UN LIBRO DI GRANDE ATTUALITA’

In questo periodo i commenti sulla Russia di Putin si sprecano dappertutto (giornali, talk show, convegni, ecc.), però c’è solo un libro veramente illuminante sull’argomento: Dalla Russia con amore di I. FLEMING. Anche il film da esso tratto, con il mitico J. Connery, aiuta a comprendere l’argomento, ma con minore profondità e incisività. D’altronde, nel film, tra i servizi segreti occidentali e quello sovietico, c’è di mezzo la fantomatica SPECTRE che invece nel romanzo non compare affatto.

Gli è che la Russia è sempre stata, e sempre sarà, un mondo a parte, a cui ci si può accostare solo con amore, proprio come fa l’agente Bond, James Bond, in arte 007, con Tat’jana Romanova.

Allora, cominciamo proprio da lei, dalla descrizione intrigante che ne fa l’autore a pag. 85 dell’edizione italiana curata dall’Adelphi: “Braccia e seni sono perfetti. Forse un purista avrebbe qualcosa da ridire sul sedere. Lì i muscoli sono così induriti dall’esercizio da aver perso la morbida curva discendente femminile, e la sporgenza del fondoschiena, tondo dietro e piatto e duro sui fianchi, ha un che di maschile” (ottimo per i gusti attuali).

Il suo ritratto calza perfettamente con quello della giornalista della TV di Stato russa Maria Ovsyannikova che ha inscenato in TV una protesta contro la guerra ed è stata subito rimossa. A quest’ultima si contrappone, sul piano ideologico, Nadana Fridrikhoson, ospite spesso di Cartabianca, su RAI 1, e di Otto e Mezzo, su La7, molto combattiva e ostinata nel difendere l’operazione speciale russa di “denazificazione” dell’Ucraina. Ah queste donne russe…quanto assomigliano, tutte, a Lara Antipova, la vera protagonista del libro e del film cult della nostra giovinezza: Il dottor Zivago di Boris Pasternak. A tutte e tre verrebbe proprio voglia di chiedere, come fa Rosa Klebb, la dura e spietata funzionaria di partito che affida a Tat’jana il compito di attirare 007 in un tranello mortale e screditare l’M16 (il servizio segreto inglese): “Ti piace fare l’amore? Ti dà piacere? Molto piacere?” (pag. 98).

A proposito di servizi segreti, facciamo un passo indietro e andiamo a vedere come, all’inizio del romanzo, i dirigenti militari sovietici parlano di noi italiani e degli americani. A proposito dei primi, dice il generale Vozdvisenskij: “Sono abili e attivi, ma non causano danno” (pag. 56). Ciò è la pura e semplice verità: i nostri servizi sono efficienti, ma non fanno paura a nessuno, perché è il nostro Stato che non fa paura a nessuno, neanche alle motovedette libiche e tunisine, da noi stessi fornite, che puntualmente mitragliano i nostri pescherecci in acque internazionali. Ancor più severo il giudizio sui servizi segreti americani: “Gli americani hanno i servizi segreti più potenti e più ricchi tra i nostri nemici…Ma sono sprovveduti. Si entusiasmano per la prima spia balcanica che racconta di avere un esercito segreto in Ucraina [sic!]. La imbottiscono di soldi per comprare gli anfibi per i soldati. Naturalmente quello subito parte per Parigi e spende tutto in donnine. Gli americani cercano di vincere con i soldi”. Che bravo Fleming, anche se non ha mai avuto la fortuna, o la sfortuna, di vedere in azione uno come Biden!

Ma veniamo all’antagonista per antonomasia, a quella figura inquietante di Red Grant che non è un russo, ma al quale piace lavorare per i russi, perché a lui piace uccidere. Non a caso dei russi apprezza “la loro brutalità, l’indifferenza verso la vita umana, la loro astuzia” (pag. 30). Più avanti, un altro personaggio del romanzo, il turco Kerim alleato e amico fidato di 007, dice: “I russi sono grandi scacchisti. Quando realizzano un piano, lo eseguono alla perfezione. Preparano la partita in ogni dettaglio, e contemplano anche le mosse dell’avversario. Le prevedono e le controbattono” (pag. 235).

Ora mettiamo bene in chiaro una cosa: io non nutro sentimenti di odio contro alcuno, tanto meno contro il nobile e sagace popolo russo, però ci sono delle costanti nella storia che non possono passare inosservate. Per esempio, la figura di Ivan il Terribile si ripropone più volte nella storia russa: si pensi a Pietro il Grande, a Caterina II e allo stesso Nicola II. Personalità quest’ultima complessa e controversa, su cui, tuttavia, pesano gravi responsabilità, se non vere e proprie colpe: la disastrosa guerra col Giappone del 1905, la “Domenica di sangue” (repressione sanguinosa del malcontento popolare conseguente alla guerra) e, soprattutto, lo scoppio della Prima guerra mondiale: se avesse smobilitato, come gli aveva chiesto il Kaiser Guglielmo II, avrebbe risparmiato all’umanità una grande sventura da cui poi sono scaturite altre sventure ancor più grandi: comunismo sovietico, nazismo e Seconda guerra mondiale.

In conclusione, si sa che le finzioni letterarie vanno prese con beneficio d’inventario, però spesso sono più illuminanti, come nel nostro caso, di certe analisi geo-politiche raffinate sì, ma anche alquanto noiose!

“IL PRINCIPIO DI RAGIONE” DI MARTIN HEIDEGGER

Questa non è forse tra le più rinomate opere di Heidegger, però è sicuramente tra le più suggestive. D’altronde, non è una vera e propria opera, trattandosi di 13 lezioni tenute all’Università di Friburgo in Brisgovia, nel semestre invernale 1955-1956, con in più una conferenza tenuta nel Club di Brema il 25 maggio 1956 e all’Università di Vienna il 24 ottobre 1956.

Tra le suddette lezioni, ritengo particolarmente interessanti la settima e l’ottava, in cui il Nostro, analizzando il principio di ragion sufficiente in virtù del quale nihil est sine ratione, si sofferma in particolare sul concetto greco di “Physis”, solitamente tradotto in italiano, e non solo in italiano, col termine “natura”. Scrive Heidegger: “i più antichi pensatori greci dicevano ‘Physis’, parola, questa, che roviniamo irrimediabilmente in ciò che essa dice, se la traduciamo con ‘natura’ ” (M. HEIDEGGER, Il principio di ragione, Adelphi 1991, p. 104).

Infatti, la “Physis” dei greci non ha nulla a che vedere con la “natura” dei latini. In quest’ultima alberga il senso del nascere e del morire ovvero emerge, più semplicemente, la cosiddetta realtà sensibile. Nella “Physis” greca, invece, riluce l’Essere in tutto il suo accecante splendore, tant’è che essa rappresenta lo schiudentesi permanente imporsi di tutto ciò che appare. Nella “Physis” prevale dunque l’apertura dell’orizzonte che ci fronteggia e l’irresistibile bellezza di tale apertura. Sorgono spontaneamente, a questo punto, due immagini: una evocata dallo stesso Heidegger ed una da me. La prima è quella della rosa di Angelo Silesio, autore del poema religioso il Pellegrino cherubico, che fiorisce perché fiorisce, cioè senza un perché (Op. cit., p. 68). La seconda è quella contenuta nel quadro di Gustave Courbet, L’origin du monde (1866), su cui troneggia non lo sfrenato appetito della carne, ma la creatività onirica dello spirito, almeno agli occhi di chi, seguendo l’insegnamento di padre Cristoforo di manzoniana memoria, è sinceramente mondo.

Un’altra lezione particolarmente illuminante è l’ultima, nella quale, prendendo spunto dalla frase di Leibniz, Cum Deus calculat fit mundus, tradotta liberamente con “Quando Dio gioca, si genera il mondo”, Heidegger afferma che il destino dell’essere è “un fanciullo che gioca” (op. cit., p. 192). Ce n’è abbastanza per riflettere a fondo sulle seguenti domande:

  1. Dio ha creato il mondo per amore, come sostiene la teologia, o per gioco, come insinua Heidegger?
  2. Se la bellezza compete tanto alla rosa di Angelo Silesio quanto all’origine del mondo, come la chiama Courbet, qual è il modo più concreto di fruire di tale bellezza?
  3. Esistono anche “fanciulli grandi” capaci di svelare “quel mistero del gioco in cui l’uomo, con il tempo della sua vita, è posto in gioco nella sua essenza” (id.)?

Rispondo:

  1. In fondo, il gioco e l’amore sono le due facce di una stessa medaglia: l’infinita Maestà di Dio.
  2. Il giardinaggio, a cui sembra invitare Angelo Silesio, è un modo di fruire della bellezza, che va bene dopo aver oltrepassato non un certo limite di età, ma l’attitudine alla libera espansione di sé stessi. Nella fase precedente, si addice di più la fruizione suggerita dal quadro di Courbet.
  3. Sì, esistono i “fanciulli grandi”, come li chiama Martin Heidegger, ed io stesso, nel momento in cui sono stato qui fotograficamente ripreso, mi sforzo di emularli.

GENTILE E KANT

Che Gentile sia stato un hegeliano è un’ovvietà inquestionata. A me preme però evidenziare soprattutto il legame con Kant, perché è da Kant che la filosofia deve ripartire per incidere anche oggi come nel passato sulla vita di ciascun essere umano e sulla società tutta. Il nesso con Gentile rappresenta poi uno dei possibili sviluppi di questa ripresa, la più feconda secondo me, perché Gentile, oltrepassando Hegel dopo aver riformato il metodo dialettico, si riallaccia a Kant, portando a compimento la prospettiva di una radicale umanizzazione della filosofia. Infatti, se tutto il criticismo kantiano si riassume nella scoperta della sintesi a priori, che rappresenta l’apice dell’attività del pensiero umano in quanto sintesi di materia e forma ad opera dello stesso pensiero umano, l’attualismo gentiliano consiste nel concepire il pensiero umano non come una sostanza o attributo di una sostanza ma come quel pensiero che “pensa attualmente e che è tutto nello stesso atto di pensare”. Questo atto “realizza il nostro essere spirituale come il solo essere di cui si possa in concreto parlare. Atto che non ha né passato né futuro, poiché nella sua eterna immanenza esso contiene dentro di sé e perciò supera ogni tempo e ogni parte che nel tempo venga distinta come successiva ad un’altra o precedente. Atto vivo, il cui essere è nel realizzarsi, e che non è mai perciò tutto, né mai nulla; ma tutto diviene annientando ogni nulla” (G. GENTILE, Concezione umanistica del mondo, in Introduzione alla filosofia, Sansoni 1981, p.16).

Nel solco di questa interpretazione gentiliana di Kant si colloca anche la pregevole opera di Rosella Faraone, Gentile e Kant (Le Lettere 2011), che ha il merito di spianare la strada al mio personale punto di vista, per il quale la filosofia si nutre dell’infinita tensione del finito verso l’infinito, a cui ho dato il nome appunto di tensionalismo. Sia in Kant sia in Gentile questa tensione è sempre presente, anche se con modalità diverse. Nel primo, essa si manifesta attraverso l’uso del proverbiale “come se” o als ob, mediante il quale l’infinito, condensato nelle tre idee di libertà, immortalità e Dio, rimane una meta irraggiungibile ma al tempo stesso irrinunciabile. Nel secondo, essa si attua tramite l’autocoscienza dell’uomo, tesa tra l’essere immediato dell’individuo e il dover essere della persona che si slarga fino a contenere sé e gli altri e che con gli altri è sempre chiamata a socializzare dialetticamente, cioè in maniera spesso dolorosa e tragica. Proprio come accadde nella vita stessa di Gentile, vittima di un feroce attentato maturato in quello stesso ambiente accademico che pullulava di allievi e colleghi da lui ampiamente beneficiati.

Gli è che in Gentile rivive anche quella tensione del finito verso l’infinito che già animò il Vescovo d’Ippona S. Agostino, spettatore impotente del tragico declino della romanità, ma al tempo stesso attore prodigioso di quella rinascita spirituale da cui germogliò la nostra stessa civiltà. Ebbene, proprio a S. Agostino si deve quella ricorrente espressione gentiliana in cui si sottolinea l’importanza dell’interiorità umana e il suo stretto rapporto con la verità e la società: Noli foras ire, in interiore homine habitat veritas.

LETTERA SUL CRISTIANESIMO

Chiesa di Santa Caterina a Galatina (LE)

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera sul Cristianesimo del mio amico Nicola Maiolini che ringrazio per avermela inviata e alla quale mi riprometto di rispondere, dopo averla pubblicata pressoché integralmente.

Frequentando le lezioni di teologia presso l’Università della Terza Età di Cecina ed approfondendo alcuni argomenti di religione, ho cercato di capire quali fossero realmente le basi fondanti del Cristianesimo. Il nostro docente è un professore di religione (ex prete) del Liceo di Rosignano con il quale disquisisco spesso e a lungo. Le mie riflessioni sull’argomento sono le seguenti: Gesù nella sua breve vita, secondo i quattro evangelisti canonici, in ogni circostanza aveva predetto che ci sarebbe stato entro brevissimo tempo l’avvento del “Regno di Dio” per riportare la vera giustizia in questo mondo. Da quanto emerge si doveva trattare di un evento cruento. Questa previsione però non si realizzò né quando Lui era in vita né dopo la sua morte, dopo la quale tutti i suoi discepoli restarono in trepida attesa della sua nuova venuta sulla terra (parusia). Anche Paolo di Tarso (San Paolo) era tra questi, come si legge nel suo primo scritto (la prima lettera ai tessalonicesi). Dopo alcuni anni, San Paolo volle rifondare il messaggio di Gesù su una nuova base, privilegiando la fede rispetto all’attesa del nuovo regno promesso dal Salvatore. Per Paolo la morte di Gesù in croce rappresentava l’evento della nostra salvezza. Questa sua ricostruzione funzionò per molti secoli, ma oggi non è più sostenibile, perché basata su un presupposto falso: quello che la morte sarebbe entrata nel mondo in seguito al peccato del primo uomo, Adamo (stranamente San Paolo attribuisce la colpa solo ad Adamo e non anche ad Eva). Noi sappiamo, infatti, che i primi esseri umani (Homo Sapiens) apparvero sulla Terra circa duecentomila anni fa, mentre la vita comparve quasi quattro miliardi di anni prima e con la vita, contestualmente, la morte. Non ci fu mai vita sulla Terra senza la morte, perché la vita si nutre di vita procurando morte. La morte quindi non è conseguenza del peccato originale del primo uomo sulla Terra, ma è legata alla logica stessa della vita terrestre. Pertanto, se l’ingresso della morte nel mondo non si deve al peccato di Adamo, non c’è nessun peccato originale e non c’è nessun bisogno di riscatto dal peccato. E se non c’è bisogno di riscatto, non era necessario nessun sangue innocente (quello di Gesù) per ottenerlo: la morte di Gesù non era dunque necessaria. Quindi il cristianesimo paolino è basato sul fondamento falso di un peccato originale inesistente e mai riconosciuto dagli ebrei, i cui avi sono stati quelli che ci hanno tramandato la “Thorà”, fatta propria poi, come base di partenza, dal Cristianesimo. La fondazione del Cristianesimo rappresentò quindi un tradimento del messaggio originale di Gesù? Sì, per molti teologi. Era necessaria questa trasformazione? L’attesa del Regno di Dio si era rivelata vana ed il mondo aveva continuato la sua vita senza che nessun Regno di Dio fosse pervenuto. Così, dopo aver perduto la speranza di un ritorno di Gesù sulla Terra, San Paolo cercò di rifondare il messaggio originale di Gesù, introducendo due principi: la natura divina di Gesù, da lui chiamato Cristo (titolo che Gesù non applicò mai a se stesso) ossia il Messia o Salvatore, così come avevano predetto i profeti ebrei (Isaia ed altri), e la valenza soteriologica (salvifica) della sua morte. Per San Paolo, Gesù divenne l’agnello di Dio nel ruolo di vittima sacrificale per la remissione dei peccati dell’umanità. Insomma, la morte di Gesù in croce, invece di essere percepita negativamente come lo era per tutti coloro che venivano crocifissi, prese a rappresentare l’evento della nostra salvezza da lui descritta mediante i concetti di redenzione dell’umanità e di riscatto. Riscatto da che cosa? Dal peccato. Quale peccato? Quello di Adamo ed Eva, il peccato originale, “a causa del quale la morte aveva fatto il suo ingresso nel mondo” e senza il quale noi saremmo vissuti in eterno nel Paradiso terrestre. Ebbene, Paolo prese ad annunciare che la morte in croce di Gesù aveva vinto la conseguenza di tale peccato e quindi era la garanzia che avrebbe vinto anche “l’ultimo nemico”, cioè la morte. Prova ne era la sua resurrezione come pegno e anticipazione della nostra. Ecco in sintesi il cristianesimo paolino che influenzò moltissimo i quattro evangelisti canonici, che successivamente elaborarono i vangeli ed in particolare quello di San Giovanni. In quest’ultimo vangelo la morte di Gesù doveva avvenire per volontà divina. Se così fosse stato, tutti i personaggi negativi, citati nei vangeli come responsabili della morte del Cristo, verrebbero riabilitati: Giuda, Pilato, Caifa, il Sinedrio, Barabba, ecc. In ogni caso questo cristianesimo sbaragliò la concorrenza degli altri cristianesimi, tra cui quello di Giacomo, fratello di Gesù, come si evince dai Vangeli di Matteo (13, 55-56) e Marco (6, 3-4). […] In conclusione, il cristianesimo paolino è costruito sul fondamento falso di un peccato originale bisognoso per essere espiato del sangue del figlio di Dio, trasformato così in “agnello sacrificale”. Il Cristianesimo è dunque finito? No, è finito il cristianesimo paolino, come scrive il grande teologo Vito Mancuso.

