola “lavoro” è femminile) che da Weber in poi si ripromette, tramite la politica intesa come professione altamente qualificata, di arginarlo.

Cacciari, rimasto orfano della sua giovanile infatuazione per Marx causa forza maggiore, cioè a causa della caduta del muro di Berlino, si aggrappa a Weber nel tentativo di dare un senso sia alla sua personale esperienza politica ai tempi dell’Ulivo sia alla sua perdurante missione intellettuale di coscienza critica della sinistra (non a caso è quasi tutte le sere ospite della Gruber). Nel libro in esame, si aggroviglia in una rete di argomentazioni criptiche, cioè oscure, che mettono a dura prova la pazienza del lettore, da cui infine emerge la scontata condanna del sovranismo che è il bersaglio preferito in questi ultimi tempi dalla sinistra, terrorizzata dai crescenti consensi elettorali di Salvini e della Meloni. Ma se questa è, come si capisce infine, la sua pars destruens, qual è la sua pars construens? E qui le cose si complicano ulteriormente, perché le sue parole conclusive alludono a una non meglio definita “potenza autoliberantesi del lavoro intellettuale” (Op. cit., pp. 92-3), presentata come “ultimo possibile orizzonte nel disincanto weberiano” (Op. cit., p. 95), il che mi sembra di una vaghezza incommensurabile.

Meglio avrebbe fatto, invece, a liberarsi definitivamente dell’eredità marxista, che ancora lo condiziona in notevole misura, come quando parla di una “intesa”, sia pure “dissidente” (Op. cit., p. 94), tra Weber e Marx, nonostante la ben nota abissale differenza tra i due non solo sul piano politico, essendo stato l’uno un autentico liberale e l’altro un comunista integrale, ma anche sul piano dell’interpretazione filosofica della storia. Gli è che per Weber la religione non è una semplice sovrastruttura (nel materialismo storico di Marx la società si compone di una struttura economica e di una sovrastruttura religiosa, filosofica, giuridica, ecc., strettamente dipendente dalla struttura economica), ma uno dei principali fattori di movimento della storia. Infatti il capitalismo o il suo spirito nasce, secondo Weber, dall’etica calvinista più che dalla insaziabile sete di ricchezza della borghesia (cfr. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904). In che modo l’etica protestante ha favorito la nascita del capitalismo? Considerando la ricchezza non un peccato da farsi perdonare, come fanno i cattolici (tranne ovviamente gli alti prelati nominati proprio da Bergoglio), ma il segno dell’elezione divina, cioè della predestinazione alla salvezza eterna. Tesi questa discutibile quanto si vuole sul piano teologico e storiografico, ma indubbiamente affascinante e in netta controtendenza rispetto alla spiegazione materialistica della storia operata da Marx.

Ancor meglio avrebbe fatto se avesse riconosciuto alla “Rivoluzione Conservatrice” il merito di aver tentato di scongiurare il peggio in Germania, durante quella Repubblica di Weimar nella quale Weber aveva riposto invano la sua fiducia. I suoi esponenti non appoggiarono l’avventurismo politico di comunisti e nazisti, ma cercarono di difendere i valori tradizionali, esplorando nuovi modi di pensarli, praticarli e vitalizzarli all’interno di una società ormai in avanzata fase di decomposizione morale, sociale e politica. Il fatto che si siano spesso scagliati contro il parlamentarismo non può farci cadere nell’errore di catalogarli come protonazisti, essendo anzi figli di quella cultura altoborghese e liberale che i nazisti volevano e che alla fine riuscirono a spazzare via o ridurre al silenzio. Allo stesso modo, il cosiddetto “sovranismo” dei nostri giorni non vuole fare strame delle regole democratiche, ma ricucire il rapporto tra paese legale e paese reale, restituendo la parola all’elettorato, al popolo sovrano, e sventando così il trasformismo di certi uomini politici, di cui non faccio il nome per carità di Patria, buoni per tutte le stagioni.

UN PRETE D’ASSALTO

Avrei fatto in tempo a conoscerlo di persona, essendo morto a Firenze nel 1972, se qualcuno me ne avesse parlato quando ero ancora uno studente liceale. Mi riferisco al cremonese don Annibale Carletti, un sacerdote veramente eccezionale, che sfidò la morte, la Chiesa, il Fascismo e la Resistenza.

  • Sfidò la morte sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale in qualità di cappellano militare, ricevendo il 27 febbraio 1917 la Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Dal giorno in cui si presentò al reggimento, con opera attiva ed intelligente, seppe ispirare in tutti i militari i più elevati sentimenti di fede, di dovere e di amor patrio, dando, anche in azioni militari, costante prova di coraggio personale e sprezzo del pericolo. In vari combattimenti, sempre primo ove più intensa infuriava la lotta, incurante dei gravi pericoli ai quali era esposto, incitava i soldati a compiere fino all’ultimo il loro dovere, mostrandosi anche instancabile nel raccogliere e curare i feriti. Per ben due volte riunì militari dispersi, rimasti privi di ufficiali, e, approfittando dell’ascendente che aveva saputo acquistarsi fra i soldati, li riordinò e condusse all’assalto. Intimatogli dal nemico la resa, vi si rifiutò risolutamente ordinando e dirigendo il fuoco contro le forze preponderanti dell’avversario, al quale inflisse gravi perdite. Costa Violina, 15-17 maggio; Passo del Buole, 30 maggio 1916.
  • Sfidò la Chiesa Cattolica nella persona del suo vescovo Giovanni Cazzani che lo fece scomunicare ed espellere dalla Chiesa e al quale indirizzò un opuscolo intitolato Lettere al vescovo di Cremona – con quali sentimenti sono tornato dalla guerra – perché sono fuori dalla Chiesa.
  • Sfidò il Fascismo, che non abbracciò pur essendo un fervente patriota e che anzi avversò con durezza, provocando la collera del più facinoroso dei gerarchi fascisti: Roberto Farinacci. Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale offrì riparo a ebrei e ufficiali alleati fuggiti dai campi di prigionia, beccandosi una severa condanna a morte.
  • Sfidò la Resistenza, allorché si oppose con fermezza alla fucilazione da parte dei partigiani di quegli stessi fascisti che l’avevano condannato a morte.

Insomma, un uomo libero, coraggioso e carismatico: a lui “La Domenica del Corriere” dedicò una copertina disegnata dal famoso Beltrame e il sac. prof. Giuseppe Ravasi perfino un’ode. Fu amico fraterno di don Primo Mazzolari e si battè per una riforma religiosa che ancor oggi, con Papa Francesco, stenta a decollare e che prevedeva la dispensa dal celibato per i sacerdoti inadatti ad esso e/o inclini a peccare contro natura. Lui stesso, pur non rientrando né nell’una né nell’altra categoria, si sposò ed ebbe un figlio che chiamò Giannicolò, battezzato ed educato nella religione cattolica. Fu inviso, non a caso, a quelli che in un modo o nell’altro anteponevano all’individuo, o meglio alla singola persona, la massa e la gerarchia. In modo particolare mi hanno colpito le seguenti parole, tratte dall’epistolario con il vescovo di cui sopra: “Il cristianesimo è il trionfo dell’individualità. Il cristiano bisogna che abbia il coraggio di essere se stesso. Tutti abbiamo una personalità e un’autorità nostra e non le dobbiamo distruggere per regolarsi passivamente su quelle degli altri, perché ogni nostro atto allora sarebbe privo di valore morale”. In queste parole, infatti, trova un preciso riscontro quel cristianesimo critico che coniuga Kant con il cristianesimo, riconoscendo al primo il merito di aver esplicitato sul piano filosofico quel che Cristo molti secoli prima aveva predicato sul piano religioso, cioè la destinazione ultramondana di ciascuno di noi in stretta relazione alla moralità, alla libertà, in quanto condizione della moralità, e a Dio, in quanto garante del trionfo finale della giustizia.

Tornando al coinvolgimento di don Annibale nella Prima guerra mondiale, ci tengo a precisare che la sua attiva partecipazione agli eventi bellici, anche con la pistola in pugno come racconta Pietro Gattari nel suo bel libro L’ultima settimana di maggio, edito nel 2014 da Castelvecchi, si spiega col fatto che egli, pur condannando da buon cristiano la guerra in sé, attribuiva ad essa, nel caso specifico, un peculiare significato patriottico: completare il Risorgimento, redimendo ossia ricongiungendo alla madrepatria italiana le terre “irrredente”: Trento e Trieste. La trattativa diplomatica collegata alla politica giolittiana del “parecchio” avrebbe potuto produrre al massimo la redenzione soltanto di una parte del Trentino, ma giammai di Trieste, la perla sull’Adriatico dell’Impero asburgico, che già Carducci aveva salutato con i seguenti versi, ancora oggi incisi su una lapide nei pressi della Chiesa di S. Giusto: “In faccia a lo stranier, che armato accampasi / su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!”.

KANT O HEGEL? La differenza tra i due più grandi filosofi dell’età moderna rispetto alla dialettica e alla dissoluzione della forma epistemica del filosofare

Il nostro futuro dipende dalla scelta tra Kant ed Hegel, cioè tra individualismo e comunitarismo, il primo infatti sottolinea l’importanza della libertà individuale e della individuale immortalità, mentre il secondo esalta la forza dell’insieme, della società e dello Stato: tertium non datur!

Per poter fare una scelta responsabile, bisogna però conoscere bene i termini della questione, che, pertanto, mi riprometto di esporre qui di seguito.

Chi sceglie Kant, opta per una visione critica della realtà, cioè soggetta al vaglio della ragione; non a caso le sue tre opere principali sono intitolate: Critica della ragion puraCritica della ragion pratica Critica del Giudizio. Nella prima Kant spiega che cosa possiamo conoscere e che cosa non possiamo conoscere; per esempio, la matematica e la fisica le possiamo conoscere con certezza, mentre la metafisica, che studia l’essenza stessa delle cose ovvero la cosiddetta “cosa in sé”, non è possibile come conoscenza. Tuttavia, è possibile esperirla sul piano pratico grazie all’esistenza della legge morale, da cui scaturisce la fede in un’altra vita, nella quale vivremo in eterno felicemente se, nella prima, saremo vissuti virtuosamente. Questa interpretazione della metafisica in chiave pratica spinge poi Kant a scrivere la terza “critica”, nella quale egli fonda la speranza di poter conciliare il regno della necessità naturale con quello della libertà morale attraverso il sentimento di piacere provocato in noi dalla bellezza, sia da quella naturale sia da quella artistica. In questo modo Kant spiana la strada, soprattutto con la terza Critica, alla “dissoluzione della forma epistemica del filosofare”, per dirla con le parole usate da SALVATORE NATOLI nel suo bel Giovanni Gentile filosofo europeo (Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 113), nel senso che la filosofia si avvia a diventare quel che è essenzialmente: una libera riflessione sulla realtà anziché conoscenza assoluta di essa.

Questo in sintesi il punto di vista filosofico di Kant che, politicamente, si colloca tra i sostenitori di quella società liberale in cui ciascun cittadino  è severamente tenuto a rispettare le leggi dello Stato, al punto da teorizzare la liceità della pena di morte (Cfr. I. KANT, La metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 1983, pp. 166-70), ma in cui ciascun cittadino gode anche della libertà di criticare l’operato del governo: “Dunque la libertà della penna – tenuta nei limiti del rispetto e dell’amore per la costituzione sotto la quale si vive… – è l’unico palladio dei diritti del popolo” (I. KANT, Sopra il detto comune: “Questo può essere giuso in teoria, ma non vale per la pratica”, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 71).

Al contrario, Hegel esalta la filosofia come compiuta conoscenza della realtà, basandosi innanzi tutto sulla rivalutazione della dialettica che ha alle spalle una storia abbastanza singolare: la inventa Platone come legge del pensiero in cui si può passare da un’idea all’altra senza cadere in contraddizione e rispecchiando fedelmente il logo, cioè la struttura sistematica delle idee. La demolisce Aristotele, considerandola pressoché un vuoto gioco di parole, e la critica Kant come fonte di quelle antinomie che paralizzano il pensiero umano lasciandolo in mezzo al guado, cioè in bilico tra il vero e il falso. Per Hegel, invece, la dialettica è la molla di tutto, della realtà come del pensiero: essa ci permette di risolvere qualsiasi problema, purché non sia mal posto, procedendo dalla tesi all’antitesi e, infine, alla sintesi, come per esempio nel caso della classica contrapposizione tra essere (tesi) e non essere (antitesi), che è superata, non tolta, dal divenire storico (sintesi), in cui si risolve tutta la realtà. Hegel ha quindi una visione processuale della ragione umana che si realizza correndo e scorrendo nel mondo; è altresì una visione palingenesiaca che  colloca Dio in terra e pone la parte cioè il cittadino in funzione del Tutto ovvero dello “Stato etico” che, pur caratterizzandosi come Stato di diritto, non riconosce limiti di sorta, né interni né esterni.

Arrivati a questo punto dell’esposizione, chiunque, anche chi non ha mai studiato filosofia a scuola e all’università, o l’ha studiata male (non per colpa sua ovviamente), capirà da che parte sta la ragione e il buon senso. Eppure si fa ancora un gran parlare di Hegel, vuoi perché ricorrono quest’anno (2020) i 250 anni dalla sua nascita a Stoccarda, nell’antica Svevia, vuoi perché effettivamente tutta la storia successiva della filosofia è influenzata da lui: “A partire da Marx, la critica dell’ideologia mira a ribaltare la visione di classe insita nella struttura dell’idealismo, affermando una visione sovversiva e alternativa alla filosofia della storia borghese, dando voce e potere ai subalterni. Non da meno sono le critiche mosse a Hegel da Kierkegaard da un punto di vista teologico-esistenzialista, così come da Nietzsche attraverso una radicale decostruzione del sistema concettuale secondo una prospettiva genealogica” (M. CALLONI, La dialettica perpetua tra autorità e libertà, in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della Sera”, del 28 giugno 2020, p.7). Senza considerare poi i veri e propri seguaci di Hegel, come CROCE e GENTILE, lo sperticato elogio di HERBERT  MARCUSE in Ragione e rivoluzione (Il Mulino, Bologna 1966), l’interpretazione in chiave teologica di VITO  MANCUSO in Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del “Principe di questo mondo” (Garzanti nuova edizione, Milano 2018) e la voluminosa monografia dell’americano TERRY  PINKARD: Hegel. Il filosofo della ragione dialettica e della storia (Hoepli, Milano 2018). Insomma un gigante, su cui si continua a discutere accesamente anche grazie all’ultimo libro del filosofo tedesco SEBASTIAN  OSTRICTSCH, intitolato Hegel. Der Weltphilosoph, non ancora tradotto in italiano.

Sorge a questo punto spontanea la domanda: chi sono oggi, in Italia, gli interpreti politici più fedeli al paradigma kantiano e a quello hegeliano?

Premesso che non è opportuno fare nomi e cognomi in questa sede, mi punge tuttavia vaghezza di dire che si può ricondurre al primo paradigma ogni politico che abbia a cuore soprattutto il rispetto della legalità, non di quella doppiopesista che è inflessibile con gli uni e buonista con gli altri, ma di quella vera che non guarda in faccia a nessuno, e al secondo quelli che temono soprattutto le grandi, quanto anonime, concentrazioni capitalistico-finanziarie mondiali e credono ciecamente che l’intervento dello Stato contro di esse possa renderci tutti più ricchi e felici. La storia insegna, invece, che l’uomo, come pensava Kant, è un “legno storto” (I. KANT, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975 , p. 11) e  che potrà migliorare la propria condizione semplicemente varando buone leggi, da rispettare e far rispettare.

LA BATTAGLIA DI CECINA

Ieri, 10 agosto 2020, al Circolo “Il Fitto” di Cecina è stata inaugurata una mostra sulla battaglia di Cecina, conclusasi il 2 luglio 1944 con la liberazione della stessa dall’occupante tedesco ad opera della V Armata americana. Fu una battaglia dura e sanguinosa, la più dura e sanguinosa dopo quella combattuta dagli alleati per conquistare Cassino e liberare Roma (4 giugno 1944).

In questa occasione, sono stato pregato dagli organizzatori della mostra, cioè dall’associazione “Toscana ’44”, di tenere una breve introduzione, nella quale ho espresso il mio apprezzamento per l’iniziativa, appellandomi al principio crociano secondo il quale la storia è sempre contemporanea. Infatti, se non ci fosse stato – ho detto – il vivo e attuale interesse dei suddetti, in gran parte giovanissimi, ricercatori e collezionisti di reperti bellici, questa mostra non sarebbe mai nata.

Successivamente ho ricostruito il quadro storico generale all’interno del quale si colloca la battaglia di Cecina: siamo – ho detto – nel 1944, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’Italia con gli alleati (8 settembre 1943). L’Italia è lacerata in due: al centro-nord ci sono i tedeschi e al centro-sud gli angloamericani, ma essa non rimane inerte, passiva di fronte allo sfacelo ovvero a quella che Ernesto Galli della Loggia a suo tempo definì “la morte della patria” (Laterza, 1996): tenta di risorgere, seguendo però due strade diverse, anzi contrapposte. Al nord abbiamo la fondazione da parte di Mussolini, audacemente liberato dai tedeschi dalla sua prigionia sul Gran Sasso, della Repubblica Sociale Italiana e al sud la ricostituzione del Regio esercito italiano sotto l’egida di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III; esercito che ebbe il battesimo del fuoco nella battaglia contro i tedeschi di Monte Lungo, al di qua della Linea Gustav, il 16 dicembre 1943.  A questo punto un ascoltatore ha evocato la cosiddetta “fuga di Pescara”, alla quale non ho replicato per non perdere il filo del discorso e, soprattutto, per non sollevare polemiche pretestuose. Adesso però posso dire con calma quel che penso della questione, citando le parole di un grande filosofo, Augusto Del Noce, il quale ha scritto: “La tesi della ‘fuga ignominiosa’ è calunnia priva di alcun fondamento: era proprio il dovere del Sovrano a esigere la ‘fuga a Pescara’ per la salvezza della continuità dello Stato” (in La tragedia dell’8 settembre, “Il Tempo”, 26 novembre 1983). Rimango naturalmente a disposizione di chiunque voglia contestare per iscritto questa tesi, per me assolutamente valida.