Alla suddetta lettera, l’autore aggiunge poi un P. S. nel quale ribadisce sostanzialmente quanto già affermato, facendo anche riferimento a Darwin, quale sostenitore della spiegazione evoluzionistica della comparsa della specie umana. Riporto qui di seguito le sue frasi conclusive.

Che cosa afferma la teoria di Darwin? Tutti gli organismi, compreso l’uomo, hanno avuto origine nel corso del tempo da forme di vita più antiche. Questo significa che ogni specie vivente discende da altre specie, pertanto tutti gli esseri viventi hanno avuto un antenato comune nel lontano passato. Questo dimostra che l’uomo non ha un’origine divina, come scritto nella Bibbia, ma un’origine che proviene dalla natura attraverso il processo di selezione naturale.

Rispondo: innanzitutto, per noi cattolici la Scrittura va interpretata e non presa alla lettera come per i protestanti che sono invece fondamentalisti. Quindi i sei giorni della creazione possono tranquillamente diventare, più o meno, sei miliardi di anni e tutto quello che si legge nella Bibbia può e deve essere interpretato cum grano salis. Per quanto riguarda, in particolare, la spiegazione della comparsa della vita e della specie umana, mi appello alle rationes seminales di Sant’Agostino (semi originari, questi sì creati direttamente da Dio, da cui si sono evolute poi le varie realtà fino al compimento del loro essere) oppure al film capolavoro di Kubrick 2001 Odissea nello spazio, in cui il “salto” dalla scimmia all’uomo viene spiegato facendo ricorso all’intervento di un ente straordinario, per esempio un meteorite che potrebbe essere stato mandato da Dio sulla Terra per operare questo ed altri ulteriori progressi dell’umanità. La scelta è libera, perché la spiegazione continuista e quella discontinuista sono in realtà compatibili tra loro.

Vengo ora al punto più interessante della lettera ossia la questione del peccato originale. Io credo nel peccato originale così come Kant credeva nel “male radicale”, senza nessuno scandalo per la ragione umana. Quindi è possibile pensare che Gesù si sia dovuto sacrificare per redimerci dal peccato originale alias male radicale. Gli è che la fede teologica non esclude quella filosofica, ma la postula, perché senza la fede 1) in un Dio creatore e, soprattutto, supremo giudice, 2) nell’immortalità dell’anima individuale e 3) nella libertà di ogni singola persona, non c’è filosofia che tenga. Scrive Kant a questo proposito: “Io potrò, allora, considerare la rivelazione come una sfera più vasta di fede, che include in sé la religione della pura ragione come una sfera più ristretta, non come due circoli esterni l’uno all’altro, ma come due circoli concentrici” (I. KANT, La religione nei limiti della semplice ragione, in Scritti di filosofia e della religione, Mursia, Milano 1989, p. 73). Insomma, si potrebbe anche dire che la sfera più piccola di cui parla Kant è quella dei praeambula fidei di cui parlava San Tommaso d’Aquino, scoprendo così un’interessante convergenza tra il campione del pensiero moderno e quello del pensiero medievale, meritevole di ulteriori approfondimenti. In realtà qualcosa è stato già fatto dai padri gesuiti Maréchal e Rahner e dal teologo italiano Italo Mancini, ma molto resta ancora da fare.

Per quanto riguarda infine Vito Mancuso, mi sembra che, a differenza delle lucide distinzioni kantiane in cui mi riconosco perfettamente, faccia un bel po’ di confusione, facendo un uso teologico dei dati della scienza e sottoponendo la rivelazione ad un esame pseudoscientifico: insomma, roba da New Age!

Chiesa di Santa Croce a LECCE

FERMIAMO L’ORGIA ANTICAPITALISTICA E ANTITECNOLOGICA!

Il mondo della cultura oggi è dominato in Italia, e non solo in Italia (cfr. F. RAMPINI, Suicidio occidentale), da un’ irrazionale furia anticapitalistica e antitecnologica, che ha ricevuto un forte impulso dalla guerra in Ucraina, ma che ha radici profonde.

In particolare mi riferisco alla figura, a me più congeniale perché di carattere schiettamente filosofico, di Diego Fusaro, il quale, in compagnia di tante altre figure più o meno simili, come Canfora, Orsini, Montanari, Veneziani, Bergoglio, e chi più ne ha più ne metta, attacca duramente il tecnocapitalismo occidentale e lo fa analizzando due filosofi tedeschi di cruciale importanza nella storia della filosofia, Marx ed Heidegger, in un libro intitolato La notte del mondo (UTET, Torino 2019). Inoltre, bisogna tener conto che nel suo repertorio preferito, c’è anche un grande filosofo italiano: Giovanni Gentile, e questo gli fa certamente onore!

Tuttavia, sia l’approccio a Gentile sia quello ad Heidegger sono mediati da una sostanziale adesione a Marx, anche se Fusaro cerca di confondere le acque, spacciandosi per marxiano (=lettore attento e critico delle opere di Marx), anziché marxista (=seguace acritico e scolastico di Marx). Pertanto, la questione di fondo è: quanto ci può essere di vero in una interpretazione in chiave marxista, o marxiana che dir si voglia, di Gentile e Heidegger, filosofi che hanno aderito rispettivamente al fascismo e al nazismo? Poco o nulla, come vedremo!

Partiamo da Gentile. E’ vero che Gentile studiò molto presto e molto bene Marx, pubblicando giovanissimo, e poi ripubblicando in età matura, un libro intitolato La filosofia di Marx, che piacque a Lenin e influenzò Gramsci, come ha dimostrato Augusto Del Noce nel suo monumentale Giovanni Gentile. Però Giovanni Gentile rimase sempre uno spiritualista, arrivando addirittura a definire la sua filosofia come “spiritualismo assoluto”, in quanto basata sul puro atto del pensare, da cui il termine celeberrimo di “attualismo”. Marx, invece, rimase un materialista irriducibile, anche se prese le distanze dal materialismo ingenuo di Feuerbach. Infatti, si dice giustamente che corresse Hegel con Feuerbach e Feuerbach con Hegel. E’ vero, altresì, che Gentile, in Genesi e struttura della società, suo vero e proprio testamento morale prima di essere barbaramente assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 (come ben sanno i miei affezionatissimi lettori), teorizza l'”umanesimo del lavoro” e sottolinea la necessità della partecipazione attiva delle masse lavoratrici alla vita dello Stato, ma lo fa nel quadro di una visione corporativa dello Stato, in cui prevale non la lotta di classe, ma la collaborazione delle classi in vista del comune interesse nazionale.

E veniamo ad Heidegger. Il filosofo di Messkirch è un pensatore profondamente, radicalmente ed essenzialmente religioso, e ciò dovrebbe bastare per spiegare la distanza siderale da Marx. Inoltre, il Dio di Heidegger è un Dio sui generis: non è quello cristiano, per sua stessa ammissione, che in qualche modo potrebbe far pensare ad un certo buonismo messianico, tanto caro ai cattocomunisti nostrani e quindi, sia pure indirettamente, a Marx. E’ invece un dio effimero, apofatico, come quello di Meister Eckhart, e non catafatico, come quello di S. Tommaso d’Aquino (sulla differenza tra teologia apofatica e teologia catafatica rimando al mio Doctor Apulicus). Ciò nonostante, Fusaro sostiene che entrambi questi autori, Marx ed Heidegger, “scoprono nell’apparato tecnocapitalistico i tratti…di un Gestell, di un ‘impianto’ coercitivo, impersonale e anonimo, che assoggetta a sé l’umanità” (Op. cit., p.14).

Torniamo dunque al nocciolo del problema: ma veramente l’Occidente coarta e assoggetta l’umanità? Pensare questo è semplicemente ridicolo, perché in Occidente alla fine “sbarcano” tutti e quelli che non lo fanno hanno imparato, male, a produrre la ricchezza con lo stesso sistema, quello tecnocapitalistico, tanto in uggia a Fusaro e ai suoi degni compari (cfr. F. RAMPINI, Fermare Pechino).

ATTUALITA’ DELL’ ATTENTATO A GIOVANNI GENTILE DEL 15 APRILE 1944

Ieri c’era qualcuno che, parlando da Radio Mosca, incitava al barbaro assassinio di Giovanni Gentile, reo di aver tenuto a Roma, il 24 giugno 1943, un discorso in cui invitava il popolo italiano alla concordia nazionale: si chiamava Palmiro Togliatti. Oggi, al suo posto, troviamo altri personaggi, come per esempio Luciano Canfora che, dopo aver scagionato i comunisti dall’accusa di aver voluto uccidere Giovanni Gentile con il suo libro La sentenza del 1985, adesso se la prende con l’Ucraina, o come Tomaso Montanari che, dopo aver negato le Foibe, nega oggi le armi al popolo ucraino, con le quali difendersi dall’aggressione moscovita (cfr. l’articolo di MARIA TERESA MELI sul “Corriere della Sera” del 13 aprile 2022, p. 13). Corsi e ricorsi storici, direbbe il nostro Gian Battista Vico!

Tornando agli anni cruciali della Seconda guerra mondiale, qualche tempo dopo l’attacco verbale di Togliatti da Radio Mosca, Concetto Marchesi, studioso di antichità classica presso la prestigiosa Università di Padova, intervenne sul tema con un articolo pubblicato dalla stampa clandestina comunista, che si concludeva con la seguente frase (mai smentita da Marchesi) di un autorevole dirigente comunista, Girolamo Li Causi: “Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!”. A onor del vero, bisogna ricordare che nel frattempo Gentile aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, accettando la carica di Presidente dell’Accademia d’Italia, spintovi da una lettera aperta di un ministro badogliano che l’accusava di camaleontismo (aveva soltanto dato la sua disponibilità a collaborare con il nuovo governo antifascista, a beneficio della scuola italiana da lui saggiamente riformata) e dalla preoccupazione per la sorte del figlio Federico, internato dai tedeschi a Leopoli dopo l’8 settembre 1943 e non intenzionato ad arruolarsi nella RSI. Inoltre nel marzo del 1944 erano stati fucilati a Firenze cinque giovani renitenti alla leva, ma non per colpa di Gentile!

Come ha scritto ANTONIO CARIOTI, riportando l’opinione del professor Francesco Perfetti, autore del libro Assassinio di un filosofo (Firenze, Le Lettere 2004): “Se anche l’esecuzione venne decisa in ambito fiorentino, come emerge dalle rivelazioni di Teresa Mattei pubblicate dal ‘Corriere’ nello scorso agosto, il vertice nazionale del PCI se ne assunse nei fatti la piena responsabilità” (“Corriere della Sera”, 29 ottobre 2004, pagina della “Cultura”). L’azione, infatti, era stata decisa allo scopo di mettere in difficoltà la componente azionista, di formazione gentiliana, del Comitato di Liberazione fiorentino e affermare il primato comunista. Non a caso, dopo l’attentato, il Partito d’Azione prese ufficialmente le distanze da esso e Tristano Codignola lo deplorò, mentre Pietro Calamandrei, uno dei padri nobili della nostra Costituzione, fremette d’indignazione, per non parlare poi delle reazioni di tanti altri illustri personaggi del mondo della cultura, come Giovanni Spadolini, Benedetto Croce, ecc.

Quanto agli inglesi (la cosiddetta “pista inglese”), non furono determinanti, a parte l’invettiva di Radio Londra contro un “arlecchino filosofo drappeggiato di croci uncinate”, come dimostrano le accurate ricerche di archivio condotte dallo storico Paolo Paoletti (cfr. P. PAOLETTI, Il delitto Gentile, esecutori e mandanti, Firenze, Le Lettere 2005).

Alla fine, la strategia adottata dai comunisti italiani ottenne gli effetti desiderati, non solo a Firenze ma in tutta Italia, perché gli azionisti non vollero rompere l’unità antifascista e il loro declino politico fu inevitabile. Così, ancora una volta, ieri come oggi, Mosca è riuscita a prevalere!

UN LIBRO COME QUESTO

Con un libro come questo, i nostalgici del regime fascista possono dormire sonni tranquilli. Perché? Perché non mantiene la promessa di smontare “ad uno ad uno” i luoghi comuni sul fascismo, quelli ad esso favorevoli.

Parto dalla prefazione di Carlo Greppi che esordisce così: “A sessantacinque anni dalla caduta del nazismo…” Del nazismo? Ma non stiamo parlando del fascismo? Ancora una volta si dà per scontata la formula del “nazi-fascismo”, che contestai ad Emilio Gentile l’ultima volta che venne a Cecina a parlare nel liceo dove insegnavo e che certamente non trova riscontro nelle seguenti parole di Hannah Arendt: “I nazisti sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano” (H. ARENDT, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2001, p. 182).

L’autore, da parte sua, scrive: “Diffondere spunti di memoria positivi su chi, come vedremo, è stato di fatto il maggior massacratore di italiani della storia…” (F. FILIPPI, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, Bollati Boringhieri, Torino 2019, p. 5). Ma lo sa lui che prima del “biennio nero” ci fu in Italia il “biennio rosso” con morti e feriti da una parte e dall’altra? E che prima della Seconda guerra mondiale ci fu la Prima guerra mondiale con 650.000 morti e circa 2 milioni di mutilati? O non lo sa o, più probabilmente, fa finta di non saperlo.

Andiamo avanti: le pensioni! Il sistema pensionistico italiano – pontifica il nostro – non nasce col fascismo (ovvio!), ma il fascismo se n’è appropriato. Il che non dimostra affatto la falsità del contornato di p. 11: “MUSSOLINI CI HA DATO LE PENSIONI!”. La tredicesima? L’autore, a questo proposito, scrive: “Per quasi tutto il fascismo questo tipo di bonus fu lasciato alla libera scelta dei datori di lavoro”. Però subito dopo aggiunge: “La tredicesima mensilità, denominata ‘gratificazione’, fu inserita ufficialmente il 5 agosto 1937 dalla Camera delle Corporazioni fascista all’articolo 13 del contratto collettivo nazionale di lavoro” (Op. cit., p. 14). Quindi, alla fine, diventò norma!

Anche le bonifiche non le inventò ovviamente il fascismo, ma le potenziò e le regolamentò, se, come lo stesso autore ammette, la legge 215 del 1933, uscita dopo quelle del ’23 e del ’28, sanciva “quali fossero gli obblighi dei proprietari, come la manutenzione dei canali, indispensabile per mantenere la salubrità, o il divieto di accumulare troppi terreni bonificati, o di subaffittare le proprietà a scopo di lucro” (Op. cit., p. 26). E così anche l’edilizia popolare non fu un’invenzione del fascismo, però anche in questo caso “qualcosa [rispetto al passato] cambiò con la legge del 1935, che stabilì la provincializzazione del sistema di gestione dell’edilizia popolare e la costituzione di un consorzio nazionale” (Op. cit., p. 34), cambiò cioè la capacità attuativa di quanto già disposto dai precedenti governi liberali.

L’EUR? Una “quinta teatrale” la definisce il nostro, con la differenza che le quinte teatrali durano l’arco di uno spettacolo, mentre l’EUR è ancora lì col suo “Colosseo quadrato”: può piacere o meno, ma è pur sempre un monumento storico che testimonia lo slancio creativo di un regime che in vent’anni ha tentato di modernizzare un paese in forte ritardo rispetto alle altre grandi potenze dell’epoca. I risultati sono certamente discutibili sotto molteplici aspetti, se si pensa per esempio allo sventramento di alcuni quartieri romani che oggi nessuno oserebbe abbattere, ma inoppugnabili per quanto riguarda la loro stessa esistenza.

Sulla mafia, si sa che non fu estirpata definitivamente, ma l’azione di contrasto esercitata dallo Stato, grazie al prefetto Mori nominato da Mussolini, ebbe i suoi effetti. Tant’è vero che a p. 59 leggiamo che “quando, nel 1943, con la liberazione [io la chiamerei più correttamente invasione] da parte degli alleati dell’isola e la caduta del regime fascista in Sicilia, si registrò un vuoto di potere [non solo, ma anche il ritorno di molti mafiosi che erano stati costretti a cambiare aria], il sistema mafioso si rivide in tutta la sua virulenza”. Il che significa che quella “virulenza”, sotto il fascismo, l’aveva persa!

A proposito delle banche, l’autore scrive a p. 67: “Le misure prese dal governo per far fronte alla crisi [del ’29] furono innanzitutto il salvataggio delle grandi banche d’affari con denaro pubblico”. Ebbene, anche oggi lo Stato salva le banche con denaro pubblico: è un bene o un male? Ovviamente è un bene se tutela il risparmio ed un male se permette e incoraggia il malaffare dei soliti “ignoti”, malaffare che oggi mi sembra abbastanza in auge.