Le due contrapposte reazioni allo sfacelo di cui sopra provocarono lo scoppio di un’altra guerra, di una guerra nella guerra, se così si può dire, e cioè la “guerra civile”! Fino a qualche anno fa questa espressione era vietata dalla storiografia ufficiale, intrisa di retorica post-resistenziale, poi è comparso sulla scena un grande storico, di sinistra, che ha sdoganato questa espressione e ha fatto emergere la verità storica in essa contenuta. Pertanto, ho parlato di Claudio Pavone e del suo libro, non a caso intitolato Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri 1991), che tanto ha fatto discutere storici e politici dell’epoca. Un altro ascoltatore ha colto quindi l’occasione per citare, a questo proposito, anche Giampaolo Pansa, autore del memorabile Sangue dei vinti (Sperling & Kupfer Editori, 2003): una rievocazione un po’ romanzata ma sostanzialmente vera di quella “guerra civile” di cui parla, sia pure in modo più rigorosamente scientifico, Claudio Pavone. Al tema della “guerra civile” ho poi associato la famosa “svolta di Salerno”, con la quale Togliatti, il capo dei comunisti italiani, in ossequio alla volontà di Stalin da cui strettamente dipendeva, rinunciò clamorosamente alla pregiudiziale antimonarchica e si alleò con il Re per combattere insieme l’occupante tedesco.

Tutte queste riflessioni e questi interventi hanno arricchito la mia introduzione senza mai perdere di vista l’argomento principale, cioè la battaglia di Cecina, perché quando ho poi ricordato, in conclusione, le innumerevoli sofferenze patite dalla popolazione civile nei giorni della battaglia e in quelli precedenti, cioè quando ho parlato di bombardamenti alleati (tra diurni e notturni ve ne furono su Cecina circa 40), stenti e fame più rappresaglie tedesche (come quella della vicina Guardistallo), il tema della “guerra civile” è riemerso prepotentemente e ha diviso l’uditorio tra chi  ancora oggi stigmatizza il “collaborazionismo” degli italiani schierati dalla parte dei tedeschi e chi rimprovera ai partigiani il fatto di aver, in alcuni casi, provocato inutilmente la “tedesca rabbia” di petrarchesca memoria.

Alla fine, però, è prevalsa l’ammirazione per il lavoro svolto dagli organizzatori della mostra ed io ho potuto tranquillamente concludere il mio dire, ribadendo il concetto del carattere contemporaneo della storia, in virtù del quale per gli antichi romani valeva il motto: historia magistra vitae est!

NOTA DI RICHIAMO: la foto di apertura si riferisce al carro armato tedesco “Tiger”, colpito e messo fuori combattimento da uno “Sherman” nel corso della battaglia di Cecina. Essa è tratta dal libro di LUIS PIAZZANO, IVO ARZILLI e LEO GATTINI, Cecina anni di guerra (Il Fitto di Cecina, 1987), il testo più attendibile sull’argomento.

 

IL RE BUONO

A parziale espiazione dell’attentato subito da Umberto I, il “Re buono” (così soprannominato per aver soccorso nel 1884 Napoli colpita dal colera), 120 anni fa (29 luglio 1900), mi riprometto di pubblicare l’inno che il grande poeta Giovanni Pascoli, socialista sì, o socialisteggiante, ma pur sempre fervente patriota, dedicò all’illustre nostro Sovrano, dal titolo: “Al Re Umberto”. In esso, la riflessione filosofica sul tema del Male si fonde con la fede nel radioso avvenire dell’Italia:

 

“In piedi, sei morto, tra i suoni

dell’inno a cui bene si muore:

in piedi: con palpiti buoni

nel cuore, colpito nel cuore:

 

tra grida, più fiere che squilli,

di Viva! sei morto: ed al vento

tra gli altri cognati vessilli

batteva il vessillo di Trento:

 

sul campo; nell’ultima sera

guardando, tra i fremiti lieti,

che cosa, o Re morto? Una schiera

di giovani atleti” (continua).

 

 

Essendosi verificata una devastante epidemia di colera a Napoli nel 1884, il Re Umberto I, che si trovava a Pordenone per l’inaugurazione di un cotonificio, accorse a Napoli dopo aver pronunciato le seguenti parole: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.

L’Italia è unita quando non è “sbullonata” come adesso, ma ogni sua più piccola e sperduta parte si fa carico dell’interesse nazionale, così come tutta la Nazione deve farsi carico dei problemi che affliggono anche la più remota località, magari sperduta in mezzo al mare come Lampedusa (qui habet aures audiendi audiat!):

 

“Sul campo, sei morto, una mano

levando alla fronte severa,

vedendo da presso e lontano,

vedendo, nell’ultima sera,

 

nell’ultimo istante, con gli occhi

guizzanti una luce corrusca

di lancie d’ulani, con gli occhi

velati dall’ombra di Busca,

 

vedendo – là tra la minaccia

del nembo luceva una stella –

sei morto vedendoti in faccia

l’Italia novella” (continua).

 

   La carrozza [del Re Umberto I] arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro. – Evviva! – gridarono molte voci. – Evviva! – gridò Coretti, dopo gli altri.

   Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.

   Allora Coretti perdè la testa e urlò: – Quarto battaglione del quarantanove!

   Il re, che si era voltato da un’altra parte, si rivoltò verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuor dalla carrozza.

   Coretti fece un salto avanti e gliela strinse. La carrozza passò, la folla irruppe e ci divise, perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un momento. Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il suo figliolo, tenendo la mano in alto. Il figliolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: – Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! – e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: – Questa è una carezza del re.

   E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano. – E’ uno del quadrato del 49, – dicevano. – E’ un soldato che conosce il re. – E’ il re che l’ha riconosciuto. – E’ lui che gli ha teso la mano. – Ha dato una supplica al re; – disse uno più forte.

   No, – rispose Coretti, voltandosi bruscamente; – non gli ho dato nessuna supplica, io. Un’altra cosa gli darei, se me la domandasse…

   Tutti lo guardarono.

   Ed egli disse semplicemente: – Il mio sangue

(da “Cuore” di EDMONDO DE AMICIS, “Re Umberto”, Mondadori, Milano 1965, p. 108).

 

L’immagine di Re Umberto che riceve da una vecchina un mestolo d’acqua, attinta al secchio di una giovane popolana, e il brano tratto dal libro Cuore che cosa hanno in comune?

Hanno in comune un episodio ben preciso della Terza guerra d’indipendenza (1866): la strenua difesa da parte del 49° reggimento di fanteria, e in particolare del 4° battaglione bersaglieri, della persona stessa del Principe di Piemonte Umberto di Savoia, figlio del Re Vittorio Emanuele II, intercettato a Villafranca dagli austriaci nel corso della sfortunata (per noi) battaglia di Custoza. Se Umberto si fosse arreso o fosse scappato l’eroismo dei nostri soldati sarebbe stato vano, ma Umberto seppe compiere onorevolmente il suo dovere di soldato “e mise la fronte davanti al nemico” (come scrisse lo storico Guerzoni, un mazziniano per di più). Dopo questo sanguinoso scontro, il Principe fu dissetato da due donne del popolo che rimasero particolarmente impresse nella sua memoria, anche perché una delle due, la più giovane, si chiamava Margherita, come la sua futura consorte. Quest’episodio è passato alla storia col nome di “Quadrato” e ha ispirato un celebre bozzetto del più grande pittore italiano dell’Ottocento, cioè di Giovanni Fattori. Anche Pascoli, nella poesia di cui sopra, accenna a questo celebre fatto storico:

 

“Viveva l’Italia novella,

viveva! E tu, Sire canuto,

vedendo ch’ell’era assai bella,

levavi la mano al saluto;

 

levavi al saluto la mano,

scoprendoti il cuore…Nel cuore

te un uomo – non era un ulano –

trafisse…oh! Il Quadrato che muore

 

per te!…Il gran mare ha il suo fondo:

Re morto, tu eri mortale:

chi grande nel mondo?…Nel mondo,

di grande, c’è il Male!”.

 

 

La poesia del Pascoli continua poi così:

“C’è il Male che piange, che prega,

ch’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male

che accusa il fratello e rinnega

la madre; quel Male ch’è male.

 

Il Male è sol quello che ride

d’un lugubre riso di folle;

il Male è sol quello che uccide,

che tempra di sangue le zolle,

 

le zolle che poi gli empiranno

la bocca, al Caino…ed esangue

poi sente in eterno che sanno

l’amaro del sangue.

 

Il Male è più grande di Dio!

 

E’ questa l’affermazione conclusiva  a cui giunge infine Giovanni Pascoli. E’ un’affermazione che tiene evidentemente conto di due fatti tragici che precedono l’attentato a Umberto I e in parte lo spiegano: la sfortunata campagna d’Africa, culminata con il massacro dei nostri soldati ad Adua nel 1896, e il cannoneggiamento del popolo milanese, che chiedeva semplicemente l’abbassamento del prezzo del pane, da parte del generale Bava Beccaris, poi decorato da Umberto I, nel 1898. Anche in questi fatti emerge la prepotenza del Male, la sua inevitabile presenza nella storia dell’umanità. Di fronte ad esso, il Pascoli sembra soccombere, anche perché poeta e non filosofo. Ben diverso, invece, l’approccio di Benedetto Croce che, da buon hegeliano, seppe trarre il Bene dal male e trovare una spiegazione a tutto: lo Stato unitario italiano, nato da pochi anni grazie ad un “miracolo” storico, dopo secoli di divisioni interne e invasioni straniere, verso la fine del secolo fu minacciato nella sua stessa esistenza da destra (si pensi alle trame eversive di Maria Sofia di Borbone che non volle mai arrendersi ai Savoia) e da sinistra (si pensi alle trame sovversive di Enrico Malatesta, esponente di spicco del movimento anarchico e rivoluzionario italiano). Pertanto, esso fu costretto a difendere la propria sopravvivenza in un modo che noi oggi giudichiamo, giustamente, atroce, ma che all’epoca non era del tutto estraneo alla normale dialettica storico-politica (si pensi a come nacque la Terza repubblica francese dopo il sanguinoso esperimento sociale della Comune parigina).

Gli è che la storia è sempre giustificatrice e mai giustiziera, perchè non si può non pensare, cioè studiare, come necessità; in compenso, però, si può fare come libertà, perciò c’è sempre spazio, nell’attualità, per l’impegno socio-politico contro ogni forma di sopraffazione di destra come di sinistra; infatti, in medio stat virtus!

 

TRASCRIZIONE DELL’ INTERVISTA “IL GRANDE ANNUNZIO”

 

   Questa è la trascrizione dell’intervista da me rilasciata alla fine di dicembre 2019 a due miei allievi di quarta del Liceo “Fermi” di Cecina: Marco Favilli ed Enrico Trassinelli, che hanno dimostrato spiccate doti tecnico-organizzative e che ringrazio sentitamente. In modo particolare, ho apprezzato la scelta delle inquadrature e della colonna sonora da parte di Marco e la disinvoltura con la quale Enrico ha condotto l’intervista.

    Il video dell’intervista è disponibile su questo blog, cliccando in alto sul menu, in corrispondenza della parola: “VIDEO”.

   Professore, è pronto?

   Io sì!

Ci faccia innanzi tutto un bilancio complessivo dei suoi quarant’anni circa d’insegnamento [di Storia e Filosofia].

   Bilancio positivo, perché ho avuto modo di osservare da vicino, molto da vicino, i contrasti generazionali che sono la linfa vitale del divenire storico.

Ci parli dell’EXALSI. Che cos’è esattamente l’EXALSI?

   E’ un acronimo che sta per ex allievi simoniani e sottintende il sostantivo associazione [l’ubicazione è a Cecina, C.so Matteotti, 280/A]: è un’occasione per incontrare di nuovo quelle persone che ho già incontrato e che hanno incontrato me a scuola, compiendo un certo percorso insieme, importante per loro come per me, volto all’arricchimento vicendevole.

Il suo principale difetto e il suo principale merito.

   Il principale difetto è quello dell’inclinazione al piacere, alla carne, però, per fortuna, c’è anche il pregio, cioè la consapevolezza di dover puntare in alto e vivere secondo lo spirito e non secondo la carne.

L’allievo o gli allievi che gli sono piaciuti di più e quelli meno.

   Mi sono piaciuti tutti quelli che mi hanno spinto a fare autocritica e lo hanno fatto in maniera costruttiva, un po’ meno quelli che invece lo hanno fatto in malo modo.

Il poeta preferito.

   Carducci, per via dell’ “abito fiero e lo sdegnoso canto” [da “Traversando la Maremma toscana”], che condivido pienamente: anch’io infatti cerco di essere fiero  e di appassionarmi a quello che faccio, cioè all’insegnamento: facendo del mio meglio, come certamente faceva lui, naturalmente nel mio piccolo, però il modello è lui.

   Il filosofo preferito.

   Giovanni Gentile, perché è stato un martire della libertà di pensiero in un’epoca tragica e ha condiviso la sorte di altri grandi personaggi della storia della filosofia, come Socrate e Giordano Bruno. L’epilogo della sua vita dovrebbe far riflettere coloro i quali, a volte, danno una versione troppo retorica ed edulcorata di quella vicenda storica, trascurando di ricordare anche i misfatti compiuti in nome della libertà.

Il cantante preferito.

   Lucio Battisti che ha dedicato a un filosofo della statura intellettuale di Hegel un elleppì in cui effettivamente riesce a rivisitare con eleganza e leggerezza un filosofo particolarmente complesso, trasmettendo sensazioni di grande coinvolgimento nelle spire del pensiero filosofico di Hegel non senza una buona dose, al tempo stesso, d’ironia.

   La qualità che lei ammira di più in una donna e in un uomo.

   La lealtà, il giocare a carte scoperte e il parlare con franchezza: è la cosa più bella, quella che apprezzo di più nei miei alunni e nei miei colleghi, in tutte le persone con le quali ho avuto e ho a che fare.

Che cosa sono le tre emme di cui lei ci parla all’inizio di ogni anno scolastico?

   Anche questo è un acronimo naturalmente. La prima emme sta per “motivazione”: nell’apprendimento infatti la motivazione è fondamentale, è la molla che ci spinge a voler imparare, a voler studiare – e questo vale soprattutto per i discenti, ma vale anche per i docenti, perché  docendo discitur, che non a caso è il mio motto. Quindi la motivazione innanzi tutto, poi il “metodo di studio”, che deve essere personalizzato, frutto di una ricerca attenta delle proprie attitudini, delle proprie capacità nonché delle proprie difficoltà di apprendimento. Infine, “mettersi in gioco”, mettersi in cammino, venire fuori allo scoperto, stare al gioco del botta e risposta.

La regione o le regioni d’Italia che ama di più.

   Innanzi tutto la Puglia, dove sono nato e mi sono laureato. Poi la Lombardia dove ho incominciato a insegnare e ho messo su famiglia; infine mi sono trasferito qui in Toscana, dove vivo e risiedo da molti anni. Sono contento di stare in Toscana, perché la Toscana è la culla della civiltà italiana e della cultura italiana e perciò mi verrebbe da dire, parafrasando D’Annunzio, hic manebimus optime.

Perché qui all’EXALSI è esposta la bandiera monarchica?

Per un motivo semplicissimo: perché i Savoia hanno fatto l’Italia, io amo l’Italia e per la proprietà transitiva non posso non riconoscermi in questa Tradizione, che ha anche i suoi aspetti negativi – non me lo nascondo – , però le proprie radici storiche non si rinnegano.

Qual è lo sport che lei preferisce e qual è quello che lei pratica?

   Prediligo la Formula Uno, perché nella Formula 1 è in gioco il prestigio dell’industria automobilistica italiana. Pratico quello della bici e, soprattutto, il camminare: mi sta molto a cuore il camminare, anche perché esiste una filosofia del camminare che prende spunto da una frase, brevissima, di Nietzsche [tratta da Umano troppo umano], che a me piace leggere spesso ai miei alunni: “Star seduti il meno possibile: non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento, che non sono una festa anche per i muscoli”.

Chi è il politico oggi in Italia più bravo?

   Ce ne sono due veramente bravi: hanno lo stesso nome ma cognomi diversi. Non ho votato fino ad oggi nessuno dei due, però penso che il futuro dell’Italia dipenderà molto da come essi si muoveranno sullo scacchiere politico.

 Un film, un libro e un’opera d’arte che si devono assolutamente conoscere.

Il film che mi viene subito in mente è 2001 Odissea nello spazio [di Kubrick], perché è profetico. Il libro inteso come romanzo, beh, la Recherche di Marcel Proust, che è veramente una cattedrale di parole dedicate al tema dell’amore. Essa ha provocato in me, sin da giovane, una viva e commossa partecipazione. Per quanto riguarda poi l’opera d’arte, scelgo quella che campeggia sulla copertina del mio/nostro Kalendosophio 2019, cioè La Scuola di Atene di Raffaello, che si trova nelle Stanze vaticane. Per quanto riguarda la musica, quella classica, non posso non prediligere l’Inno alla gioia di Schiller [poeta d’ispirazione kantiana], musicato da Beethoven, e scelto come inno dell’Unione europea.

Quando prevede di andare in pensione?

   Presto, forse prestissimo, perché voglio uscire di scena per tempo e con l’intenzione di rientrarvi nel migliore dei modi, cioè tramite l’EXALSi, tramite il mio blog e, perché no, continuando a collaborare al Sampierese, insomma facendo tutto quello che mi riprometto di fare dopo essere uscito dall’ambito strettamente scolastico.

Arrivederci, a presto!

A OTTANT’ ANNI DALLA DICHIARAZIONE DI GUERRA DELL’ ITALIA A GRAN BRETAGNA E FRANCIA

ROMA,  10  GIUGNO  1940

 

Combattenti di terra, di mare, dell’aria.

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.

Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.

Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.

Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.

L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.

Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Popolo italiano!

Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

 

 

 

 

 

 

Con queste tonanti parole il 10 giugno (anniversario del rapimento di G. Matteotti) 1940 Mussolini trascinò l’Italia nella più grande sventura della sua storia. Fu certamente una scelta sbagliata, non solo perché a lungo andare si rivelò perdente, ma soprattutto perché innaturale, in quanto contraria agli interessi della nazione italiana, da sempre (forse si potrebbe dire dalla battaglia di Teutoburgo) contrapposta a quella germanica. Ma non fu una scelta insensata, perché le ragioni di un conflitto con le potenze occidentali (Francia e Gran Bretagna) c’erano tutte.