Venendo al ruolo delle donne, leggiamo: “La prima legge organica fascista di rilievo sul tema, ad esempio, è quella che fonda l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia” (Op. cit., p. 80). Una legge colpevole però, secondo il nostro, di “avere messo al centro non la difesa della donna come individuo [io direi meglio come “persona”], ma l’atto di mettere al mondo figli”. Apriti cielo: esiste colpa più grave di questa? Ovviamente no, per Francesco Filippi. Che dire poi dei treni? La leggenda vuole che viaggiassero in orario, ma Filippi ne dubita in base al seguente ragionamento: se ci fossero stati dei ritardi, la cosa non si sarebbe risaputa, perché c’era la censura. Risaputa forse no, ma saputa sì, tramite le lamentele degli stessi viaggiatori, la cui eco sarebbe giunta fino a noi.

Sul fatto che Mussolini non sia stato un grande condottiero concordo, ma è proprio questo il punto: se Mussolini non si fosse lasciato travolgere dal delirio di onnipotenza e sedurre da Hitler, la storia del fascismo sarebbe potuta finire in un altro modo, mentre quella di nazismo e comunismo non sarebbe mai potuta finire diversamente da come è finita. Sul colonialismo italiano prima ancora che fascista, rimando alla lettura di un libro di ALBERTO ALPOZZI, questo sì capace di smontare ad una ad una “leggende, fantasie e fake news sul colonialismo italiano”, intitolato Bugie coloniali (Eclettica, Massa 2021). In esso viene rivalutato, con buona pace di Angelo Del Boca, il contributo dato dagli italiani, anche in epoca fascista, allo sviluppo sociale ed economico di quei territori che oggi sono in preda ai peggiori flagelli dell’umanità: guerra, fame, malattie.

Infine, parliamo di Gentile, citato a p. 124 perché colpevole di aver fatto diminuire, con la sua riforma, le iscrizioni alle facoltà scientifiche a tutto vantaggio di quelle umanistiche. Su questa presunta valenza antiscientifica non solo di Gentile ma di tutta la cultura italiana di quell’epoca, si pensi per esempio all’influenza di un grande antifascista come Benedetto Croce, si sono versati fiumi d’inchiostro. Secondo me non ci fu nessuna avversione, ma la fondata convinzione che la scienza non può prescindere da quell’Umanesimo di cui è pur sempre figlia. A Gentile, in particolare, va riconosciuto il merito di aver voluto storicizzare la scienza, anticipando la nascita dell’epistemologia moderna (Cfr. G. GENTILE, Scienza e filosofia, in Introduzione alla filosofia, Sansoni, Firenze1981, pp.171-87). Gentile poi fu ammazzato come un cane a Firenze, dai GAP, il 15 aprile 1944. Ma questo, Filippi, non lo scrive!

DISCORSO DI FINE ANNO

Cari Amici, vicini e lontani, che mi seguite su questo blog, nell’augurarvi un felice Anno Nuovo vi prego di dare un contributo alla critica di me stesso, leggendo e commentando quanto segue.

Il 2021 è stato per me un anno importante, caratterizzato:

1) dalla commemorazione del Milite Ignoto;

2 e 3) dal ricordo della battaglia di Monte Lungo e del generale Messe;

4) dall’intervento di Bergoglio sulla S. Messa in latino con il Traditionis custodes;

5) dalla rievocazione della battaglia di Cecina;

6) dalla visita alla Facoltà di Teologia di Lugano;

6 e 7) dalla esaltazione dell’umanità di Gentile e della sensibilità di Proust;

8) dal festeggiamento dei 160 anni dell’Unità d’Italia;

9) dall’esposizione del “tensionalismo”;

11) dalla discussione sulle Foibe;

12) dalla presentazione dell’UMI.

In 12 mesi ho quindi affrontato 12 argomenti che mi stavano particolarmente a cuore e che, anche a distanza di tempo, conservano tutta la loro peculiare forza di attrazione e di coinvolgimento.

La commemorazione del Milite Ignoto mi ha indotto ad andare nottetempo a Firenze ad intercettare di prima mattina lo storico carro ferroviario su cui fu deposta nel 1921 la salma del Milite Ignoto e assistere alla cerimonia svoltasi in Suo onore alla presenza delle più alte cariche civili e militari. Successivamente sono stato invitato a tenere sul suddetto argomento una vivace conferenza presso la sede di Fratelli d’Italia a Cecina.

Per quanto riguarda poi il ricordo del generale Messe e della battaglia di Monte Lungo, è stata l’occasione per fare il punto sulla delicatissima questione del passaggio in Italia dal fascismo repubblichino all’antifascismo repubblicano, a scapito di quella tradizione monarchico-risorgimentale che avrebbe potuto, se degnamente restaurata, rafforzare la coscienza nazionale.

L’evento tuttavia più clamoroso e sconcertante di quest’anno è stato quello della discesa in campo di Bergoglio contro la S. Messa in rito romano antico, ad onta del suo predecessore e di quei cattolici tradizionalisti che, a differenza dei seguaci di Monsignor Lefebvre, hanno sempre chinato la testa e praticato la virtù dell’obbedienza: mal gliene incolse!

La rievocazione della battaglia di Cecina è stato un momento di grande partecipazione popolare anche grazie all’esibizione in piazza della banda musicale cittadina e alla realizzazione di un filmato che ha richiamato addirittura l’attenzione del TG 2 di Gennaro Sangiuliano.

La visita alla città di Lugano è stato quasi un atto dovuto perché chiunque ha a cuore le sorti della filosofia non può fare a meno di visitare questa ridente località lacustre, in cui troneggia una statua di Socrate morente di bella fattura e in cui ha sede una prestigiosa Facoltà di Teologia, che irradia le sue copiose pubblicazioni in tutto il mondo.

Per quanto riguarda l’umanità di Gentile e la sensibilità di Proust, mi è sembrato giusto riconoscere all’uno il primato della coerenza umana, oltre che filosofica, e all’altro quello della più affascinante ricognizione introspettiva dell’età moderna.

Veniamo dunque alla nascita dello Stato unitario italiano: se non si fosse realizzata, sarebbe stato meglio o peggio per le genti italiche? Se l’Italia fosse rimasta una semplice espressione geografica certamente ci saremmo risparmiati tanti lutti e distruzioni, ma avremmo avuto anche tanti atti di eroismo in meno e meno sviluppo economico, anche se l’unificazione non fu il frutto di un calcolo mercantilistico, ma l’aspirazione e l’anelito di grandi personalità, come quella del sommo poeta Dante, a 700 anni dalla morte.

Il tensionalismo è il distillato della mia personale ricerca filosofica e si fonda sulla tensione inesauribile del finito verso l’infinito – perché il finito senza l’infinito inaridisce e l’infinito senza il finito svanisce – e sul carattere interpretativo che la filosofia, a differenza della scienza, presenta dai suoi esordi socratici fino alla piena maturità kantiana cioè moderna.

Sulle Foibe ho cercato di dire qualcosa di nuovo e cioè che esse furono al tempo stesso conclamate e preannunciate dall’agguato che la divisione Garibaldi-Natisone, d’ispirazione comunista e di cieca osservanza titina, tese alla brigata Osoppo, d’ispirazione cattolica e monarchica, a Porzus nel febbraio del 1945, quindi tra la prima e la seconda ondata d’infoibamenti. Questo tragico episodio dimostra che in quella parte d’Italia, all’epoca, la vera contrapposizione non era tra fascisti e antifascisti, ma tra antifascisti filo-iugoslavi e antifascisti filo-italiani.

La stesura e la pubblicazione del programma dell’UMI (=Unione dei Moderati Italiani) non ha sortito l’effetto desiderato, perché il centrodestra ha continuato a presentarsi diviso, ottenendo conseguentemente scarsi consensi elettorali. Gli è che in Italia oggi urgono tre cose fondamentali: l’abolizione delle regioni, carrozzoni inutili e costosi, l’introduzione del presidenzialismo, con il sistema elettorale a doppio turno, e l’intervento armato in Libia, per ristabilire l’ordine e quindi impedire la partenza dei barconi. Purtroppo nessun partito di quelli attualmente presenti in Parlamento ha queste priorità, pertanto ho auspicato la nascita di un nuovo soggetto politico.

IGNOTO MILITI

Il carro utilizzato nel 1921 per la traslazione del Milite Ignoto, in sosta nella stazione di Firenze Santa Maria Novella

Il 10 novembre 2021 ho tenuto a Cecina, nella sede di Fratelli d’Italia, una breve conferenza sul Milite Ignoto, nella quale più che soffermarmi sulla ricostruzione del fatto in sé, a tutti noto soprattutto grazie al docu-film La scelta di Maria, ho cercato di dare un’interpretazione di questo importante evento nella storia d’Italia.

La figura del Milite Ignoto – ho detto – è una figura eminentemente simbolica a cui fu affidata una funzione unificatrice di tutta la Nazione, dilaniata, dopo la guerra, da una devastante disgregazione sociale e politica, paragonabile ad una vera e propria guerra civile. Da una parte c’erano milioni di reduci, spesso mutilati (come la nostra Vittoria), che chiedevano lavoro e riconoscenza e dall’altra la caparbia volontà di considerare i reduci non come i protagonisti di una vittoria ma come le vittime di un’ “inutile strage”, stante la definizione della Prima guerra mondiale da parte di Benedetto XV. Nella sola Cecina, il 25 gennaio 1921, fu ferito mortalmente, a colpi di arma da fuoco, Dino Leoni, un fascista livornese qui convenuto insieme ad altri suoi camerati per rimettere al suo posto, cioè in municipio, una targa commemorativa su cui era inciso il Bollettino della Vittoria, quello che si conclude con la famosa frase: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine, e senza speranza, le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”. Dell’accaduto fu ritenuto responsabile dagli inquirenti, non ancora sottoposti al regime fascista, il sindaco socialista Ersilio Ambrogi, quello della via in cui è ubicato il Liceo “Fermi” dove anch’io ho insegnato, che fu arrestato e condannato, ma rimesso in libertà poco dopo perché eletto deputato nelle liste del neonato Partito Comunista d’Italia. Poté quindi espatriare.

La commemorazione del Milite Ignoto non riuscì nel suo intento pacificatore perché tardiva (le altre potenze europee l’avevano celebrata prima di noi) e perché lo scontro tra interventisti e neutralisti, prima dell’intervento, era stato molto duro. A proposito di quest’ultimo tema, la contrapposizione nel paese e nel parlamento tra interventisti e neutralisti, conviene ricordare quel che disse Gabriele D’Annunzio a Quarto il 5 maggio 1915, in occasione della inaugurazione del monumento ai Mille: “Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi”. Con queste parole egli auspicava la concordia tra gli “affamati e assetati di gloria” (sono sempre parole sue), che chiedevano l’intervento, e quelli che invece volevano scongiurarlo. E concordia fu, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto. Non bisogna inoltre dimenticare l’importanza di quello straordinario fenomeno che va sotto il nome d’irredentismo. Già prima dell’intervento, da Oberdan a Battisti, fu tutto un fiorire di eroiche gesta, auspicate dal Carducci con i seguenti versi, tratti da Saluto italico: “in faccia a lo stranier, che armato accampasi / su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!”.

La figura del Milite Ignoto fa parte inoltre di quella “nazionalizzazione delle masse” che fu una delle tendenze più profonde e costanti dell’Europa del XIX secolo e che si può considerare il principale fattore di movimento anche del XX secolo, almeno fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale. Da essa scaturì anche la “mobilitazione delle masse” e la conseguente nascita di regimi dittatoriali di massa, in cui il consenso era spesso spontaneo anche se fortemente condizionato dalla repressione poliziesca. Tuttavia, il ricordo del Milite Ignoto sopravvisse al crollo delle suddette dittature ed è ancora oggi vivo, perché intriso di sacralità ed espressione di una intramontabile religione civile basata sull’amor di Patria. Questa sacralità nasce anche dal fatto che non sappiamo nulla di lui, se patrizio o plebeo, settentrionale o meridionale, interventista o neutralista. Sappiamo solo che fu un valoroso soldato italiano che non abbandonò il posto del pericolo e dell’onore e che cadde nell’adempimento del “sacro dovere” (Art. 52 della Costituzione) di difendere la Patria!

UN’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Dopo l’intervista impossibile a Guerrazzi, mi sono cimentato in quella al generale Giovanni Messe.

ALDO – Generale, buongiorno e grazie per aver accettato il mio invito a farsi intervistare da un suo conterraneo di San Pietro Vernotico. La prima domanda è sul suo paese d’origine, che non è San Pietro Vernotico ma Mesagne, ridente cittadina salentina a pochi chilometri da San Pietro Vernotico. Quale ricordo conserva di Mesagne?

MESSE – Quello di un paese che custodisce grandi tesori artistici, tant’è che l’attuale Ministro della Cultura, Franceschini, l’ha candidato a capitale della cultura 2024. Il ricordo più commosso poi va alla mia famiglia: umile ma dignitosa; una famiglia insomma del profondo Sud, abituata a vivere onestamente grazie al lavoro di mio padre che faceva il pizzicagnolo ossia il piccolo commerciante di generi alimentari.

ALDO – Dove si è formato?

MESSE – All’Accademia Militare di Modena; è lì che ho imparato ad applicare il sapere all’arte militare, preparandomi così a vivere con consapevolezza e senso di responsabilità le mie molteplici esperienze di comando: dalla Libia al primo conflitto mondiale e poi l’Etiopia, l’Albania, la Grecia, la Russia e l’Africa. Infine, c’è stato l’impegno politico, a difesa della riconquistata libertà e della sovranità nazionale, messe pericolosamente a repentaglio dalla smania del PCI d’infrangere la linea filo-atlantica dei governi centristi e dare l’Italia in pasto alla politica imperialista dell’URSS.

ALDO – Quest’ultimo impegno è forse quello che lo ha fatto soffrire di più, vero?

MESSE – Sì, perché i comunisti, nel secondo dopoguerra, mi hanno attaccato con virulenza sulla stampa e in Parlamento, dove sedevo dopo essere stato eletto in una delle liste monarchiche di quel tempo, accusandomi di essere stato un servo sia di Mussolini sia di Hitler. Il che è stato dimostrato falso perfino in sede giudiziaria, tant’è che Luigi Pintor, il giornalista che con più acrimonia mi aveva calunniato dalle colonne dell’ “Unità”, fu riconosciuto colpevole del reato di diffamazione e condannato a vari mesi di carcere più altre pene accessorie. Nel dispositivo della sentenza si legge: “Il generale Messe, quale soldato, fu fedele verso la Patria e le leggi dello Stato e verso Mussolini sino al 25 luglio 1943, cioè finché questi rappresentava il governo” (in L. ARGENTIERI, Messe soggetto di un’altra storia, Burgo editore, Bergamo 1997, pp. 296-7).

ALDO – Bene, allora vediamo di analizzare i fatti sine ira et studio, partendo non dalla Prima guerra mondiale, durante la quale si comportò valorosamente come attestano le sue onorificenze e una tavola di Beltrame sulla “Domenica del Corriere” a lei dedicata, ma dall’Albania, dal momento in cui, nel corso della Seconda guerra mondiale, incominciò a entrare gravemente in crisi tutto l’apparato militare italiano, con grande sconcerto di alcuni gerarchi più illuminati, come per esempio Giuseppe Bottai.

MESSE – Ebbene, per capire che cosa successe in Albania, bisogna fare un passo indietro: il 10 giugno 1940, com’è noto, Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, convinto che la Germania avesse già vinto. Sentendosi poi umiliato dalla condotta politico-militare della Germania, volle mettere Hitler di fronte al fatto compiuto e attaccò la Grecia il 28 ottobre 1940, pensando di riportare una facile vittoria. Invece la cosiddetta “guerra parallela” subì in Grecia una disastrosa battuta di arresto e perfino il capo di stato maggiore, Badoglio, dovette dimettersi e lasciare il posto a Cavallero. In questa difficile circostanza fui mandato in Albania, perché nel frattempo il fronte si era spostato dalla Grecia in Albania, a tamponare le falle che si erano aperte nel nostro schieramento a causa del freddo, della disorganizzazione e dell’energica controffensiva greca. Feci quel che potei e qualche risultato riuscii ad ottenerlo, ricompattando la nostra linea difensiva e, soprattutto, trasmettendo ai miei subalterni e a tutta la truppa lo slancio combattivo che nel corso della campagna era venuto del tutto meno. Fu così che, anche grazie all’intervento tedesco, riuscimmo alla fine ad avere la meglio sulla Grecia. D’altronde, anche in Africa settentrionale, più o meno nello stesso arco di tempo, il nostro esercito era stato sbaragliato dalle truppe inglesi e aveva ripreso ad avanzare solo dopo l’arrivo di uomini e mezzi dell’Afrika Korps al comando del generale Rommel. Per non parlare poi dell’Africa Orientale Italiana, completamente abbandonata a se stessa e facile preda delle soverchianti forze inglesi.

ALDO – Dopo la Grecia, Mussolini decise di sostenere lo sforzo bellico tedesco in Russia, inviando in questo lontano e sterminato paese un corpo di spedizione italiano (CSIR) comandato da lei, generale Messe . Perché la scelta di Mussolini cadde proprio su di lei?