Infatti, nel 1934, Mussolini aveva sfidato da solo Hitler, impedendogli l’Anschluss, cioè l’annessione al III Reich della sua terra d’origine, l’Austria, allorché i manutengoli di quest’ultimo tentarono di fare un colpo di Stato e riuscirono addirittura ad assassinare il cancelliere austriaco Dollfuss, devoto seguace di Mussolini,  tanto da esere considerato il fondatore del cosiddetto “austrofascismo”. In quell’occasione Mussolini non riscosse, se non formalmente, la solidarietà delle suddette potenze occidentali che anzi, in occasione della guerra d’Etiopia, scatenarono contro l’Italia tutta quanta la canea della Società delle Nazioni: “l’assedio societario di 52 Stati”, come disse il Duce nel suo discorso sulla dichiarazione di guerra dell’Italia a Gran Bretagna e Francia, affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia a Roma il 10 giugno 1940 (sopra riportato per intero).

Il comportamento delle suddette potenze fu riprovevole agli occhi degli italiani non solo perché ingrato nei confronti dell’Italia che con i nazisti austriaci continuerà sempre ad avere un rapporto conflittuale, anche dopo le cosiddette “opzioni” in Alto Adige, ma soprattutto ipocrita, perché esse rappresentavano la massima espressione di quel colonialismo predatorio che non aveva nulla da spartire con il colonialismo di popolamento italiano, valvola di sfogo della disoccupazione e dell’emigrazione. Si rilegga a questo proposito il famoso discorso tenuto da Giovanni Pascoli il 26 novembre 1911 a Barga, intitolato significativamente La Grande Proletaria si è mossa, in cui si sottolinea il fatto che l’Italia aveva mandato, prima della conquista della Libia, “altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare…a fare ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora”.

Insomma, per noi si trattava di guadagnare “un posto al sole”, perché la Libia si era rivelata uno scatolone di sabbia, come ebbe a dire Gaetano Salvemini, acceso oppositore di quest’impresa insieme al giovane Mussolini, mentre le suddette potenze occidentali detenevano un tale potere imperialista su tutto il mondo da giustificare l’uso di due aggettivi ben precisi: “plutocratiche” (da Pluto, dio della ricchezza) e “reazionarie”. Sul modo in cui fu condotta la conquista dell’Etiopia si può e si deve discutere, tenendo in giusta considerazione gli studi più recenti, soprattutto quelli di Angelo Del Boca sull’uso dei gas da parte italiana, anche se non furono solo gl’italiani a violare le convenzioni internazionali, sta di fatto però che con l’Etiopia si trascinava da più di mezzo secolo un contenzioso che aveva toccato il fondo nel 1896 con la sanguinosa sconfitta di Adua. L’opinione pubblica si dimostrò, in questo caso, generalmente favorevole alla guerra ed il consenso al regime raggiunse, come ha ben spiegato Renzo De Felice, il suo culmime. Ben diverso fu lo stato d’animo della maggior parte degli italiani il 10 giugno 1940: la preoccupazione s’impossessò di loro, per diventare poi profonda avversione al fascismo quando le innumerevoli prove di malanimo e inganno da parte dei tedeschi non furono sufficienti a far cambiare idea a Mussolini su Hitler. Fu allora che intervenne, finalmente, S.M. il Re Vittorio Emanuele III, rimuovendo dal suo incarico, dopo il  voto favorevole all’Ordine del giorno Grandi del Gran Consiglio del Fascismo (25 luglio 1943), il principale responsabile della più grande sventura storica italiana.

Aldo Simone

LA FORMULA FILOSOFICA K+4C (KANT+Cassirer, Carlini, Carabellese, Croce)

1. Premessa

Nel mio articolo sull’interpretazione filosofica del coronavirus ho distinto tre modi fondamentali di affrontare il problema della morte, da coronavirus e non: quello terreno, quello ultraterreno e quello immanentistico che cerca di fondere il terreno con l’ultraterreno. Al centro del primo ho posto l’essere-per-la-morte di Heidegger, al centro del secondo quello della filosofia cristiana e al centro del terzo sia l’idealismo assoluto di Hegel sia l’eterno ritorno di Nietzsche. In quella stessa occasione ho espresso la mia preferenza per quella concezione che frammezza tra il terreno e l’ultraterreno e che ha come principale punto di riferimento il pensiero di Immanuel Kant, il più coerentemente compatibile con la destinazione ultramondana dell’uomo, grazie alla teoria del Sommo Bene, che si può riassumere così: premesso che ciò che più conta nella vita di ogni uomo in quanto essere razionale è, alla fin fine, il comportamento morale e che tale comportamento non garantisce in questa vita mortale quella felicità a cui  ogni uomo naturalmente aspira, se ne deduce che deve esistere un Aldilà in cui un Ente sommamente giusto distribuirà alle anime buone, necessariamente immortali, il loro giusto compenso.

CASSIRER

2. Ragione e verità

Purtroppo, il filosofo di Königsberg non gode di buona fama tra le anime più timorate e questo è un male per esse e per tutti coloro i quali intendono servire non due padroni, ma due supremi valori: la ragione e la verità. La prima è sicuramente subordinata alla seconda in quanto mezzo attraverso il quale raggiungere il fine ultimo a cui tende per sua intrinseca natura la mente umana. La seconda, però, risulta del tutto inaffidabile se cercata e comunicata con altri mezzi diversi da quello razionale. Si pensi ad esempio alla fede che, in tutte le sue varianti (religiosa, patriottica, scientista), rimane pur sempre soggetta al vaglio della ragione, se non vuole cadere nella superstizione e nel fanatismo. Infatti, S. Agostino afferma che “fides nisi cogitetur, nulla est” (De praedestinatione Sanctorum, c. II, 5), per non parlare di San Tommaso che affida alla ragione il compito di sceverare i “praeambula fidei” e scongiurare così la caduta nel fideismo, da sempre inviso alla Chiesa cattolica. Lo stesso Pascal, pur essendo notoriamente portato più per l’esprit de finesse che per l’esprit de geometrie, insiste sulla ragionevolezza del cristianesimo e ci propone di fare una scommessa, quella su Dio, in cui è ragionevole arrischiare il finito per guadagnare, sia pure con incertezza, l’infinito,  dal momento che”ogni giocatore rischia con certezza per guadagnare con incertezza, e tuttavia arrischia certamente il finito per guadagnare con incertezza il finito, senza andare contro la ragione” (B. PASCAL, Pensieri, Edizioni Paoline, Roma ], p. 259).

CARLINI

3. Il tensionalismo critico

Kant, in modo particolare, sottolinea il ruolo di vigilanza che la ragione deve svolgere nei confronti di quella che egli chiama la “Schwärmerei” (=esaltazione) e afferma  perciò che “se dunque alla ragione viene contestato il diritto che le spetta di parlare per prima in questioni riguardanti oggetti sovrasensibili, come l’esistenza di Dio e il mondo futuro, si spalancano le porte a ogni tipo di  e s a l t a z i o n e  e di superstizione, e perfino all’ateismo” (I. KANT, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano 1996, p. 60). Questo è l’atteggiamento che più si confà alla natura umana e che ha un carattere spiccatamente critico, perché volto a stabilire limiti e validità di ciò che possiamo conoscere, dobbiamo fare e possiamo sperare, nel rispetto sempre di quella libertà che ci consente di “rigettare lontano […] l’angoscia di ciò che è terreno” (F. SCHILLER, L’ideale e la vita). Questo atteggiamento è ancora oggi valido all’interno di una prospettiva che non vuole rimanere chiusa nell’ambito del finito e che già altre volte ho definito “tensionale”, cioè finita ma protesa verso l’Infinito, verso l’Incondizionato, onde evitare di cadere nella peggiore delle malattie, il nichilismo, a proposito del quale così si espresse il compianto Giovanni Paolo II: “Il nichilismo, prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri della parola di Dio, è negazione dell’umanità dell’uomo e della sua stessa identità” (G. P. II, Fede e ragione, Piemme, Casale Monferrato 1998, p. 165).

  CROCE

4. I magnifici Quattro

Bisogna dunque mantenersi in un difficile equilibrio che, sia pure con vari accenti e modalità, possiamo ritrovare in una fitta schiera di filosofi, alcuni dei quali apparentemente minori, altri giganteschi, che nel loro insieme attestano la vitalità  del filosofare di matrice kantiana. Per esempio, Ernest Cassirer, prendendo le mosse da Kant, ha poi sviluppato una sua originale concezione filosofica basata sullo studio delle forme simboliche attraverso le quali lo spirito umano produce quel mondo della cultura nel quale più degnamente si rispecchia.

Oltre a Cassirer, vorrei ricordare un grande filosofo italiano di cui si è ormai quasi del tutto spento il ricordo, più per motivi politici che schiettamente filosofici: mi riferisco ad Armando Carlini, discepolo prediletto di Giovanni Gentile e convinto fascista. Carlini, ancorando la sua speculazione a Kant, in intimo e sofferto dialogo con i Dioscuri della filosofia italiana del suo tempo (Croce e Gentile), sostenne anche la perfetta compatibilità del suo spiritualismo “trascendentale” con la professione della fede cristiana. Si noti che “trascendentale” è un termine frequentissimo in Kant e indica una via di mezzo tra il trascendente, basato sulla netta separazione tra soggetto e oggetto, e l’immanente, basato sull’identità di soggetto e oggetto.

Un altro filosofo italiano, di cui poco si sa ma che ha grandemente contribuito alla riscoperta nel Novecento della filosofia di Kant è stato Pantaleo Carabellese. Nato a Molfetta, più o meno dalle mie parti, nel 1877, insegnò nelle università di Palermo e Roma, dove succedette a Gentile sulla cattedra di filosofia teoretica. Egli coniugò Kant con Rosmini, un sacerdote dedito per tutta la vita alla filosofia dell’essere, nonché amato confidente di Alessandro Manzoni. La dottrina di Carabellese si definisce come “ontologismo critico”, perché al centro di essa c’è l’Essere posto non fuori del pensiero come una sorta di oggetto misterioso e irraggiungibile, ma conosciuto grazie alla capacità del soggetto di autotrascendersi, cioè di diventare oggetto di sé medesimo sotto forma di Essere.

Infine, che dire di don Benedetto Croce? E’ stato un interprete originale del lascito kantiano, pur rimanendovi sostanzialmente fedele dal momento che ci sono nella sua filosofia tre specifici punti di contatto con il pensiero kantiano:

1) la distinzione tra sfera teoretica e sfera pratica, che ricalca l’analoga distinzione kantiana tra ragion pura e ragion pratica;

2) l’autonomia dell’arte, che affonda le sue radici nella kantiana Critica del Giudizio;

3) il culto della libertà che, dalla portata individuale propria della concezione morale kantiana, si solleva a chiave interpretativa di tutta la storia dell’umanità.

5. Conclusione

Questi sono gli esempi più eclatanti della vitalità del pensiero kantiano: essi dimostrano che Kant è il crocevia della filosofia moderna e il miglior viatico per affrontare con il giusto piglio tutte le difficoltà della vita, comprese quelle sanitarie dei nostri giorni. Egli ci esorta a confidare tanto in noi stessi quanto in Dio con le famose parole conclusive della Critica della ragion pratica che ancora oggi c’in-kantano: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me” (I. KANT, Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 197).

 

 

LA BELLEZZA SECONDO SORRENTINO

In questi giorni di cupa tristezza ho riscoperto il film di Sorrentino La grande bellezza (2013). Innanzitutto mi ha colpito la citazione tratta da un famoso libro di Celine, Viaggio al termine della notte, in cui si assimila il viaggiare, anche solo virtuale, alla scoperta di nuovi mondi. Gli è che Celine è un autore “maledetto”, eternamente combattuto tra dannazione e redenzione, come il protagonista del film, Jep Gambardella, superbamente interpretato da Toni Servillo.

Siccome non sono un cinefilo e tanto meno un critico cinematografico, mi limiterò a prendere spunto da questo film per affrontare alcune questioni che mi stanno a cuore, per quanto riguarda la ricerca e l’insegnamento della verità estetica, storico-politica e religiosa.

Sicuramente questo film ha il merito di aver riportato al centro della riflessione estetica il tema della bellezza, mentre la cultura contemporanea sembra averlo rimosso. Nel libro, infatti, di Paolo D’Angelo, intitolato Estetica e presentato dallo stesso autore qualche anno fa nel nostro Liceo, si legge: “La bellezza non è affatto un concetto centrale dell’estetica, anzi la bellezza, nella sua accezione corrente, è un valore sostanzialmente extra-estetico” (P. D’ANGELO, Estetica, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, p. 125). Ebbi qualcosa da obiettare in proposito, ma il mio intervento produsse solo un po’ d’insofferenza nell’uditorio e una risposta piuttosto seccata dell’autore. Questo per dire che è veramente controcorrente oggi parlare di bellezza nel mondo dell’arte e della cultura contemporanee. A mio modesto avviso, invece, la bellezza rimane il cardine della riflessione estetica, sulla scia di Kant, Hegel e Croce. Pertanto, essa “è ciò che piace senz’altro” (I. KANT, Critica del Giudizio, Editori Laterza, Roma-Bari 1974, p. 50), cioè universalmente e disinteressatamente, a prescindere da altre considerazioni di carattere intellettualistico, moralistico e utilitaristico. Le frequenti inquadrature delle opere d’arte abbondantemente presenti nella nostra capitale e la raffinata colonna sonora, a parte qualche concessione al cattivo gusto dettata da esigenze narrative, testimoniano la sostanziale adesione del regista al modello classico di bellezza, anche se oggetto di queste inquadrature è prevalentemente lo stile barocco, pur sempre riconducibile allo stile classico attraverso la mediazione del manierismo e del neoclassicismo.

Per quanto riguarda l’aspetto socio-politico, il film stigmatizza giustamente quella certa idea d’impegno politico per cui gli artisti che non militano in un ben preciso schieramento partitico o sono compromessi col potere economico o sono chiusi in sé stessi, in una dorata quanto sterile sfera intimista. La dissacrante intervista di Jep al personaggio che allude a Marina Abramovic e che si esibisce nuda con una falce e martello stampata sul pube e, soprattutto, la spietata ramanzina che Jep rivolge alla sussiegosa giornalista-scrittrice radical-chic, sono tutti attacchi ben mirati a quella concezione dell’intellettuale organico che considera il partito come il “moderno Principe” e che ha ammorbato l’aria di Roma dai tempi della giunta Argan-Niccolini in poi, portando a compimento “il suicidio della rivoluzione” di cui parlava il filosofo Augusto del Noce. Non a caso gli attacchi più duri a questo film provengono dagli ambienti culturali che sono stati da esso stesso sbeffeggiati, mentre presso la critica straniera, solitamente meno incline a certe ideologie ormai obsolete, il consenso è stato quasi unanime.

Per quanto riguarda, infine, il risvolto religioso di questo film, penso che esso abbia voluto riscattare il sentimento religioso autentico, senza cadere nel pietismo e nella retorica agiografica. Infatti, il personaggio della Santa, probabilmente ispirato a Madre Teresa di Calcutta, riesce a toccare le corde più profonde della mente e del cuore di Jep, grazie alla sua automacerazione e alla seguente risposta sul perché ella ama nutrirsi solo di radici: “Perché le radici sono importanti”.

Ebbene sì, le radici sono importanti e questa è, secondo me, la chiave di lettura di tutta l’opera, stroncata, anche questa volta non a caso, dall’ “Osservatore Romano” che evidentemente non le ha perdonato il ritratto di un alto prelato tutto intento a disquisire di cucina e poco incline a parlare della sua vocazione religiosa. Diciamo, allora, che in questo film ce n’è per tutti, anche per i mercanti d’arte moderna che sfruttano le bimbette come Aelita Andre e spacciano per arte ciò che arte non è. Dunque, se ha fatto discutere così tanto è perché ha pestato forte i piedi a quelli che, ancora oggi purtroppo, fanno in Italia il bello e cattivo tempo nel campo del cinema e della cultura, mentre le platee, e non solo le platee visti gli altissimi riconoscimenti internazionali, lo hanno largamente premiato.

INTERPRETAZIONE FILOSOFICA DEL CORONAVIRUS

Quello che sta succedendo oggi in Italia si può inquadrare, dal punto di vista squisitamente filosofico, in tre diversi modi di pensare: uno terreno, uno ultraterreno e un altro ancora eterno ma immanente, cioè calato nel mondo. Tutti e tre questi modi hanno una lunga e rispettabile storia alle spalle.

Il primo affonda le sue radici nell’atomismo democriteo e nella classica tesi di Epicuro sulla morte: se ci siamo noi non c’è lei e se c’è lei non ci siamo noi; quindi il problema della morte neanche si pone, perché tutto avviene e si conclude nell’aldiqua.

Il secondo nasce con la tesi platonico-socratica secondo la quale la filosofia è sì una continua riflessione sulla morte ma per trovare un varco al di là di essa, confluisce nel pensiero cristiano, in particolare in quello di Sant’Agostino, e culmina nella concezione francescana della morte: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare (S. FRANCESCO D’ASSISI, Cantico di Frate Sole, in SALINARI e RICCI, Storia della Letteratura Italiana, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 118).

Queste prime due correnti di pensiero, ognuna delle quali annovera svariate personalità di spicco, trovano la loro più alta espressione novecentesca rispettivamente in Heidegger e Bergson.

Il primo, nel suo capolavoro del 1927 Essere e tempo, teorizza l’ “essere-per-la morte”, perché interpreta l’essere alla luce della temporalità ovvero temporalizza l’essere, rinchiudendolo severamente entro i limiti imposti dall’Esserci, cioè dalla finitudine umana: “Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile” (M. HEIDEGGER, Essere e tempo, UTET, Torino 1978, p. 378).

Bergson, invece, ha cercato in tutte le sue opere di aprire un varco all’interno della stessa temporalità per poter accedere all’eternità e lo ha fatto distinguendo nettamente il tempo della scienza, riconducibile alla condizione terrena dell’umanità, dal tempo della vita che rinvia all’innata aspirazione di ogni uomo ad “un’eternità di vita”  (H. BERGSON, Introduzione alla metafisica, Laterza, Roma-Bari 1987, p. 80), che non può essere soddisfatta nel corso della nostra breve vita terrena.