MESSE – Premetto subito che la scelta non fu dettata da una mia presunta adesione al fascismo, perché io al fascismo non attribuivo particolari meriti politici, se non quello di essere stato riconosciuto dal mio re in grado di reggere le sorti dell’Italia, dopo le tragiche vicende del “biennio rosso” (1919-1920), durante il quale la violenza socialcomunista sembrò sul punto di prevalere, come già era successo in Russia. Il mio compito alla testa del CSIR fu sempre duplice: combattere i sovietici con ogni mezzo, senza però macchiarsi di crimini di guerra come invece accadde ai tedeschi, e, contemporaneamente, tenere a bada e contrastare, ove necessario, la tracotanza di questi ultimi. Inoltre mi preoccupai di rifornire i miei uomini di tutti quegli indumenti pesanti di cui avrebbero avuto certamente bisogno nell’imminente stagione invernale, tra il 1941 e il 1942, inviando un ufficiale di mia fiducia ad acquistare sul libero mercato della Romania capi di abbigliamento, stoffe e pellicce adatti all’uopo. Nel 1942 tentai invano di dissuadere Mussolini dal trasformare il corpo di spedizione in un’armata, passando da un impegno già logisticamente gravoso di 100.000 uomini a quello ancor più gravoso di 200.000 uomini circa. Non ci fu niente da fare ed io preferii tornarmene in Italia, anche perché il comando dell’ARMIR (nuova denominazione del nostro corpo di spedizione in Russia) fu affidato a Gariboldi, di cui non nutrivo grande stima.

ALDO – Infatti nel diario di Ciano si legge quanto segue: “Vedo Messe di ritorno dalla Russia. Ha il sangue agli occhi contro Cavallero perché gli ha proposto il vecchio e fesso Gariboldi nel comando dell’Armata…Come tutti coloro che hanno avuto a che fare coi tedeschi, li detesta e dice che il solo modo per trattare con loro è quello dei cazzotti nello stomaco” (G. CIANO, Diario 1937-1943, a c. di R. De Felice, Rizzoli, Milano 1980, p. 627).

MESSE – Beh, si sa, Ciano nutriva un odio viscerale nei confronti dei tedeschi e della “tedesca rabbia”, come dice il Petrarca, anche perché figlio di quel Costanzo che da buon dannunziano li aveva visti sempre come nemici naturali dell’Italia. In fondo avevano ragione… se solo si pensa al trattamento riservato ai nostri soldati a Cefalonia, per non parlare degli altri eccidi ai danni della popolazione civile.

ALDO – Ebbene, dopo di ciò il Duce la convoca per affidarle il comando delle nostre truppe in Africa settentrionale.

MESSE – Anche in questo caso bisogna fare un passo indietro. Nel 1942, come si sa, ci fu la sconfitta dell’Asse ad El Alamein e Rommel incominciò a ripiegare senza riuscire a capovolgere la situazione come altre volte gli era riuscito di fare e ciò per colpa soprattutto sua: non aveva voluto con testardaggine teutonica dare retta a noialtri italiani che anteponevamo la conquista di Malta (“Esigenza C3”) all’avanzata verso Alessandria d’Egitto. Pretese addirittura, e ottenne, che la Folgore fosse mandata allo sbaraglio in pieno deserto, anziché essere paracadutata come previsto su Malta. Così i carri armati dell’Asse rimasero senza carburante, perché i nostri convogli dall’Italia venivano puntualmente intercettati dai sommergibili e dagli aerei di stanza a Malta. Ritengo perciò che la responsabilità principale della sconfitta finale ricada sui nostri alleati, solitamente ritenuti più forti (cosa vera solo per quanto riguarda la superiorità degli armamenti). Si aggiunga a tutto ciò il danno enorme prodotto da Enigma (la macchina tedesca per cifrare e decifrare): ad essa gl’inglesi contrapposero efficacemente Ultra e la colpa delle fughe di notizie di vitale importanza per l’Asse fu attribuita, con la solita spocchia, dai tedeschi agl’italiani. E poi che bisogno c’era di attaccare l’URSS che fino a quel momento aveva regolarmente rifornito la Germania di preziose materie prime? Quando il Duce mi convocò per darmi l’incarico di organizzare l’ultima strenua difesa del nostro contingente in Africa (il grosso dell’Afrika Korps si era nel frattempo dileguato), mi resi subito conto che si trattava di fare il “comandante degli sbandati” e accettai per puro spirito di servizio, cercando nei limiti del possibile di rallentare la poderosa avanzata degli anglo-americani in Tunisia e fu in un certo senso un successo che costò caro ai nostri nemici. Alla fine fummo costretti ad arrenderci e Mussolini mi nominò Maresciallo d’Italia, il grado più alto nella nostra gerarchia militare. Lo fece sua sponte, perché mi stimava sul serio; poi quando apprese della mia decisione di ricoprire la carica di capo di stato maggiore del risorto esercito regio, quello per intenderci nato proprio a San Pietro Vernotico il 26 settembre 1943 e ricopertosi di gloria nella battaglia di Monte Lungo, mi accusò di tradimento e lo fece con lo stesso rammarico di chi “racconta la storia di un amore tradito” (L. ARGENTIERI, Messe soggetto di un’altra storia, cit., p. 219), ma le assicuro che fu, il suo, un amore non corrisposto!

ALDO – Non nutro alcun dubbio sulla veridicità anche di quest’ultima sua affermazione e prendo commiato da lei riconoscendola degna d’imperitura memoria.

LA BATTAGLIA DI MONTE LUNGO

“Ma perché vi fate ammazzare per il re?” chiedeva la gente del posto ai soldati italiani mandati dagli americani all’assalto frontale, come ai tempi di Cadorna, contro le munitissime postazioni tedesche della Linea Gustav, nel dicembre del 1943, in località Monte Lungo, frazione del Comune di Mignano, provincia di Caserta. Lo scrive BENEDETTO CROCE nel suo diario, ripubblicato recentemente da Adelphi col titolo di Taccuini di guerra 1943-1945. Perché? Me lo sono chiesto anch’io, visitando il Sacrario Militare di Montelungo. La risposta l’ho trovata scolpita nella roccia: “QUAND’ERA PER I FRATELLI SMARRITI VANITA’ SPERARE FOLLIA COMBATTERE PRIMIZIA DI CREDENTI NOI SOLI ACCORREMMO INVITTI PER TE CADENDO ITALIA SE PIU’ DELLA VITA TI AMAMMO IL MONTE DELLA NOSTRA FEDE DOVE SEPOLTI ELOQUENTI RESTIAMO AFFIDA TU CON I NOSTRI NOMI AI FRATELLI RINATI PER SEMPRE”. Detto così, forse non si capisce bene. Provo perciò a farne la parafrasi per una migliore e più facile comprensione. L’estensore dell’epigramma sottolinea innanzi tutto lo scoramento non solo delle nostre truppe ma di tutto il Popolo italiano, dopo l’8 Settembre: gli ex alleati, cioè i tedeschi, deportavano i nostri soldati, spesso uccidendoli, e minacciavano di rappresaglia i civili (ricordo, ad esempio, l’eccidio di Cefalonia ed il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, al cui sacrificio, da perfetto innocente, molti civili dovettero la vita); gli ex nemici più che combattere bombardavano. Avrebbero da lì a poco bombardato perfino l’Abbazia di Montecassino, in cui non c’era un tedesco, in cui si erano rifugiati centinaia di sfollati e in cui erano custoditi da secoli tesori d’arte d’incommensurabile valore per l’Umanità intera. In questo contesto storico era perciò “vanità sperare” e “follia combattere”. Eppure un manipolo di eroi, provenienti da tutte le parti d’Italia, rispose affermativamente al richiamo del dovere e dell’onore militare, cadendo per l’Italia su di un monte che rimane affidato per sempre alla memoria dei “fratelli rinati” a nuova vita. Si può dire, perciò, che qui a Monte Lungo veramente la nostra Patria risorse, dopo essere morta, come sostiene ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA nel suo celeberrimo La morte della patria (Laterza 1996). Essa anzi tornò ad essere “invitta”, come sul Piave, a Vittorio Veneto e in tante altre battaglie della lunghissima Campagna d’Italia, grazie a quella che ARRIGO PETACCO ha battezzato come La Resistenza Tricolore (Mondadori 2010). Ma tutto incominciò il 26 settembre del 1943 a San Pietro Vernotico (il paese che mi ha dato i natali), località in cui nacque, auspice S. M. Vittorio Emanuele III, quel reparto militare che poi si sarebbe ricoperto di gloria a Monte Lungo: Il Primo Raggruppamento Motorizzato.

SULLA MESSA IN LATINO

  1. PREMESSA

   Anche i seguaci della S. Messa in rito romano antico danno molta importanza alla partecipazione “attiva” dei fedeli, all’actuosa partecipatio. Se, nel passato, questo importante aspetto della liturgia tradizionale è stato trascurato, nel presente non viene lasciato nulla d’ intentato affinché ogni parola ed ogni gesto sia chiaramente tradotto e spiegato. Le varie associazioni per la salvaguardia della liturgia latino-gregoraiana, a partire da quella da me presieduta, cioè dal Comitato cecinese “Pro Multis”, mettono infatti a disposizione degli interessati tutta una serie di supporti didattici ed educativi che rispondono perfettamente all’esortazione del sacerdote e filosofo Antonio Rosmini che già nell’ Ottocento, ben lungi dal voler sostituire il latino con l’ italiano, voleva invece che si desse “al popolo cristiano una diligente dichiarazione delle funzioni sacre, introducendo altresì la consuetudine che i fedeli che sanno leggere (e tutti dovrebbero sapere) assistano agli ecclesiastici uffici con libri appositi, nei quali v’abbia in volgare l’equivalenza di quello che nella Chiesa si recita in latino idioma” (A. ROSMINI, “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, Biblioteca Universale Rizzoli, “I libri dello spirito cristiano”, collana diretta da don Luigi Giussani, Milano 1966, pag. 32).

  1. EXCURSUS  STORICO

La messa che si è celebrata fino a qualche anno fa qui a Cecina nella chiesa di S. Carlo al Palazzaccio, prima che i sacerdoti dell’Istituto Cristo Re di Gricigliano ci abbandonassero inopinatamente e ingiustificatamente, è  la messa di sempre, non semplicemente quella in latino o preconciliare o tridentina o di S. Pio V: è quella, semmai, di S. Gregorio Magno, il vero fondatore della liturgia latino-gregoriana.

Questa liturgia, stabilita perennemente da Pio V nel 1570, dopo la tempesta luterana e la riforma promossa dal Concilio di Trento, rimase in vigore fino al 1969, quando Paolo VI firmò il “Novus ordo missae” (=il messale attuale), e fu difesa a spada tratta non solo da mons. Marcel Lefèbvre, ma anche da altri eminenti uomini di chiesa, come i cardinali Ottaviani e Bacci, da santi, come S.  Pio da Pietrelcina, e da uomini e donne di cultura, come Cristina Campo.

A beneficio della verità storica va detto che il Papa Giovanni XXIII, citato spesso a sproposito, fu sempre molto legato all’uso della lingua latina nelle sacre celebrazioni e lo stesso Concilio da lui indetto, pur auspicando naturalmente un maggior coinvolgimento dei fedeli e un più ampio uso delle lingue volgari, non abolì il primato del latino nella vita ufficiale della Chiesa e nei momenti “forti” della liturgia, come quello della consacrazione.

Per blandire i seguaci di mons. Lefèbvre, Giovanni Paolo II promulgò nel 1984 e nel 1988 due documenti nei quali invitava caldamente gli ordinari diocesani, cioè i vescovi, a concedere l’indulto, cioè il permesso di celebrare la messa secondo il canone antico, a chi ne avesse fatto richiesta. Questo invito, in alcuni casi, sortì l’effetto desiderato, in altri cadde nel vuoto, così a Piombino, grazie ad  Angelo Comastri, vescovo nel 1992 di Massa M.ma e oggi cardinale, l’indulto fu concesso, mentre a Bergamo, dove io stesso raccolsi circa 100 firme, no. Tuttavia, la situazione si è poi capovolta: oggi a Piombino non c’è più la messa in latino, mentre a Bergamo viene celebrata addirittura due volte, ogni domenica, nella chiesa di San Bernardino.

Con l’elezione di S.S. Benedetto XVI arrivò finalmente la grande svolta: chiedere la S. Messa in rito romano antico diventò un sacrosanto diritto, non più soggetto alle arbitrarie decisioni dei vescovi, perché quel rito non era mai stato abrogato e perché conservava tutto il suo millenario fascino. Nel motu proprio “Summorum Pontificum” del 7 luglio 2007 si leggeva: “ART. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (=legge della preghiera) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione della “lex credendi” (legge della fede) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano”. Il 16 luglio 2021, Papa Francesco, con il motu proprio “Traditionis custodes”, ha drasticamente ridimensionato questa possibilità di celebrare la messa in latino, adducendo come pretesto “un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II”. Il che può anche essere accaduto sporadicamente, ma non nella maggior parte dei casi, essendo largamente diffusa tra i tradizionalisti “moderati” l’opinione della continuità tra prima e dopo il Concilio (Cfr. P. SERAFINO  M.  LANZETTA, Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, Cantagalli, Siena 2012).

  1. PERCHE’  LA  MESSA  IN RITO  ROMANO  ANTICO ?

Entrando nel merito della questione è giusto indicare, sia pure sommariamente, quali sono i motivi che spingono alcuni cattolici come me a preferire la messa cosiddetta in latino a quella in italiano, senza nutrire alcuna avversione preconcetta nei confronti di quest’ultima. Tant’è vero che, almeno nel mio caso, quando non era possibile partecipare ad una messa in latino, partecipavo a quella in volgare.

Innanzitutto perché è più UNIVERSALE, cioè capace di raccogliere in unità di spirito e di lettera le varie nazioni cattoliche sparse per il mondo e le innumerevoli generazioni di cattolici e soprattutto di santi, che si sono avvicendate nei secoli.

Successivamente perché esprime i dogmi nei quali crediamo e i sacri misteri che si compiono sull’ altare in maniera più PRECISA.

A questo punto è d’uopo fare degli esempi concreti. Essendo fondamentalmente due i pilastri della S. Messa, il sacrificio propiziatorio di N.S.G.C. e la sua presenza reale nell’ Eucaristia, ne consegue che ogni dettaglio lessicale o gestuale può contribuire a rafforzare la nostra fede in questi due pilastri. Per esempio, la semplice parola latina “tollit”, normalmente tradotta con “toglie” nella preghiera che il sacerdote recita, prima di dare la Comunione (“Ecco l’agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo”), significa più esattamente che Gesù non solo toglie, ma prende anche su di sé i nostri peccati, essendo il peccato un debito che non si cancella con un colpo di spugna e che richiede di essere saldato, magari da qualcun altro, come appunto succede nella S. Messa cattolica.

Un altro esempio: nella messa in latino, il sacerdote si genuflette subito dopo la consacrazione, mentre in quella in italiano essa avviene dopo l’ostensione, cioè dopo il riconoscimento anche da parte dei fedeli dell’ avvenuta consacrazione.

Un ultimo esempio: la formula latina “pro multis”, pronunciata dal sacerdote dopo la consacrazione del vino, è preferibile a quella italiana “per tutti”, non solo perché filologicamente più corretta, derivando dal greco “polloi”,  ma anche perché rende meglio l’ idea dello sforzo che anche noi dobbiamo compiere per renderci degni della salvezza elargita da N.S.G.C. Per essere più chiaro cito le parole usate a questo proposito dal card. Francis  Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino: “L’ espressione ‘per molti’, pur restando aperta all’ inclusione di ogni persona umana, riflette inoltre il fatto che questa salvezza non è determinante in modo meccanico, senza la volontà o la partecipazione dell’ uomo. Il credente, invece, è invitato ad accettare nella fede il dono che gli viene offerto e a ricevere la vita soprannaturale data a coloro che partecipano a questo mistero, vivendolo nella propria vita in modo da essere annoverato fra i ‘molti’ cui il testo (latino) fa riferimento” (“Una Voce”, n. 25 e 26 Nuova Serie, Gennaio-Marzo 1/2007 e Aprile-Giugno 2/2007, pag. 2).

Per quanto riguarda i gesti, mi limito a sottolineare l’opportunità di ricevere la SS. Comunione in ginocchio e sulla lingua (tranne diverse disposizioni transitorie dovute alla pandemia in atto), perché anche questo aiuta a tenere bene a mente che in quella particola che noi riceviamo c’è veramente il Corpo e il Sangue di N.S.G.C.

Infine, preferiamo la S. Messa in rito romano antico perché semplicemente è più BELLA, nel senso che riesce ad evocare un’atmosfera intrisa di sacralità mistica, nella quale lo spirito più facilmente riesce ad elevarsi a Dio e ad aprirsi alla Sua Grazia. Contribuiscono a tale effetto la posizione del sacerdote che, non essendo “coram populo” (rivolto al popolo), fa da intermediario tra Dio e i fedeli, e alcune preghiere e letture che nel “Novus ordo missae” non ci sono più. Mi riferisco in particolare al bellissimo salmo 42 che viene recitato all’ inizio della messa in latino e che contiene, fra l’ altro, il famoso “Introibo ad altare Dei.” al quale si risponde con l’ altrettanto famoso “Ad Deum qui laetificat juventutem meam.”.  Mi riferisco altresì all’ “Ultimo Vangelo”, cioè alla lettura finale del più bel brano evangelico che ci sia, quello nel quale, Giovanni, il discepolo prediletto, riassume, con un linguaggio teologicamente e filosoficamente molto raffinato, l’essenza stessa del Cristianesimo: l’essersi Dio incarnato, fatto Uomo per dare all’ uomo una speranza di salvezza eterna.    

4. CONCLUSIONE

   Papa Francesco, con quest’ultima mossa, che viene dopo la censura severa ai Francescani dell’Immacolata e i cambiamenti introdotti nel Pater noster e nel Gloria, mette in difficoltà proprio quei tradizionalisti “moderati” che hanno cercato fino a ieri di conciliare la fedeltà alla Chiesa di oggi con quella di sempre. Pertanto, adesso, alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X, fondata da Mons. Lefèbvre, si spalancano praterie sconfinate, dove andranno a pascolare molte più pecorelle di prima.

ANCHE QUEST’ANNO…

Sì, anche quest’anno, ma mai come quest’anno, l’eco è stata vasta e penetrante. Mi riferisco alla commemorazione della Battaglia di Cecina, avvenuta il 2 luglio nei locali del Circolo Culturale “Il Fitto” di Cecina, ripresa dal TG2 di Gennaro Sangiuliano e consacrata dalla esibizione della Filarmonica “Pietro Mascagni”. Ecco il testo della mia introduzione storica:

L’anno scorso proposi come chiave di lettura la frase di Benedetto Croce “la storia è sempre contemporanea”, per spiegare l’entusiasmo con il quale dei giovani di oggi, quelli di “Toscana 44” e “Ultimo Fronte 1945”, si affannano a raccogliere, catalogare ed esporre con cura maniacale reperti bellici che ci permettono di rievocare, e quasi rivivere, il passato.

Quest’anno la frase che vi propongo è la seguente: “Non esistono liberatori, ma solo uomini che si liberano”. Essa campeggiava come motto sul giornale “Il Ribelle”, organo di stampa di una formazione partigiana d’ispirazione cattolica e monarchica, diretto da un personaggio straordinario: il beato Teresio Olivelli, Medaglia d’oro al valor militare. Questa frase, infatti, ci fa riflettere sul fatto che gl’italiani dell’epoca, pur essendo sottoposti ad un regime di occupazione sia al sud sia al nord, non rimasero alla finestra a guardare, tranne quelli della cosiddetta “zona grigia” o “attendisti” (un po’ come gl’ignavi di dantesca memoria), ma si prodigarono da una parte e dall’altra, affinché la libertà o l’onore, a seconda delle diverse scelte di campo, fossero salvaguardati anche dagli stessi italiani. Per esempio, Umberto Aiello, artificiere del Regio Esercito, dopo l’8 settembre scelse di far parte di una formazione partigiana operante sul territorio di Cecina e, subito dopo il passaggio del fronte, perì in un’opera di sminamento alla quale si era offerto volontariamente. Così lo ricorda Ivo Arzilli, il fondatore del Circolo “Il Fitto”: “Umberto Aiello si sentiva con entusiasmo di stare dalla parte giusta della Storia ma mai, come tutti i componenti di questo gruppo, agì avventatamente compiendo azioni sbagliate e fuori misura come fece un’altra formazione – più ideologizzata – che espose alla più brutale rappresaglia la popolazione civile di Guardistallo sacrificandola alle ragioni della politica solo a poche ore dalla liberazione da parte della Quinta Armata americana” [AA. VV., “Rione Palazzaccio, dal fio ‘n su e dal fio ‘n giù”, a c. di don Reno Pisaneschi, 1992].

In particolare, al centro della commemorazione di quest’anno, c’è lo scontro, avvenuto subito dopo la liberazione di Cecina ovvero tra il 4 e il 7 luglio 1944, per la conquista, da parte del 442° Reggimento americano, di una collina nei pressi di Castellina Marittima, denominata Hill 140 e strenuamente difesa da quel che restava della 16a Divisione corazzata SS tedesca. Lo scontro fu così sanguinoso da far passare alla Storia questa collina come la “little Cassino”, ossia come la località italiana in cui più duramente si è combattuto, dopo la battaglia per la conquista di Montecassino sulla linea Gustav. Inoltre, bisogna ricordare che i soldati del 442° erano in gran parte giapponesi naturalizzati americani, i cosiddetti “NISEI” (americani di seconda generazione), che s’immolarono nel giorno in cui gli USA festeggiavano la proclamazione dell’Indipendena, il 4 luglio appunto, proprio per dimostrare di essere fedeli alla Nazione americana più di quanto non pensassero le autorità civili e militari americane, che fino a quel momento li avevano guardati con diffidenza e sospetto. Sta di fatto che le alte decorazioni, guadagnate dagli ufficiali e dai soldati di questo reparto, in particolare dal 100° Battaglione, furono tardive ma assai numerose. A questo punto, prima di aprire il dibattito, è doveroso prestare la massima attenzione al cortometraggio che rievoca, con grande efficacia espressiva e rappresentativa, i momenti più salienti del suddetto fatto d’arme.

Il pubblico, che ha visitato la Mostra dal 2 all’11 luglio, è rimasto fortemente impressionato da tutto il materiale esposto, ma in particolare dal suddetto cortometraggio, grazie alla bravura degl’interpreti, al realismo delle scene di guerra e alla solida e ben diretta regia.

LA GRATITUDINE

  1. Nella filosofia di Martin Heidegger ha un peso preponderante il tema della Gratitudine, der Dank, in tedesco. Tra le sue numerose Annotazioni, rimaste inedite per molti anni dopo la morte, troviamo infatti, sotto il titolo di Pensare e poetare, questa frase: “Dalla Gratitudine sorgono il pensare e il poetare” (M. HEIDEGGER, Hölderlin. Viaggi in Grecia, Bompiani, Milano 2012, p. 587).

  2. Che cosa intende Heidegger per Gratitudine? Naturalmente Heidegger non dà delle definizioni in senso stretto, tuttavia fa degli accostamenti dai quali si possono ricavare, se non delle vere e proprie definizioni, delle suggestive interpretazioni. L’accostamento, secondo me, più illuminante è il seguente: “La Gratitudine e la rilassatezza del lasciar essere” (Op. cit., p. 589). Tra la parola “gratitudine” e quella “rilassatezza” (Gelassenheit, in tedesco) c’è la congiunzione “e” (und, in tedesco) che, forzando un po’ la mano all’Autore, potrebbe diventare la “è” verbo (ist, in tedesco), se pensiamo a quanto è importante per Heidegger la rilassatezza, anche detta quiete, in rapporto al problema ontologico: “La ricchezza della quiete della Gratitudine non si lascia svuotare, poiché la Gratitudine è quel sapere che, come l’avvento nascosto di ogni inizio, ha accordato all’Essere il ritorno nella verità” (Op. cit., p. 109).

  3. Infatti, l’Essere di cui parla Heidegger, per poter uscire dall’oblio a cui l’ha condannato per secoli la speculazione metafisica, finalizzata al dominio planetario della tecnica, deve tornare ad ispirare, come nella Grecia presocratica, un modo di essere dell’Esserci, cioè dell’uomo, capace di abbandonare le cose a sé stesse. In quest’abbandono alberga la rilassatezza dell’uomo non più schiavo delle cose e può germogliare la Gratitudine che tutto involve e custodisce amorevolmente, generando sia il pensare sia il poetare.

  4. La Gratitudine, dunque, frammezza tra due momenti fondamentali nella vita dello Spirito: quello filosofico e quello artistico. Tant’è che in Hegel essa, sotto forma di momento religioso, formava con questi altri due momenti una sorta di sopramondo, al quale la processualità storica del mondo faceva necessariamente capo. Ebbene, proprio grazie alla centralità assegnata da Heidegger alla Gratitudine, la teologia, in quanto riflessione critica sul momento religioso, può riacquistare un nuovo slancio e una rinnovata vitalità. Come? Fecondando e facendosi fecondare da artisti e filosofi, come accadeva nel Medioevo e come accade tuttora nella prestigiosa Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano, che ho visitato di recente (vedi foto).

  5. Un esempio calzante di questa “fecondazione” ce la offre lo stesso Heidegger quando, sulla scia del saggio di Ludwig von Pigenot intitolato Hölderlin. L’essenza e la visione, cita i seguenti versi del suo poeta preferito, Hölderlin appunto: “…ma in silenzio vive qualche Gratitudine. Pane è della terra il frutto, ma è benedetto dalla luce, / E dal dio che tuona viene la gioia del vino” (Op. cit., p. 595). La Gratitudine, nella poesia di Hölderlin, rimanda dunque a due elementi sacrali o sacralizzabili: il pane e il vino. Senza il pane e il vino, infatti, non solo langue l’esistenza materiale dell’uomo, ma non si può neanche dire Messa, cioè procedere alla trasfigurazione della condizione umana in chiave cristocentrica. Quanto poi alla differenza tra la transustanziazione del pane e del vino, sostenuta dai cattolici, e la consustanziazione, voluta dei luterani, basta ricordare che, secondo la transustanziazione, tutto il pane diventa, dopo la consacrazione, Corpo di Cristo e tutto il vino Sangue, mentre, secondo la consustanziazione, il pane coesiste con il Corpo e il vino con il Sangue di Cristo. Sono due modi d’interpretare l’Eucarestia o Ringraziamento per antonomasia, che hanno alimentato per lungo tempo la polemica tra due grandi confessioni cristiane e fatto versare fiumi di sangue (umano), non solo d’inchiostro, e che oggi, proprio grazie al concetto heideggeriano di Gratitudine, possono finalmente riconciliarsi.

UMANITA’ DI GIOVANNI GENTILE

Non fu solo un grande filosofo Giovanni Gentile, come ho avuto modo più volte di ricordare, fu soprattutto un grande uomo: generoso, leale e coerente fino al supremo sacrificio della vita. Venne infatti assassinato il 15 aprile del 1944 da alcuni partigiani di sicura fede comunista, mentre rincasava, disarmato e senza scorta, nella villa che l’ospitava a Firenze: Villa Montalto, in via del Salviatino, n.6, dalle parti di Fiesole. Sua unica colpa l’aver accettato la carica di presiedente dell’Accademia d’Italia, offertagli da Mussolini dopo la caduta del Fascismo e la nascita della Repubblica Sociale Italiana.

Per comprendere meglio questo particolare aspetto della figura del Nostro, vale veramente la pena di leggere il racconto che il grande giornalista Orio Vergani fece il 6 marzo 1956, sul “Corriere della Sera”, di un suo incontro con lui. Appena diciottenne, era stato incaricato, nell’estate del 1917, dal direttore del settimanale “Il Messaggero della domenica”, della cui redazione Oriani faceva parte, di recarsi nella casa romana del già famoso professore, per chiedergli di tagliare, per necessità d’impaginazione, cento righe da un suo articolo in bozze. Essendo un tipo piuttosto schivo e timido, Oriani non si presentò alla porta in qualità di giornalista, ma come un semplice fattorino. Ciò nonostante, fu fatto entrare nella sala da pranzo e trattato con un’umanità che merita di essere qui sottolineata con le parole dello stesso Oriani.

Era una stanza da pranzo, dai mobili assai modesti e, nel controluce che veniva dalla finestra aperta sull’estate romana, io non avevo mai veduto tanti ragazzi seduti a tavola, né mai tanti occhi curiosi e sospettosi: una specie di collegio che dice: “Chi è costuti?”. A capotavola stava il professore, alto e massiccio, che andava scodellando la minestra per i suoi figlioli. I più grandi passavano le fondine ai più piccini e, inserendo il suo gesto in tutto quel girotondo di piatti, la madre di quei ragazzi, in pari tempo, compiva la prima distribuzione del pane. Al mio apparire, quella giostra – scodelle, fette di pane, cucchiai già branditi – si fermò. Io mostrai da lontano i fogli delle bozze. Li prese il primo ragazzo: li passò ad un secondo, e questi al terzo, e il terzo al quarto: e intanto quelli dall’altro lato della tavola guardavano con nerissimi occhi un po’ le bozze, un po’ me, un po’ la zuppiera della minestra. “Ci sarebbe – dissi – da tagliare cento righe”. E Gentile: “Mi dispiace che devi aspettare. Anche per te deve essere l’ora di mangiare. Vuoi andare a casa e tornare? Abiti lontano?” Ed io: “In Prati”. “In Prati? Attraversare due volte tutta Roma…Quanti anni hai?” Risposi: “Diciotto”. “Beh! A diciotto anni non si può stare a stomaco vuoto. Vuoi mangiare qui?”. Pensai: ‘Adesso finisco in cucina con la domestica…’. Dissi: “Grazie, non voglio disturbare”. “Lo vuoi o non lo vuoi un piatto di minestra? Non farai complimenti – continuò Gentile, – Ragazzi, stringetevi un po’, e uno vada a cercare una sedia. Come sei venuto? In bicicletta?” Risposi: “No. In tram”. “Il giornale non vi passa la bicicletta?”. “No. Così risparmiamo che ce la rubino”. La sedia arrivò portata in aria dal ragazzo più piccino. I posti si strinsero, e a me toccò quello in fondo, accanto alla madre di tutti quei ragazzi, che mi passò subito il pane. Arrivò poi di laggiù, sbrodolando un po’, una fondina un po’ troppo colma, e mi sembrò che i ragazzi, mentre la passavano, la guardassero e la misurassero perché ero stato servito meglio di tutti. Era una minestra paesana, un po’ brodosa: i ragazzi la rinforzavano con il pane. E così feci anch’io, perché, insomma, era proprio vero ch’io ero di poco, di poco più grande di quei ragazzi. Il professore, laggiù, non parlava più: su un angolo della tovaglia s’era già rimesso a lavorare alle bozze, prendendo ogni tanto un cucchiaio di minestra, e guardando un po’ verso noi ragazzi, verso i figli e verso il fattorino che ero io, ma, evidentemente, pensando a cose lontanissime dalle quali ogni tanto riapprodava con un sorriso alla nostra realtà di ragazzi famelici. Venne la carne, e poi venne la frutta, e intanto il taglio delle cento righe era finito, e mi ero pulito la bocca col tovagliolo e avevo preso le bozze, e non toccavo la frutta. Erano delle pesche: contate giuste per quanti erano a tavola prima di me. “Non prendi la frutta?” Disse indovinando forse il mio imbarazzo. Dal suo posto contò le pesche e poi: “Per mia moglie e per me basta una. Non far complimenti”. Al che io: “Devo correre al giornale” e lui: “Te la mangerai per le scale”. Quando seppi come era stato ucciso, ricordai quella lontana giornata d’estate, il branco dei ragazzi, la minestra brodosa, rinforzata di tanto pane. Ricordai quando ero stato “fattorino” alla sua tavola familiare: la mano che, assieme alle bozze, metteva quasi con forza affettuosa, nella mia, la pesca. Non avrei mai più potuto ringraziarlo di quel piatto di minestra, di quel frutto, di quel posto dato a tavola ad uno sconosciuto: di quella lezione di umanità, più chiara di ogni filosofia. Ma ogni volta che mi tocca tagliare una bozza, dico, fra me: “Grazie, Gentile…”.

ALL’ OMBRA DI MARCEL PROUST

Più invecchio e più divento proustiano, specialmente in tempi di lockdown (scusate di “chiusura”), più amo cioè rannicchiarmi all’ombra di un’opera d’infinita bellezza poetica, paragonabile solo alla Divina Commedia di Dante: Alla ricerca del tempo perduto dello scrittore francese Marcel Proust (1870-1922), con particolare riferimento al volume intitolato, appunto, All’ombra delle fanciulle in fiore, in cui l’Autore evoca una località balneare della Normandia, a cui dà il nome di Balbec, pur chiamandosi in realtà Cabourg.

Quest’opera è fascinosa, immaginifica e gravida di implicanze filosofiche, anche se Proust, in quanto amante dell’arte per l’arte, era refrattario alle interpretazioni filosofiche del suo capolavoro. Tuttavia, se si pensa al suo sperticato amore per la bellezza, quella vera, interiore e spirituale – da cui scaturisce la famosa frase “Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La fuggitiva, Einaudi, Torino 1973, p. 25) – non si può non accostarlo al Platone del Simposio, cioè a quel Platone che fa dire a Socrate: “Eros è amore per il bello. Perciò è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto è filosofo, che sia intermedio fra il sapiente e l’ignorante” (PLATONE, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001, p. 99). Pertanto Proust, che nutre uno “sperticato amore per la bellezza”, come Eros che, oltre ad amare il bello, è filosofo, non può non essere, per la proprietà transitiva, anche lui filosofo.

Ciò premesso, quale particolare filosofia è sottesa alla sua opera? Si potrebbe rispondere citando l’eudemonismo estetico (=ricerca della felicità nell’arte), ma non basta, perché c’è la possibilità d’individuare qualcosa di più preciso e di più complesso nell’opera di Marcel Proust e questo qualcosa è il rapporto tra tempo e memoria. Grazie alla memoria, infatti, noi possiamo rivivere il tempo già trascorso e quindi andare oltre il tempo e raggiungere così quell’ “eternità di vita” che stava tanto a cuore a Bergson. A questo punto sorge spontanea la domanda: di quale memoria stiamo parlando? Di quella volontaria o di quella involontaria? Ebbene, sicuramente di quella involontaria, come possiamo constatare di persona, rileggendo attentamente il racconto che lo stesso Autore fa della nascita inopinata della sua ispirazione: “Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate ‘maddalenine’, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di san Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di ‘maddalena’. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, Einaudi, Torino 1973, pp. 49-50).