C’è, infine, chi come Nietzsche – e questo è il terzo modo di pensare – ha calato, con la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale, l’eterno nella nuda terra: il risultato, secondo me, è stato fallimentare, anche perché da un punto di vista cosmologico non c’è ragione per cui il mondo debba ricominciare a girare da capo dopo la sua morte termica a causa dell’entropia. Nella stessa situazione d’imbarazzo nei confronti della realtà così come la conosciamo, si sono andati a cacciare Hegel e i suoi seguaci, cercando di superare l’antitesi tra finito e infinito mediante la dialettica, la quale ha innalzato a sistema la sintesi dei termini predetti. Questa sintesi però non regge alla prova dei fatti, perché destinata a infrangersi contro la cruda realtà del male, incombente come il volto della morte nel film di Bergman Il settimo sigillo (1956).

Kant, pur contribuendo in non piccola parte alla nascita di questo sistema, inserì nella seconda edizione della Critica della ragion pura (1787) una confutazione dell’idealismo che preventivamente sbarrava la strada ai successivi sviluppi in senso idealistico della filosofia tedesca. Inoltre, nella successiva Critica della ragion pratica arrivò a postulare, se non a dimostrare, ciò che nella prima aveva categoricamente escluso: Dio, l’anima e la libertà. Quindi la sua posizione è una posizione di frontiera, molto interessante per chi voglia salvare capro e cavolo: la ragione umana come “pietra ultima di paragone della verità” (I. KANT, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano 1996, p. 66) e l’anelito verso quell’ “eternità di vita” di cui parlava Bergson. Tra i due naturalmente restano profonde differenze, perché il tedesco non ammette l’intuizione intellettuale, cioè la possibilità di conoscere qualcosa di sovrasensibile, mentre il francese sì, grazie a quello slancio vitale che ha nella durata, cioè nel tempo della vita, il suo originario e indefettibile punto di appoggio.

Passo dunque alle conclusioni: l’approccio secondo me più ragionevole alla verità e al problema che ci troviamo oggi davanti è quello che scaturisce dall’incontro fecondo tra la prospettiva kantiana, moderatamente mondana, e quella bergsoniana, moderatamente ultramondana; insomma, dobbiamo procedere con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

A questo punto, però, c’è bisogno, affinché quest’operazione abbia pienamente successo, di un catalizzatore positivo particolarmente forte, di un catalizzatore di marca schiettamente italiana e questo non può che essere il nostro Giovanni Gentile, al quale spetta il merito di aver interpretato, sia la filosofia della storia di Vico sia la filosofia della mente inaugurata da Cartesio, in chiave problematica, cioè tale da oltrepassare una volta per tutte “la forma epistemica del filosofare” (S. NATOLI, Giovanni Gentile filosofo europeo, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 113). Ciò significa in concreto che la filosofia futura dovrà allargare il suo campo d’indagine, impegnandosi anche in campo epistemologico (=filosofia della scienza), rinnovare il suo linguaggio, usando più spesso aforismi, iperboli e metafore, interagire con arte, poesia, cinema, teatro e architettura, promuovere nuove forme di organizzazione socio-politica e di produzione economica, fornire all’umanità quel “supplemento di anima” (H. BERGSON, Le due fonti della morale e della religione, in Opere, UTET, Torino 1971, p. 581), di cui essa ha drammaticamente bisogno per non lasciarsi stritolare dalla sempre più invadente tecnologia. Il tutto accettando sempre il bel rischio dell’interpretare, che è la caratteristica peculiare della migliore filosofia di tutti i tempi, e il compito che essa deve svolgere anche in circostanze, drammatiche, come quelle che stiamo vivendo noi oggi. Si potrà così ritrovare quell’energia spirituale, quello slancio vitale, senza il quale nessuna quarantena, nessun vaccino, nessuna medicina sarà mai veramente efficace.

 

COMUNICATO AI MIEI STUDENTI E RISPETTIVE FAMIGLIE

Purtroppo, quello che temevamo tutti noi, nessuno escluso, è accaduto: la scuola italiana resterà chiusa per un numero di giorni consecutivi veramente impressionante e speriamo che basti.

Naturalmente, prima della scuola viene la vita e la tutela della salute, ma stiamo attenti: questo vale se per scuola intendiamo la pura e semplice trasmissione del sapere, ma siccome la scuola, quella in interiore homine, non è mai stata soltanto questo, qui con la scuola si rischia di chiudere anche le porte della mente, che invece devono rimanere aperte, proprio per fronteggiare al meglio questa emergenza che non è solo sanitaria.

Perciò chiedo a tutti i miei studenti di terza, quarta e quinta liceo di consultare ogni giorno il registro elettronico e di cimentarsi nello studio degli argomenti proposti, sapendo di poter contare sempre sul mio sostegno, tramite questo blog interattivo.

ATTUALITA’ DI SPINOZA

Spinoza copertina Il libro di MARIA  ROSARIA  D’UGGENTO che avrei dovuto presentare al Liceo “Fermi” di Cecina, insieme all’Autrice, il 28.02.2020, se non ci fosse stata l’emergenza  coronavirus, s’intitola Spinoza, il filosofo “edificante” ed è stato pubblicato nel 2019 da Il Convivio Editore.

Si tratta di un’opera che ha una forte valenza positiva e propositiva, perché ricca di rimandi interessanti all’attualità e alla sensibilità dei nostri giorni. E’ perciò essa stessa “edificante”, come il pensiero di Spinoza, definito dall’Autrice appunto tale nell’accezione “rortyana” del termine (Rorty è stato un filosofo americano del secolo scorso di straordinario successo per la stravagante originalità del suo pensiero), ossia nel senso di essere capace di attivare una democrazia dialettica fatta anche d’improvvisazioni, battute satiriche e gustosi aforismi, solitamente considerati indegni di comparire nel pantheon della filosofia accademica.

Essa è altresì un’opera scritta con un incalzante stile raziocinante che sprona a decostruire se non a demolire le ovvietà inquestionate dei nostri ambienti universitari, come nel racconto breve in essa incluso e dedicato a Il filosofo ermeneutico, tratto da un altro libro della D’Uggento intitolato L’erba e il grano. Nel complesso si può ben dire che questo libro ha un carattere anche terapeutico, oltre che filosofico ovviamente, in grado di rafforzare il nostro spirito critico e di depurarci dalle scorie che la moderna civiltà tecnologica deposita nella nostra mente e nel nostro corpo, in intima connessione tra loro come giustamente insegna la filosofia di Spinoza.

In particolare, la D’Uggento applica il pensiero di Spinoza a tre questioni di più scottante attualità e cioè all’impegno socio-politico, all’ambientalismo e all’animalismo, senza trascurare naturalmente anche il femminismo e la filosofia di genere che è sempre discretamente presente nella trama delle sue sottili argomentazioni.

Per quanto riguarda il primo punto, mi limito a ricordare la coraggiosa battaglia combattuta da Spinoza in difesa della libertà di pensiero e della tolleranza religiosa, in un’epoca, il Seicento, in cui era ancora vivo il ricordo della tragica Guerra dei Trent’anni, la più lunga, sanguinosa e devastante guerra di religione, non in senso lato ma proprio in senso confessionale, mai verificatasi nella storia dell’umanità. Anche oggi ogni tanto riaffiora la minaccia dell’odio politico e dell’intolleranza religiosa e quindi vale sempre la pena di ricordare, soprattutto alle nuove generazioni, l’importanza di un pensiero squisitamente liberale come quello di Spinoza.

Per quanto riguarda il secondo punto, la difesa dell’ambiente, basta fare riferimento alla spinoziana identificazione di Dio con la Natura (Deus sive Natura) per rendersi facilmente conto del contributo fondamentale che egli ha dato alla costruzione di una coscienza ecologica, matura e seriamente motivata.

Per quanto riguarda il terzo punto, è doveroso riconoscere a Spinoza il merito di aver gettato le basi di un rapporto tra il mondo umano e quello animale non più gerarchico e vessatorio, ma inclusivo e compassionevole, nel senso di un empatico cum patire, patire insieme, per capire concretamente quali abusi e atrocità ancora oggi vengono commessi impunemente contro questa o quella specie animale e quindi contro la vita stessa. Non è vero quindi che Spinoza si divertisse sadicamente nel veder lottare tra loro i ragni, come vuole la leggenda, perché il suo pensiero va proprio nella direzione opposta di una più profonda comprensione del legame che unisce, in nome della comune appartenenza alla Sostanza divina, tutti gli esseri viventi.

Naturalmente questi sono solo tre aspetti dell’opera in oggetto su cui mi preme porre l’accento, ma molti altri ne sarebbero emersi nella discussione che purtroppo non c’è stata e che potrà trasferirsi e continuare, almeno spero, su questo blog.

 

LA TEORIA DELL’ ETERNO RITORNO

A Sils-Maria Nietzsche ebbe l’intuizione del suo pensiero più abissale (cfr. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, a c. di S. Giametta, testo tedesco a fronte, Bompiani, Milano 2010, pp. 503-10): quello dell’eterno ritorno dell’uguale. E’ lui stesso a parlarne in Ecce homo, nel 1888, pochi mesi prima di abbracciare un cavallo a Torino: “E ora racconterò la storia dello Zarathustra. La concezione fondamentale dell’opera, il pensiero dell’eterno ritorno, la suprema formula dell’affermazione che possa essere mai raggiunta, è dell’agosto 1881; è annotato su di un foglio, in fondo al quale è scritto: ‘6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo’. Camminavo in quel giorno lungo il lago di Silvaplana attraverso i boschi; presso una possente roccia che si levava in figura di piramide, vicino a Surlei, mi arrestai. Ed ecco giunse a me quel pensiero” (F. NIETZSCHE, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Adelphi, Milano 2000, p. 94).