Insomma, una vera e propria Trasfigurazione, capace di competere con quella descritta da Nietzsche in Così parlò Zarathustra, quando il giovane pastore si trasforma in superuomo o oltreuomo (Vattimo), dopo aver dato un morso al “greve serpente nero” (F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, a cura di Sossio Giametta, Bompiani, Milano 2010, p. 511). Ma quando esattamente si compie la Trasfigurazione descritta da Proust? Quando, dopo aver riassaporato la maddalena in casa di sua madre, appare nella sua mente il ricordo della maddalena che la domenica mattina, a Combray (l’attuale Illiers-Combray), la zia Leonie gli offriva, intingendola “nel suo infuso di tè o di tiglio” (M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, cit., p. 51).

Questa memoria involontaria, al termine del lunghissimo romanzo proustiano, si trasformerà, a sua volta, in memoria volontaria; non a caso l’ultimo volume dell’opera s’intitola Il tempo ritrovato. Il passaggio poi dalla memoria volontaria al “pensiero rammemorante” di Martin Heidegger spianerà la strada a ulteriori sviluppi sul tema inesauribile del Tempo; questa volta in rapporto a quello, altrettanto inesauribile, dell’Essere.

17 MARZO 1861 – 17 MARZO 2021

   Circa 10 anni fa, in occasione dei 150 anni dalla nascita dello Stato unitario italiano sotto l’egida dei Savoia, mi chiedevo se fosse valsa la pena di fare l’Italia. La risposta, non del tutto scontata a causa della polemica antirisorgimentale scatenata in quel periodo dagli esponenti neoborbonici, fu positiva. Oggi la ribadisco, checché ne pensi la rappresentante del Movimento 5 Stelle Antonella Laricchia (la promotrice di una mozione nel Consiglio regionale pugliese per commemorare le presunte vittime meridionali dell’Unità), alla luce di opere storiche ben documentate che sfatano definitivamente i miti antirisorgimentali, tra cui:

  1. ALESSANDRO BARBERO, I prigionieri dei Savoia, Laterza, Roma-Bari 2012
  2. GIANCRISTIANO DESIDERIO, Pontelandolfo 1861. Tutta un’altra storia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019
  3. DINO MESSINA, Italiani per forza. Le leggende contro l’Unità d’Italia che è ora di sfatare, Solferino, Milano 2021

Queste opere gettano una luce nuova su alcuni dei cavalli di battaglia della pubblicistica antirisorgimentale, come l’uccisione di centinaia di civili da parte del Regio Esercito a Pontelandolfo e Casalduni, durante la guerra contro il brigantaggio (le vittime civili furono 13 per mano dei soldati e 4 per mano dei briganti, a fronte di 41 militari precedentemente massacrati dai briganti dopo essere stati torturati e seviziati) oppure la deportazione di migliaia di soldati borbonici a Fenestrelle, in Piemonte, e ivi a lungo detenuti al freddo e alla fame, nonché sottoposti alle più dure angherie. A questo proposito ha scritto Dino Messina: “Il quadro generale, pur non idilliaco, era lontano non solo dalla truce descrizione che ne ha fatto la propaganda neoborbonica, ma anche dal cliché diffuso dalla ‘Civiltà Cattolica’ [nota rivista dei Gesuiti], che descriveva i soldati borbonici destinati a Fenestrelle o a San Maurizio Canavese, laceri, stanchi, affamati, cui spettava al massimo ‘una sozza broda’. La condizione dei soldati ormai ex borbonici, costretti a un nuovo arruolamento, non era certamente felice, ma loro spettava lo stesso rancio della truppa di sorveglianza, un abbigliamento decoroso e coperte, pur nelle ristrettezze delle finanze sabaude” (Op. cit., p. 167). Gli storici di cui sopra hanno anche smontato l’accusa, spesso rivolta al neonato Stato unitario, di aver svuotato le casse del Regno delle Due Sicilie e soffocato il fiorente sviluppo industriale delle regioni meridionali ad esclusivo vantaggio dell’economia settentrionale: anche il Regno del Sud era indebitato, sia pure in misura minore perché minori erano stati gl’investimenti pubblici, e lo sviluppo ferroviario era rimasto a livello embrionale.

Gli è che alla base del revisionismo neoborbonico c’è la lettura gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, che è stata la prima a radicarsi non solo negli ambienti accademici ma anche negli animi di vasti strati della popolazione, producendo quel disincanto e quella disaffezione rispetto agli ideali patriottici su cui poi è germogliata la mala pianta leghista. In questo modo si è riproposta l’alleanza tra forze sovversive e forze reazionarie, che già tanti guasti aveva inflitto all’Italia umbertina con i moti popolari di matrice socialista, repubblicana e anarchica e con le cospirazioni ordite dalla moglie dell’ultimo re di Napoli, Maria Sofia di Borbone, “l’aquiletta bavara” come l’ebbe a definire D’Annunzio. Fino ad arrivare alla famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, fatta nel 2001 da un governo di sinistra per intercettare i consensi alla Lega Nord, mediante l’accentuazione di un regionalismo che ha ridotto l’Italia ad essere quel paese sbullonato e in preda al caos istituzionale, che abbiamo oggi sotto gli occhi. Quindi colgo l’occasione del presente anniversario per auspicare una radicale riforma costituzionale che preveda l’abolizione delle regioni, carrozzoni inutili e costosi, e l’introduzione del presidenzialismo nella nostra Carta costituzionale e nella nostra vita politica.

IL TENSIONALISMO O SPIRITUALISMO TENSIONALE

Lo Spirito universale a cavallo

INTRODUZIONE

Premesso che per me la filosofia si basa sulla infinita tensione del finito verso l’infinito, mi preme dimostrare che:

a) esiste innanzi tutto il singolo, il singolo uomo ovvero la persona umana che è sintesi di anima e corpo e che ha il problema di andare oltre la propria finitezza e di guadagnare, in questa vita come nell’altra, la felicità;

b) esistono 4 elementi fondamentali o categorie di cui si nutre la ricerca della felicità, che sono: il vero, il bello, l’utile e il bene;

c) esiste lo Spirito universale in cui si preannuncia e pregusta la felicità.

Quindi, il tensionalismo o spiritualismo tensionale si articola in tre punti che meritano di essere ulteriormente approfonditi:

  1. La persona
  2. Le categorie
  3. Lo Spirito universale

  1. LA PERSONA

L’esistenza del singolo uomo, cioè della persona, non ha bisogno di una dimostrazione teorica ma solo di una presa di coscienza: è un dato di fatto incontrovertibile, così come è altrettanto incontrovertibile che questa stessa entità, la persona, è destinata a morire. Già la filosofia più antica si pose il problema della morte, sia affermando (vedi Platone nel Fedone) sia negando (vedi Epicuro nella Lettera a Meneceo) l’immortalità dell’anima. La filosofia scolastica, nel Medioevo, cercò in tutti i modi di provare razionalmente l’immortalità dell’anima, essendo questo uno dei preamboli della dottrina cristiana, e quando si venne a sapere, grazie agli Arabi e in particolare ad Averroè, quel che di essa pensava Aristotele, si scatenò una dura polemica contro gli averroisti. Ad essa fa riferimento San Tommaso d’Aquino nel suo celeberrimo De unitate intellectus contra Averroistas (1270-71). In tempi più recenti, è stato soprattutto Martin Heidegger ad insistere sulla insuperabilità della morte, intesa come la caratteristica più peculiare dell’essere umano o “Esserci”. Anche Giovanni Gentile ha trattato l’argomento, sia in Teoria generale dello Spirito come atto puro, l’opera sua più organica, sia in Genesi e struttura della società, il suo testamento spirituale, giungendo alla conclusione che d’immortalità si può parlare solo per l’Io trascendentale e non per quello empirico. Sulla stessa linea di pensiero si colloca anche Benedetto Croce, il quale amava ricordare un aneddoto che gli era stato riferito da Salvatore di Giacomo sul duca di Maddaloni, “famoso epigrammista napoletano”, che alla consueta domanda “come state?” soleva rispondere, in dialetto e scaldandosi al sole: “Non lo vedi? Sto morendo” (in B. CROCE, Dal libro dei pensieri, Adelphi, Milano 2002, p. 205). Quindi la persona ovvero il “Singolo”, come si legge sulla tomba del filosofo danese Soren Kierkegaard, è proprio destinato a scomparire? Penso di no e lo penso proprio sulla scia del padre nobile della filosofia moderna, quello nei confronti del quale Heidegger, Gentile e Croce si sono sempre dichiarati debitori: Immanuel Kant. Egli presenta la tesi dell’immortalità dell’anima non come una conoscenza vera e propria, ma come una conseguenza necessaria dell’idea di sommo bene, in cui alla virtù corrisponde la felicità: “Dunque il sommo bene, praticamente, è soltanto possibile con la supposizione dell’immortalità dell’anima; quindi, questa, come legata inseparabilmente con la legge morale, è un POSTULATO della ragion pura pratica” (I. KANT, Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 149).

2. LE CATEGORIE

A scuola mi capitava spesso di dire, tra il serio e il faceto: “Ma dove vai se le categorie non ce l’hai?”, per far capire in maniera immediata l’importanza, non solo in filosofia ma nella vita in genere, delle categorie. Ebbene, che cosa sono le categorie? Sono le maglie interpretative attraverso le quali noi leggiamo la realtà. Esse non dipendono dall’esperienza perché è l’esperienza che ha bisogno di esse, per essere di volta in volta classificata e riconosciuta come questa o quella particolare esperienza. Famose quelle aristoteliche, altrettanto famose sono quelle kantiane e siccome le une e le altre richiedono uno sforzo di comprensione e mnemonico non indifferente, conviene sorvolare su di esse. Meno astruse e di più facile comprensione sono invece quelle individuate da Croce: il bello, il vero, l’utile e il bene (mal gliene incolse, perché la sua filosofia fu beffardamente etichettata come “la filosofia delle quattro parole”). Queste ultime mi sembrano le più logiche e le più facilmente abbordabili dal senso comune, che anche in filosofia, a volte, ha il suo peso. Ciascuna categoria vive una sua vita interna grazie alla dialettica degli opposti (bello-brutto, vero-falso, utile-inutile, bene-male) e si relaziona alle altre grazie alla dialettica dei distinti: la forma del bello è destinata a diventare materia della forma del vero, quella del vero materia della forma dell’utile, quest’ultima materia della forma del bene e il bene, a sua volta, materia della forma del bello, formando così una circolazione elicoidale che non ha mai fine.

La categoria del bello si applica alle opere d’arte e a tutto ciò che potrebbe essere giudicato bello. In poesia essa opera quella “sintesi a priori estetica”, come la chiamava Croce, che si compone di sentimento e immagine, per cui non il sentimento ma la contemplazione del sentimento in una nitida immagine è ciò che fa la differenza tra poesia e non poesia.

La categoria del vero non ha a che fare con la verità assoluta, che sfugge alle nostre capacità conoscitive, ma si riferisce a quelle verità che possono essere raggiunte dalla mente umana e che sono di natura o scientifica o storica. Queste ultime attuano anch’esse una sintesi a priori: quella del dato storico con l’impianto storiografico, o metodologia storiografica, a cui lo storico, consapevolmente o inconsapevolmente, s’ispira. Questo è quanto c’insegna anche il nostro G. B. Vico con il suo “verum et factum convertuntur”, nel senso che la concezione che noi abbiamo della storia si riverbera nel fatto storico da noi indagato e fa tutt’uno con esso.

La categoria dell’utile è quella che presiede alla produzione della ricchezza economica e alla fruizione dei piaceri carnali (=vitalità), nonché all’equa distribuzione della ricchezza economica e alla moderazione nella fruizione dei suddetti piaceri, anch’essi, a loro modo, utili se ben dosati.

La categoria del bene si prende cura delle azioni umane che possono essere giudicate buone o cattive a seconda della loro moralità e la moralità ha come unico criterio di validità la libera creazione della vita, perché ” ‘Viva chi vita crea!’, cantava Volfango Goethe” (B. CROCE, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 44).

3. LO SPIRITO UNIVERSALE

Che cos’è lo Spirito universale? E’ lo stesso pensiero colto nell’atto del pensare. Esso funge da superiore centro unificatore di tutte le categorie. Se non è Dio poco ci manca, essendo più esattamente l’attuazione sulla terra del divino. Per rendere l’idea della immanente presenza dello Spirito universale in noi e della sua trascendente esistenza sopra di noi, giova ricordare il seguente pensiero crociano: “Solo in un modo si può amare veramente e puramente Dio: cioè, come sempre nell’amore, amando noi stessi, e in Dio il migliore noi-stessi, il vero noi stessi, l’universale e l’ideale” (B. CROCE, Dal libro dei pensieri, Adelphi, Milano 2002, p. 88). Un’ altra descrizione dello Spirito universale la possiamo trovare nella frase conclusiva di una delle più importanti opere del filosofo francese Henri Bergson, in cui egli così si esprime: “L’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è come uno sterminato esercito che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e dietro a noi, in una carica travolgente capace di rovesciare tutte le resistenze e di superare moltissimi ostacoli, forse anche la morte” (H. BERGSON, L’evoluzione creatrice, UTET, Torino 1971, p. 211). Quindi ciascuno di noi può sperimentare lo Spirito universale in quello “slancio vitale” che ci guida nel quotidiano cammino verso il bello, il vero, l’utile e il bene.

NON SOLO FOIBE!

Nel mio intervento di ieri, 10 Febbario 2021, sulle Foibe, durante la Commemorazione promossa dal Comune di Cecina, ho sottolineato l’importanza di un avvenimento che s’inserisce a pieno titolo nel contesto storico esaminato anche dal Presidente del Consiglio Comunale di Cecina: l’eccidio di PORZUS, in occasione del quale un folto gruppo di Partigiani italiani e non comunisti della “Osoppo” (tra cui lo zio del cantautore Francesco De Gregori e il fratello del poeta Pier Paolo Pasolini) fu sterminato dai partigiani italiani e comunisti della Divisione Garibaldi “Natisone”.

Ha scritto a questo proposito lo storico ARRIGO PETACCO: “Nella Venezia Giulia, causa la particolarità dell’ambiente e la preponderanza slava, la convivenza tra partigiani ‘rossi’ e partigiani ‘bianchi’ si rivelò subito molto difficile e fu causa di episodi di efferata gravità” (A. PETACCO, L’Esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999, p.104).

Dopo la Commemorazione, c’è stato uno scambio di battute tra me e il collega prof. Carlo Rotelli su FB, che merita di essere qui di seguito riportato.

CARLO

Una delle pagine più buie della Resistenza che giustamente vanno rammentate. La faziosità ideologica finì così per provocare una vicenda orrenda come quella di Porzus. Questo però non inficia un movimento partigiano che nel suo complesso scrisse le pagine gloriose della Liberazione, non a caso detta anche Secondo o Nuovo Risorgimento.

ALDO

In risposta all’amico Carlo Rotelli, che ringrazio per il suo intervento nella discussione, e a chiarimento di quanto da me già detto, aggiungo che l’eccidio di Porzus non si può considerare un caso isolato, ma la dimostrazione che “pensare alla Resistenza come al momento fondativo di un’identità nazionale italiana, come alla matrice di un comune sentire civico, significa davvero pensare qualcosa quasi di impossibile. La presenza nelle sue fila di una forza e di un’ideologia come quelle del PCI…ha impedito che la Resistenza potesse dirsi realmente animata da un comune spirito patriottico” (E. GALLI DELLA LOGGIA, “La morte della Patria”, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 72). Naturalmente Carlo Rotelli obietterà che Galli della Loggia è troppo di parte, pertanto passo a citare CLAUDIO PAVONE, storico notoriamente di sinistra che, a proposito della Resistenza, ha parlato di “guerra civile”. Ma se “guerra civile” fu, che fondamento può avere la definizione della Resistenza come secondo Risorgimento? Nessuno!

CARLO

Salvatorelli, storico di orientamento laico, parla di secondo Risorgimento ed anche il cattolico Carlo Arturo Iemolo. Per non dire di tutta la componente socialdemocratica ed il Partito d’azione. Nella Resistenza non ci furono soltanto i comunisti. E poi insieme allo scontro col fascismo repubblichino ci fu la lotta di liberazione dall’occupante tedesco cui parteciparono anche le truppe italiane agli ordini di Umberto di Savoia. Infine nelle brigate garibaldine le componenti socialiste e comuniste presentavano già allora convinte testimonianze di aspirazioni democratiche. Penso che sia riduttivo caratterizzare la lotta resistenziale come “guerra civile’ in termini di scontro tra fazioni. Proprio Alcide De Gasperi, nel suo famoso discorso alla Conferenza di pace di Parigi, faceva riferimento al contributo di sacrificio italiano per la riconquista delle libertà democratiche e fu l’ambasciatore americano a comprendere il senso di quelle parole ed a stringergli la mano.

ALDO

Mi compiaccio del fatto che la nostra discussione abbia assunto un carattere vié più interessante, al punto da sognare una cosa che non si farà perché sappiamo che attirerebbe poche persone: una conferenza al Circolo Culturale “Il Fitto” di Cecina su Porzus, la Resistenza, ecc. Ma, per fortuna, sognare non è MAI un peccato!

CARLO

Allora, sogniamo insieme!

PROGRAMMA DELL’UMI (Unione dei Moderati Italiani)

   Preambolo

L’idea della fondazione dell’UMI nasce dalla previsione che i tre partiti del Centro-destra italiano rischieranno ancora una volta di fallire il loro scopo, quello di governare il Paese, perché dopo le prossime elezioni il Presidente, come da consuetudine, affiderà l’incarico di formare il nuovo governo al partito di maggioranza relativa, che sarà probabilmente il PD, essendo la Lega e F.d’I. intorno al 20% ciascuno. Per evitare che ciò accada c’è un solo modo: raccogliere tutti i consensi in un solo partito, l’UMI appunto: non basta un cartello elettorale o una semplice alleanza programmatica! Il leader dell’UMI verrà scelto dagli iscritti al partito tra i leader delle tre componenti principali, quindi tra Salvini, Meloni e Tajani, con elezioni primarie da tenersi in tutte le sezioni di partito prima del confronto elettorale nazionale.

  • Valori

   L’UMI affonda le sue radici nell’esperienza storica della Destra di Cavour, D’Azeglio, Ricasoli, Lanza, Spaventa e Minghetti, comunemente detta “Destra storica”, da non confondere col Fascismo che dagli epigoni di tale Destra, come il noto antifascista BENEDETTO  CROCE, fu considerato una “malattia”, dalla quale il Paese non guarì neanche nel secondo dopoguerra, perché le due forze politiche principali, democristiana e socialcomunista, continuarono a corteggiare le masse, come d’altronde aveva fatto il Fascismo stesso, non a caso definito da Togliatti “regime reazionario di massa”. L’UMI invece vuole mettere al centro della sua concezione politica l’individuo, lo stesso che in filosofia si suole chiamare “persona”, e promuovere un’autentica Rivoluzione liberale.

  • Riforme costituzionali o paracostituzionali

          L’UMI si prefigge di modificare la Costituzione, con l’art. 138, riguardo ai seguenti punti:

1) passaggio alla Repubblica presidenziale, cioè elezione del capo dello Stato e del governo tramite i partiti che lo candidano e sostengono in un Parlamento monocamerale di non più di 600 membri eletti con un sistema elettorale proporzionale (con sbarramento al 5 %), ma a doppio turno, come già succede con l’elezione dei governatori;

2) abolizione delle regioni, comprese quelle a statuto speciale;

3) separazione delle carriere in magistratura;

4) cancellazione del secondo comma dell’art. 53 sul criterio di progressività nella tassazione;

5) riconoscimento (tra i Principi fondamentali) del debito di gratitudine nei confronti di Casa Savoia per aver realizzato l’Unità d’Italia e aver scongiurato la guerra civile nel 1946 (non a caso UMI si può leggere anche come Unione Monarchica Italiana).

Infine adozione come inno nazionale della “Leggenda del Piave”.

  • Programma sociale

   L’UMI si prefigge di destinare più risorse alle Forze dell’ordine, dotandole di armi Beretta e auto Alfa Romeo (mai più pistole Glock e auto di servizio straniere), ridurre drasticamente gli sconti di pena ai carcerati, difendere la famiglia tradizionale, contenere le pratiche abortive e riaprire le case da gioco e di piacere (per uomini e donne), sottoponendole ad un severo controllo sanitario e fiscale. Si prefigge altresì di cancellare o almeno riscrivere la legge Rodotà sulla privacy, perché così com’è complica inutilmente la vita dei cittadini. Si prefigge infine di abolire l’ora legale ovvero di estenderla a tutto l’anno, come in Francia.

  • Programma economico

   L’UMI si prefigge di rimanere nell’euro, almeno finché l’Italia non avrà ripianato il debito pubblico e pareggiato il bilancio come fece a suo tempo Quintino Sella (altro esponente di rilievo della Destra storica), e di rispettare le leggi del libero mercato, limitando l’assistenzialismo al minimo e sostenendo gl’investimenti privati. Quindi sostiene l’abolizione dell’IMU e del reddito di cittadinanza, finanziando al posto di quest’ultimo un maggior ricambio generazionale sui posti di lavoro.

  • Programma di politica estera

   L’UMI si prefigge di ritirare le truppe italiane in missione all’estero, concentrandole su un solo fronte veramente decisivo per la soluzione del problema dell’immigrazione irregolare: quello libico-tunisino. L’UMI si prefigge di subordinare la partecipazione dell’Italia all’UE e alle altre organizzazioni internazionali all’interesse nazionale. L’UMI si prefigge inoltre di mantenere vivo il ricordo dell’Italia nelle zone irredente della Venezia-Giulia, dell’Istria, della Dalmazia, di Briga e di Tenda. Infine intende perseguire una politica filo-israeliana.

  • Programma scolastico

   L’UMI si prefigge di gratificare la funzione docente, aumentandone la retribuzione e limitando il potere degli organi collegiali. Si prefigge altresì di reintrodurre il latino nelle medie e in tutti i licei, di far incominciare la scuola dappertutto il primo ottobre e di abolire il numero chiuso all’Università e alle Scuole di specializzazione.

  • Programma infrastrutturale

    L’UMI si prefigge di realizzare tutte quelle opere di cui la Nazione necessita da troppo tempo: completamento dell’autostrada tirrenica, messa in sicurezza dalla FI-PI-LI, che fa letteralmente schifo, alta velocità (anche quella in Val di Susa), ponte sullo Stretto, ecc. Sostituzione, sulle strade extraurbane, degli autovelox con tutor (fissi) in grado di rilevare la velocità media di un veicolo.

  • Programma ambientale

    L’UMI si prefigge di dare il via alla realizzazione di tutti i termovalorizzatori di cui c’è bisogno (seguendo l’esempio di Brescia) e di riprendere, almeno a livello sperimentale, la produzione di energia nucleare, come fa la Francia che ci vende l’energia elettrica prodotta con centrali nucleari vicine ai nostri confini, quindi potenzialmente pericolose anche per noi.

  1. Programma sanitario

     L’UMI si prefigge di unificare il sistema sanitario, di portare a termine al più presto la campagna vaccinale contro il covid su tutto il territorio nazionale e di riaprire gli ospedali psichiatrici.

Per eventuali adesioni, correzioni e integrazioni in forma riservata: orobieteam@virgilio.it

COSI’ PARLO’…ALDO (intervista rilasciata a un mio ex allievo a distanza di un anno dalla videointervista del 2019)

Buongiorno, professore. Come sta? E soprattutto come si sta in pensione?

Bene, grazie. Per quanto riguarda in particolare la condizione di pensionato, non ti nascondo che mi manca il contatto diretto con i giovani che sono, come già ebbi a dire, “la linfa vitale del divenire storico”, anche se qualcuno di essi ogni tanto mi viene a trovare all’EXALSI (=Associazione ex allievi simoniani), a Cecina, in Corso Matteotti, 280/a. Certamente non mi annoio, perché continuo ad esercitare la geistige Arbeit ossia il lavoro spirituale, quello di cui parlava Max Weber, e dal quale, per esempio, è nato il Kalendosophio 2021.

Veniamo subito alla pandemia. Quali pensieri e quali sentimenti ha provocato in lei?

Incomincio dai sentimenti che sono, a mio avviso, lo stesso pensiero colto nella sua forma aurorale: grande cordoglio per le vittime, grande riconoscenza nei confronti degli operatori sanitari e viva speranza in un rinnovamento profondo dell’umanità che deve rinsaldare i vincoli di solidarietà universale che Leopardi chiama, nella Ginestra, la “social catena”. Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente filosofico, non vorrei scomodare Hegel e la sua tesi secondo la quale “tutto ciò che è reale è razionale” o invocare il concetto di eterogenesi dei fini, secondo il quale non tutti i mali vengono per nuocere, però è chiaro che bisogna fare di necessità virtù e perciò bisogna reagire con forza d’animo, affrontando “l’immane potenza del negativo”, per usare un’altra espressione tipicamente hegeliana, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

Come giudica gli effetti della pandemia sulla scuola?

Devastanti, perché la scuola che non si fa in presenza è una non scuola. Tuttavia, anche in questo caso bisogna fare di necessità virtù e cioè affinare la capacità di adattamento di docenti e discenti, perché chi non si adatta è destinato ad estinguersi. Si devono perciò inventare, come di fatto è accaduto, nuove forme di comunicazione e interazione, ma sempre con l’obiettivo di ritornare, quanto prima, alla normalità.

Quali sono state le sue letture preferite in questi ultimi tempi?

L’autore che ho privilegiato è stato Fichte, anche perché Gentile, che rimane il mio punto di riferimento principale, è stato definito da Diego Fusaro – e in questo sono pienamente d’accordo con lui – un “Fichte redivivus”. Il Fichte di cui mi sono interessato è soprattutto quello interpretato da Luigi Pareyson, un filosofo di origini valdostane che ha insegnato all’Università di Torino e che è stato maestro di filosofi ancora oggi sulla cresta dell’onda, come Gianni Vattimo e Sergio Givone. Secondo Pareyson, Fichte è rimasto vittima di una sorta di schema storiografico per cui sarebbe semplicemente il successore di Kant e il precursore di Hegel e quindi privo di una sua autentica originalità di pensiero. Falso, assolutamente falso: Fichte è un autore originalissimo e attualissimo, che intende la dialettica come una infinita tensione tra finito e infinito, mentre Hegel è più dogmatico, perché la intende come una scienza assoluta e determinatissima. Come ha scritto Sergio Natoli, nel suo bellissimo Giovanni Gentile, filosofo europeo: “L’atto fichtianamente inteso è la vita della contraddizione, è perciò creazione infinita o se si vuole orgia dionisiaca”. Ecco, una concezione “orgiastica” della filosofia è quanto alla fine emerge dalla suddetta interpretazione di Fichte. Insomma, la filosofia è bella, perché, come la vita tutta, è “STREBEN”, cioè sforzo infinito di comprensione dell’infinito da parte del finito e in questo sforzo il naufragare è veramente dolce, come si potrebbe dire parafrasando L’Infinito di Leopardi.

Qual è stata la sua esperienza di viaggio più recente e più emozionante?

La visita a Villa Carpena nella campagna forlivese, è una visita che consiglio a tutti di fare, almeno una volta nella vita. Che cosa c’è da vedere? C’è d’ammirare la semplicità spartana di una famiglia che tanto ha influito, nel bene come nel male, sulle sorti del nostro martoriato Paese, mi riferisco alla famiglia di Benito Mussolini. Quello che colpisce è lo stile austero, sobrio e al tempo stesso decoroso, intriso di patriottismo fin nei più minuti particolari. Lungi da me l’apologia del fascismo: sto parlando dell’intimità domestica di una famiglia particolare sì, ma rappresentativa anche di tutta un’epoca perché saldamente ancorata al concetto tradizionale di famiglia, come tante altre del secolo scorso. Capire la storia, infatti, significa, secondo me, ancor prima che ricostruire il passato, coglierne il sapore ed evocarne l’atmosfera attraverso le più umili testimonianze di vita quotidiana. Questa è l’esperienza che si può fare visitando Villa Carpena, anche grazie all’amorevole cura con la quale viene custodita da due coniugi, bene informati sulla vita privata della suddetta famiglia che, fra l’altro, non è più proprietaria della villa.

Nell’ultima intervista lei disse che i due politici più bravi avevano lo stesso nome ma cognomi diversi. E’ sempre dello stesso avviso?

Dissi anche che non avevo votato alcuno dei due, per sottolineare il carattere super partes del mio giudizio. A distanza di un anno circa, mi sembra che i fatti mi abbiano dato ragione: abbiamo ancora, a capo del governo, un uomo per tutte le stagioni, che sta in piedi grazie ad un Matteo e che potrebbe cadere a causa di un altro Matteo. Inoltre, tra un Matteo e l’altro, i ruoli sono interscambiabili, nel senso che non si sa mai bene chi, dei due, è quello veramente favorevole e chi quello decisamente contrario alla permanenza a Palazzo Chigi dell’uomo di cui sopra. Gli è che la nostra Repubblica è sì una repubblica parlamentare, e quindi tutto dipende dai giochi di potere all’interno del palazzo (preferirei una repubblica presidenziale o semipresidenziale come in Francia), ma di parlamentarismo si può anche morire se si dimentica che la sovranità appartiene al popolo: è già accaduto nella storia, per esempio, in Germania, con la Repubblica di Weimar e, in Italia, con il trasformismo antemarcia.

Un suo parere su Papa Francesco, sempre più al centro della vita della Chiesa e del mondo intero.

Dovrebbe smetterla di considerare la ricchezza, quella fondata sul lavoro e sulla legittima eredità, un peccato e seguire piuttosto l’esempio dei calvinisti che la considerano invece un segno della predilezione divina. Inoltre la ricchezza può essere usata anche a fin di bene e non solo nella maniera in cui lo fanno certi alti prelati spesso da lui stesso prescelti. Dovrebbe soprattutto parlare un po’ più di vita eterna, dal momento che alla domanda che Gesù rivolse ai suoi discepoli sul perché gli andassero dietro, Pietro rispose lapidario: “Perché tu solo hai parole di vita eterna”.

E la messa in latino, per la quale lei si è tanto battuto qui a Cecina, che fine ha fatto?

Non c’è più, semplicemente perché i sacerdoti che se ne occupavano, appartenenti all’ Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote di Gricigliano (FI), se ne sono lavate le mani, infastiditi probabilmente più dalla incostanza dell’affluenza che dalla scarsità della stessa: certe domeniche la chiesa di S. Carlo al Palazzaccio era gremita, altre quasi vuota. E’ stata una scelta sbagliata e ingiustificata, perché non si abbandona mai il posto del pericolo e dell’onore, quando si ha una missione da compiere. D’altronde, là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, come dice Hölderlin, e se anche nel nostro caso in pericolo non era la vita ma semmai il prestigio dell’Ordine da essi rappresentato, non bisognava mollare. Quanto accaduto qui a Cecina conferma in pieno la seguente affermazione di Ernest Jünger, tratta dal suo vigoroso Trattato del ribelle: “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato”. Ciò nonostante, continuo a pensare in positivo e credo che la messa in latino a Cecina, prima o poi, ritornerà e ritornerà a furor di popolo, anche grazie a quelli che come te non si lasciano sedurre dalle mode e che rimpiangono, anche solo per ragioni estetiche, la liturgia tradizionale così ricca di simbologie arcane e profonde implicanze teologiche.

Qual è il messaggio che vuole lanciare in conclusione?

Quello di continuare a vivere guardando al futuro con la consapevolezza di essere figli di un passato così grande da non potersi non imporre anche come futuro, come il futuro a quelli come noi più prossimo e congeniale.

Grazie, professore!

Grazie, a te!

CACCIARI L’ OSCURO

Dove voglia andare a parare uno come Massimo Cacciari nel suo ultimo pamphlet Il lavoro dello spirito (Adelphi, Milano 2020) non lo si capisce facilmente. Forse non lo sa nemmeno lui. A meno che tutto non si risolva nella solita, astiosa, polemica contro il sovranismo.

Cacciari, non volendo cadere in questo luogo comune, prima di usare il termine “sovranismo” la fa lunga, prendendo come spunto la conferenza di Max Weber intitolata Die gestige Arbeit als Beruf (Il lavoro dello spirito come professione, 1917). La sua analisi, infatti, sfocia nella seguente affermazione: “Lo stesso ‘sovranismo’ potrebbe così intendersi come importante dimensione ideologica del Mondo capitalistico e della sua essenza religiosa, tanto più significativa quanto più inconsapevole…” (Op. cit., p. 91). Quindi il sovranismo sarebbe una copertura ideologica di cui il “capitalismo come religione”, di cui parla W. Benjamin nel suo omonimo testo, si serve per sottomettere tutti al ciclo D.M.D. (Denaro-Merce-Denaro) di marxiana memoria, cioè alla logica spietata del puro profitto privato. Un ciclo che è in mano a quel potere tecnico-economico che sta, nell’età della globalizzazione, stritolando ogni possibile opposizione, a partire dalla geistige Arbeit (in tedesco la parola “lavoro” è femminile) che da Weber in poi si ripromette, tramite la politica intesa come professione altamente qualificata, di arginarlo.

Cacciari, rimasto orfano della sua giovanile infatuazione per Marx causa forza maggiore, cioè a causa della caduta del muro di Berlino, si aggrappa a Weber nel tentativo di dare un senso sia alla sua personale esperienza politica ai tempi dell’Ulivo sia alla sua perdurante missione intellettuale di coscienza critica della sinistra (non a caso è quasi tutte le sere ospite della Gruber). Nel libro in esame, si aggroviglia in una rete di argomentazioni criptiche, cioè oscure, che mettono a dura prova la pazienza del lettore, da cui infine emerge la scontata condanna del sovranismo che è il bersaglio preferito in questi ultimi tempi dalla sinistra, terrorizzata dai crescenti consensi elettorali di Salvini e della Meloni. Ma se questa è, come si capisce infine, la sua pars destruens, qual è la sua pars construens? E qui le cose si complicano ulteriormente, perché le sue parole conclusive alludono a una non meglio definita “potenza autoliberantesi del lavoro intellettuale” (Op. cit., pp. 92-3), presentata come “ultimo possibile orizzonte nel disincanto weberiano” (Op. cit., p. 95), il che mi sembra di una vaghezza incommensurabile.