Questo pensiero fa da spartiacque tra l’uomo e il superuomo, l’altra grande teoria di N., in quanto che solo il superuomo o oltreuomo, come preferisce dire Gianni Vattimo, può abbracciare incondizionatamente la vita in una sorta di amor fati. Egli non espone la teoria dell’eterno ritorno in maniera organica e in un apposito saggio, ma la evoca poeticamente attraverso una visione onirica che vede protagonisti, nell’opera sua più famosa precedentemente citata, lo stesso Zarathustra, un nano e un giovane pastore. Il paesaggio è aspro e quasi ostile: “Un sentiero, che protervamente si inerpicava attraverso il pietrame, un sentiero cattivo, solitario, cui non si addiceva più né erba né cespuglio: un sentiero di montagna scricchiolava sotto la rabbia del mio piede” (F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, cit., p. 505). Il compagno di viaggio, il nano, rappresenta l’ultimo uomo ossia l’esatto contrario del superuomo, data la sua inferiorità fisica e grettezza mentale. Non fa che infastidire Z. con i suoi petulanti interventi, come quando dice in tono di scherno e scandendo le sillabe: “O Zarathustra, ti sei lanciato in alto, ma ogni pietra lanciata deve ricadere!” (id.).

Successivamente appare una porta carraia con due facce, in corrispondenza della quale s’incontrano due strade curvilinee, quella rivolta all’indietro che rappresenta il passato e quella in avanti che rappresenta il futuro: “Esse si contraddicono, queste strade; cozzano con la testa l’una contro l’altra: e qui, sotto questa porta, è il punto in cui si congiungono. Il nome della porta sta scritto sopra di essa: ‘attimo’. Ma chi si inoltrasse su una di esse – e andasse sempre più oltre, sempre più lontano: credi tu, nano, che queste strade si contraddirebbero in eterno?”. A questa precisa domanda di Z., il nano risponde in modo sprezzante: “Tutto ciò che è diritto mente…Ogni verità è curva, il tempo stesso è un circolo” (op. cit., pp. 508-9). Al che Z. replica adirandosi: “Spirito di gravità, non farti le cose troppo facili! O ti lascio accovacciato là dove sei accovacciato, sciancato – io che ti ho portato in alto!“.

Archiviata questa esperienza, Z. assiste a un evento veramente sconvolgente: “Vidi un giovane pastore che si contorceva convulsamente, come se stesse per soffocare, con la faccia stravolta, mentre dalla bocca gli pendeva un greve serpente nero” (op. cit., p.511). Di fronte a questa scena Z. reagisce senza esitazione, gridando: “Mordilo, mordilo! Staccagli la testa, mordilo!” e, alla fine, “il pastore diede un morso, come il mio grido gli ingiungeva di fare; e diede un buon morso! Sputò lontano la testa staccata del serpente: e balzò in piedi. Non più pastore, non più uomo – un essere trasformato, circonfuso di luce, che rideva!” (op. cit., p. 513). Il giovane pastore è il superuomo che, mordendo il serpente, debella una volta per tutte la concezione lineare del tempo, quella che Gianni Vattimo definisce “edipica” perchè in essa ogni nuovo istante (il figlio) sopprime quello precedente (il padre). Nella concezione dell’eterno ritorno, invece, ogni istante è eterno perché destinato a ripetersi un numero infinito di volte. Questa consapevolezza c’induce ad abbracciare tutti gl’istanti della nostra vita entusiasticamente, anche quelli che non vorremmo mai più rivivere, e ad approdare così alla “felicità del circolo”. In realtà, Nietzsche è stato più il profeta dell’infelicità che della felicità dell’uomo, non solo perché egli stesso fu colpito dalla più grande infelicità – soffriva infatti di depressione e vari disturbi nervosi che dapprima gli permisero di fare il baby pensionato e alla fine lo portarono al più completo crollo psichico – ma soprattutto perché, come ha messo bene in evidenza Heidegger nel suo monumentale libro su Nietzsche, ha portato alle estreme conseguenze il peccato di origine della metafisica occidentale: l’aver privilegiato la volontà, umana o divina che fosse, rispetto alla conoscenza della verità dell’Essere, insomma l’aver seppellito l’Essere sotto il macigno della Volontà di potenza, l’ultima decisiva teoria di Nietzsche, dopo quella dell’eterno ritorno e del superuomo.

Solo se riuscirà a debellare l’oblio dell’Essere, grazie a una rinnovata passione per l’Essere, l’uomo potrà dunque sperare di essere felice o almeno di condurre una vita degna di essere vissuta: è questa la conclusione alla quale io stesso sono pervenuto dopo aver letto sia Nietzsche sia Heidegger e vi garantisco che non è poco per chi, come me, crede fermamente che la filosofia non sia ancora morta, come quel dio, minore, di cui parlava Nietzsche.

LA FILOSOFIA IN SALSA NAPOLETANA

Dopo la filosofia in salsa modenese, quella in salsa fiorentina e quella in salsa salentina, non poteva mancare quella in salsa napoletana, forse la più saporita, perché Napoli è stata la culla del pensiero italiano e quindi europeo. Quando dico Napoli, intendo riferirmi a tutta quella parte della Magna Grecia che converge su Napoli e da Napoli si è poi irradiata in tutto il mondo. A questo proposito mi vengono subito in mente le seguenti parole di Benedetto Croce che napoletano fu di adozione, essendo nato a Pescasseroli ed essendosi lui stesso poi vantato di pensare in napoletano: “Mi è stato gentilmente mandato in dono – scriveva nel 1944 – quest’opuscolo (Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, edito dal Partito comunista italiano, Napoli, 1944), che io ho accolto col piacere con cui si accoglie una curiosità letteraria, considerando che è stato tradotto e stampato in Napoli, in una città dove si levano al sole le statue di Tommaso d’Aquino, di Giordano Bruno e di Vico, le quali dovrebbero indurre, se non altro, un minimo di soggezione a non accumulare e aggrovigliare con tanta franchezza spropositi spaventosi di logica filosofica: come si fa in queste pagine” (B. CROCE, Un saggio di filosofia comunistica, in La mia filosofia, Adelphi, Milano 1993, p.179). Al di là della profetica stroncatura di una concezione filosofica che oggi appare morta e sepolta (non era così nei roventi anni del secondo dopoguerra in Italia), intendo qui sottolineare l’orgogliosa rivendicazione del primato filosofico spettante a questa città, nella quale mi sono di recente recato anch’io per respirare l’aria non solo filosofica (vedi la foto della statua di Vico), ma anche quella archeologica  (vedi la foto scattata in mezzo agli scavi di Pompei) e quella mistico-religiosa (vedi la foto scattata all’interno del Santuario della Madonna del SS. Rosario, sempre a Pompei). Gli è che c’è sempre più bisogno di riscoprire i tesori spirituali della nostra Patria e di far conoscere alle nuove generazioni, che sciamano numerose verso località turistiche esotiche, il lascito prezioso delle passate generazioni.

KALENDOSOPHIO 2020 (copertina)

A cura del prof. Aldo Simone e

in collaborazione con la Classe V B del Liceo scientifico “Fermi” di Cecina

 

   La filosofia si potrebbe definire come un grande sforzo compiuto dal pensiero riflesso per conquistare la certezza critica delle verità che sono il patrimonio del senso comune e della coscienza ingenua: di quelle verità che ogni uomo si può dire senta naturalmente, e che costituiscono la struttura solida della mentalità di cui ognuno si serve per vivere. […] Perciò è stato detto con ragione che una mezza filosofia ci fa perdere la fede religiosa, ma una filosofia intera ce la restituisce”.

 

                                       GIOVANNI  GENTILE                    

LE FOTO DEL MIO VIAGGIO A MEßKIRCH E A TODTNAUBERG (GERMANIA)

La prima e la seconda foto, andando da sn verso dx, si riferiscono alla casa di Meßkirch, in cui è vissuto Martin Heidegger da piccolo.

La terza e la quarta al Museo di Meßkirch dedicato a Martin Heidegger.

La quinta alla baita (Hütte, in tedesco) di Martin Heidegger a Todtnauberg, nella Foresta Nera, dove sono in compagnia del nipote di Heidegger, Arnulf, figlio di Hermann nonché Amministratore del lascito ereditario del nonno.

La sesta si riferisce al famoso “Sentiero di campagna” (Der Feldweg, in tedesco), breve scritto di Martin Heidegger in cui egli sottolinea il suo rapporto con la città natale, Meßkirch appunto, tanto da giustificare la seguente didascalia: “Mit dem Werk ‘Der Feldweg’ hat er seiner Heimat ein philosophisches Denkmal gesetzt” (“Con la sua opera ‘Il sentiero di campagna’ [Martin Heidegger] ha trasformato la sua piccola patria [Meßkirch] in un monumento filosofico”).