Meglio avrebbe fatto, invece, a liberarsi definitivamente dell’eredità marxista, che ancora lo condiziona in notevole misura, come quando parla di una “intesa”, sia pure “dissidente” (Op. cit., p. 94), tra Weber e Marx, nonostante la ben nota abissale differenza tra i due non solo sul piano politico, essendo stato l’uno un autentico liberale e l’altro un comunista integrale, ma anche sul piano dell’interpretazione filosofica della storia. Gli è che per Weber la religione non è una semplice sovrastruttura (nel materialismo storico di Marx la società si compone di una struttura economica e di una sovrastruttura religiosa, filosofica, giuridica, ecc., strettamente dipendente dalla struttura economica), ma uno dei principali fattori di movimento della storia. Infatti il capitalismo o il suo spirito nasce, secondo Weber, dall’etica calvinista più che dalla insaziabile sete di ricchezza della borghesia (cfr. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904). In che modo l’etica protestante ha favorito la nascita del capitalismo? Considerando la ricchezza non un peccato da farsi perdonare, come fanno i cattolici (tranne ovviamente gli alti prelati nominati proprio da Bergoglio), ma il segno dell’elezione divina, cioè della predestinazione alla salvezza eterna. Tesi questa discutibile quanto si vuole sul piano teologico e storiografico, ma indubbiamente affascinante e in netta controtendenza rispetto alla spiegazione materialistica della storia operata da Marx.

Ancor meglio avrebbe fatto se avesse riconosciuto alla “Rivoluzione Conservatrice” il merito di aver tentato di scongiurare il peggio in Germania, durante quella Repubblica di Weimar nella quale Weber aveva riposto invano la sua fiducia. I suoi esponenti non appoggiarono l’avventurismo politico di comunisti e nazisti, ma cercarono di difendere i valori tradizionali, esplorando nuovi modi di pensarli, praticarli e vitalizzarli all’interno di una società ormai in avanzata fase di decomposizione morale, sociale e politica. Il fatto che si siano spesso scagliati contro il parlamentarismo non può farci cadere nell’errore di catalogarli come protonazisti, essendo anzi figli di quella cultura altoborghese e liberale che i nazisti volevano e che alla fine riuscirono a spazzare via o ridurre al silenzio. Allo stesso modo, il cosiddetto “sovranismo” dei nostri giorni non vuole fare strame delle regole democratiche, ma ricucire il rapporto tra paese legale e paese reale, restituendo la parola all’elettorato, al popolo sovrano, e sventando così il trasformismo di certi uomini politici, di cui non faccio il nome per carità di Patria, buoni per tutte le stagioni.

UN PRETE D’ASSALTO

Avrei fatto in tempo a conoscerlo di persona, essendo morto a Firenze nel 1972, se qualcuno me ne avesse parlato quando ero ancora uno studente liceale. Mi riferisco al cremonese don Annibale Carletti, un sacerdote veramente eccezionale, che sfidò la morte, la Chiesa, il Fascismo e la Resistenza.

  • Sfidò la morte sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale in qualità di cappellano militare, ricevendo il 27 febbraio 1917 la Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Dal giorno in cui si presentò al reggimento, con opera attiva ed intelligente, seppe ispirare in tutti i militari i più elevati sentimenti di fede, di dovere e di amor patrio, dando, anche in azioni militari, costante prova di coraggio personale e sprezzo del pericolo. In vari combattimenti, sempre primo ove più intensa infuriava la lotta, incurante dei gravi pericoli ai quali era esposto, incitava i soldati a compiere fino all’ultimo il loro dovere, mostrandosi anche instancabile nel raccogliere e curare i feriti. Per ben due volte riunì militari dispersi, rimasti privi di ufficiali, e, approfittando dell’ascendente che aveva saputo acquistarsi fra i soldati, li riordinò e condusse all’assalto. Intimatogli dal nemico la resa, vi si rifiutò risolutamente ordinando e dirigendo il fuoco contro le forze preponderanti dell’avversario, al quale inflisse gravi perdite. Costa Violina, 15-17 maggio; Passo del Buole, 30 maggio 1916.
  • Sfidò la Chiesa Cattolica nella persona del suo vescovo Giovanni Cazzani che lo fece scomunicare ed espellere dalla Chiesa e al quale indirizzò un opuscolo intitolato Lettere al vescovo di Cremona – con quali sentimenti sono tornato dalla guerra – perché sono fuori dalla Chiesa.
  • Sfidò il Fascismo, che non abbracciò pur essendo un fervente patriota e che anzi avversò con durezza, provocando la collera del più facinoroso dei gerarchi fascisti: Roberto Farinacci. Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale offrì riparo a ebrei e ufficiali alleati fuggiti dai campi di prigionia, beccandosi una severa condanna a morte.
  • Sfidò la Resistenza, allorché si oppose con fermezza alla fucilazione da parte dei partigiani di quegli stessi fascisti che l’avevano condannato a morte.

Insomma, un uomo libero, coraggioso e carismatico: a lui “La Domenica del Corriere” dedicò una copertina disegnata dal famoso Beltrame e il sac. prof. Giuseppe Ravasi perfino un’ode. Fu amico fraterno di don Primo Mazzolari e si battè per una riforma religiosa che ancor oggi, con Papa Francesco, stenta a decollare e che prevedeva la dispensa dal celibato per i sacerdoti inadatti ad esso e/o inclini a peccare contro natura. Lui stesso, pur non rientrando né nell’una né nell’altra categoria, si sposò ed ebbe un figlio che chiamò Giannicolò, battezzato ed educato nella religione cattolica. Fu inviso, non a caso, a quelli che in un modo o nell’altro anteponevano all’individuo, o meglio alla singola persona, la massa e la gerarchia. In modo particolare mi hanno colpito le seguenti parole, tratte dall’epistolario con il vescovo di cui sopra: “Il cristianesimo è il trionfo dell’individualità. Il cristiano bisogna che abbia il coraggio di essere se stesso. Tutti abbiamo una personalità e un’autorità nostra e non le dobbiamo distruggere per regolarsi passivamente su quelle degli altri, perché ogni nostro atto allora sarebbe privo di valore morale”. In queste parole, infatti, trova un preciso riscontro quel cristianesimo critico che coniuga Kant con il cristianesimo, riconoscendo al primo il merito di aver esplicitato sul piano filosofico quel che Cristo molti secoli prima aveva predicato sul piano religioso, cioè la destinazione ultramondana di ciascuno di noi in stretta relazione alla moralità, alla libertà, in quanto condizione della moralità, e a Dio, in quanto garante del trionfo finale della giustizia.

Tornando al coinvolgimento di don Annibale nella Prima guerra mondiale, ci tengo a precisare che la sua attiva partecipazione agli eventi bellici, anche con la pistola in pugno come racconta Pietro Gattari nel suo bel libro L’ultima settimana di maggio, edito nel 2014 da Castelvecchi, si spiega col fatto che egli, pur condannando da buon cristiano la guerra in sé, attribuiva ad essa, nel caso specifico, un peculiare significato patriottico: completare il Risorgimento, redimendo ossia ricongiungendo alla madrepatria italiana le terre “irrredente”: Trento e Trieste. La trattativa diplomatica collegata alla politica giolittiana del “parecchio” avrebbe potuto produrre al massimo la redenzione soltanto di una parte del Trentino, ma giammai di Trieste, la perla sull’Adriatico dell’Impero asburgico, che già Carducci aveva salutato con i seguenti versi, ancora oggi incisi su una lapide nei pressi della Chiesa di S. Giusto: “In faccia a lo stranier, che armato accampasi / su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!”.

KANT O HEGEL? La differenza tra i due più grandi filosofi dell’età moderna rispetto alla dialettica e alla dissoluzione della forma epistemica del filosofare

Il nostro futuro dipende dalla scelta tra Kant ed Hegel, cioè tra individualismo e comunitarismo, il primo infatti sottolinea l’importanza della libertà individuale e della individuale immortalità, mentre il secondo esalta la forza dell’insieme, della società e dello Stato: tertium non datur!

Per poter fare una scelta responsabile, bisogna però conoscere bene i termini della questione, che, pertanto, mi riprometto di esporre qui di seguito.

Chi sceglie Kant, opta per una visione critica della realtà, cioè soggetta al vaglio della ragione; non a caso le sue tre opere principali sono intitolate: Critica della ragion puraCritica della ragion pratica Critica del Giudizio. Nella prima Kant spiega che cosa possiamo conoscere e che cosa non possiamo conoscere; per esempio, la matematica e la fisica le possiamo conoscere con certezza, mentre la metafisica, che studia l’essenza stessa delle cose ovvero la cosiddetta “cosa in sé”, non è possibile come conoscenza. Tuttavia, è possibile esperirla sul piano pratico grazie all’esistenza della legge morale, da cui scaturisce la fede in un’altra vita, nella quale vivremo in eterno felicemente se, nella prima, saremo vissuti virtuosamente. Questa interpretazione della metafisica in chiave pratica spinge poi Kant a scrivere la terza “critica”, nella quale egli fonda la speranza di poter conciliare il regno della necessità naturale con quello della libertà morale attraverso il sentimento di piacere provocato in noi dalla bellezza, sia da quella naturale sia da quella artistica. In questo modo Kant spiana la strada, soprattutto con la terza Critica, alla “dissoluzione della forma epistemica del filosofare”, per dirla con le parole usate da SALVATORE NATOLI nel suo bel Giovanni Gentile filosofo europeo (Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 113), nel senso che la filosofia si avvia a diventare quel che è essenzialmente: una libera riflessione sulla realtà anziché conoscenza assoluta di essa.

Questo in sintesi il punto di vista filosofico di Kant che, politicamente, si colloca tra i sostenitori di quella società liberale in cui ciascun cittadino  è severamente tenuto a rispettare le leggi dello Stato, al punto da teorizzare la liceità della pena di morte (Cfr. I. KANT, La metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 1983, pp. 166-70), ma in cui ciascun cittadino gode anche della libertà di criticare l’operato del governo: “Dunque la libertà della penna – tenuta nei limiti del rispetto e dell’amore per la costituzione sotto la quale si vive… – è l’unico palladio dei diritti del popolo” (I. KANT, Sopra il detto comune: “Questo può essere giuso in teoria, ma non vale per la pratica”, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 71).

Al contrario, Hegel esalta la filosofia come compiuta conoscenza della realtà, basandosi innanzi tutto sulla rivalutazione della dialettica che ha alle spalle una storia abbastanza singolare: la inventa Platone come legge del pensiero in cui si può passare da un’idea all’altra senza cadere in contraddizione e rispecchiando fedelmente il logo, cioè la struttura sistematica delle idee. La demolisce Aristotele, considerandola pressoché un vuoto gioco di parole, e la critica Kant come fonte di quelle antinomie che paralizzano il pensiero umano lasciandolo in mezzo al guado, cioè in bilico tra il vero e il falso. Per Hegel, invece, la dialettica è la molla di tutto, della realtà come del pensiero: essa ci permette di risolvere qualsiasi problema, purché non sia mal posto, procedendo dalla tesi all’antitesi e, infine, alla sintesi, come per esempio nel caso della classica contrapposizione tra essere (tesi) e non essere (antitesi), che è superata, non tolta, dal divenire storico (sintesi), in cui si risolve tutta la realtà. Hegel ha quindi una visione processuale della ragione umana che si realizza correndo e scorrendo nel mondo; è altresì una visione palingenesiaca che  colloca Dio in terra e pone la parte cioè il cittadino in funzione del Tutto ovvero dello “Stato etico” che, pur caratterizzandosi come Stato di diritto, non riconosce limiti di sorta, né interni né esterni.

Arrivati a questo punto dell’esposizione, chiunque, anche chi non ha mai studiato filosofia a scuola e all’università, o l’ha studiata male (non per colpa sua ovviamente), capirà da che parte sta la ragione e il buon senso. Eppure si fa ancora un gran parlare di Hegel, vuoi perché ricorrono quest’anno (2020) i 250 anni dalla sua nascita a Stoccarda, nell’antica Svevia, vuoi perché effettivamente tutta la storia successiva della filosofia è influenzata da lui: “A partire da Marx, la critica dell’ideologia mira a ribaltare la visione di classe insita nella struttura dell’idealismo, affermando una visione sovversiva e alternativa alla filosofia della storia borghese, dando voce e potere ai subalterni. Non da meno sono le critiche mosse a Hegel da Kierkegaard da un punto di vista teologico-esistenzialista, così come da Nietzsche attraverso una radicale decostruzione del sistema concettuale secondo una prospettiva genealogica” (M. CALLONI, La dialettica perpetua tra autorità e libertà, in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della Sera”, del 28 giugno 2020, p.7). Senza considerare poi i veri e propri seguaci di Hegel, come CROCE e GENTILE, lo sperticato elogio di HERBERT  MARCUSE in Ragione e rivoluzione (Il Mulino, Bologna 1966), l’interpretazione in chiave teologica di VITO  MANCUSO in Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del “Principe di questo mondo” (Garzanti nuova edizione, Milano 2018) e la voluminosa monografia dell’americano TERRY  PINKARD: Hegel. Il filosofo della ragione dialettica e della storia (Hoepli, Milano 2018). Insomma un gigante, su cui si continua a discutere accesamente anche grazie all’ultimo libro del filosofo tedesco SEBASTIAN  OSTRICTSCH, intitolato Hegel. Der Weltphilosoph, non ancora tradotto in italiano.

Sorge a questo punto spontanea la domanda: chi sono oggi, in Italia, gli interpreti politici più fedeli al paradigma kantiano e a quello hegeliano?

Premesso che non è opportuno fare nomi e cognomi in questa sede, mi punge tuttavia vaghezza di dire che si può ricondurre al primo paradigma ogni politico che abbia a cuore soprattutto il rispetto della legalità, non di quella doppiopesista che è inflessibile con gli uni e buonista con gli altri, ma di quella vera che non guarda in faccia a nessuno, e al secondo quelli che temono soprattutto le grandi, quanto anonime, concentrazioni capitalistico-finanziarie mondiali e credono ciecamente che l’intervento dello Stato contro di esse possa renderci tutti più ricchi e felici. La storia insegna, invece, che l’uomo, come pensava Kant, è un “legno storto” (I. KANT, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975 , p. 11) e  che potrà migliorare la propria condizione semplicemente varando buone leggi, da rispettare e far rispettare.

LA BATTAGLIA DI CECINA

Ieri, 10 agosto 2020, al Circolo “Il Fitto” di Cecina è stata inaugurata una mostra sulla battaglia di Cecina, conclusasi il 2 luglio 1944 con la liberazione della stessa dall’occupante tedesco ad opera della V Armata americana. Fu una battaglia dura e sanguinosa, la più dura e sanguinosa dopo quella combattuta dagli alleati per conquistare Cassino e liberare Roma (4 giugno 1944).

In questa occasione, sono stato pregato dagli organizzatori della mostra, cioè dall’associazione “Toscana ’44”, di tenere una breve introduzione, nella quale ho espresso il mio apprezzamento per l’iniziativa, appellandomi al principio crociano secondo il quale la storia è sempre contemporanea. Infatti, se non ci fosse stato – ho detto – il vivo e attuale interesse dei suddetti, in gran parte giovanissimi, ricercatori e collezionisti di reperti bellici, questa mostra non sarebbe mai nata.

Successivamente ho ricostruito il quadro storico generale all’interno del quale si colloca la battaglia di Cecina: siamo – ho detto – nel 1944, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’Italia con gli alleati (8 settembre 1943). L’Italia è lacerata in due: al centro-nord ci sono i tedeschi e al centro-sud gli angloamericani, ma essa non rimane inerte, passiva di fronte allo sfacelo ovvero a quella che Ernesto Galli della Loggia a suo tempo definì “la morte della patria” (Laterza, 1996): tenta di risorgere, seguendo però due strade diverse, anzi contrapposte. Al nord abbiamo la fondazione da parte di Mussolini, audacemente liberato dai tedeschi dalla sua prigionia sul Gran Sasso, della Repubblica Sociale Italiana e al sud la ricostituzione del Regio esercito italiano sotto l’egida di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III; esercito che ebbe il battesimo del fuoco nella battaglia contro i tedeschi di Monte Lungo, al di qua della Linea Gustav, il 16 dicembre 1943.  A questo punto un ascoltatore ha evocato la cosiddetta “fuga di Pescara”, alla quale non ho replicato per non perdere il filo del discorso e, soprattutto, per non sollevare polemiche pretestuose. Adesso però posso dire con calma quel che penso della questione, citando le parole di un grande filosofo, Augusto Del Noce, il quale ha scritto: “La tesi della ‘fuga ignominiosa’ è calunnia priva di alcun fondamento: era proprio il dovere del Sovrano a esigere la ‘fuga a Pescara’ per la salvezza della continuità dello Stato” (in La tragedia dell’8 settembre, “Il Tempo”, 26 novembre 1983). Rimango naturalmente a disposizione di chiunque voglia contestare per iscritto questa tesi, per me assolutamente valida.

Le due contrapposte reazioni allo sfacelo di cui sopra provocarono lo scoppio di un’altra guerra, di una guerra nella guerra, se così si può dire, e cioè la “guerra civile”! Fino a qualche anno fa questa espressione era vietata dalla storiografia ufficiale, intrisa di retorica post-resistenziale, poi è comparso sulla scena un grande storico, di sinistra, che ha sdoganato questa espressione e ha fatto emergere la verità storica in essa contenuta. Pertanto, ho parlato di Claudio Pavone e del suo libro, non a caso intitolato Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri 1991), che tanto ha fatto discutere storici e politici dell’epoca. Un altro ascoltatore ha colto quindi l’occasione per citare, a questo proposito, anche Giampaolo Pansa, autore del memorabile Sangue dei vinti (Sperling & Kupfer Editori, 2003): una rievocazione un po’ romanzata ma sostanzialmente vera di quella “guerra civile” di cui parla, sia pure in modo più rigorosamente scientifico, Claudio Pavone. Al tema della “guerra civile” ho poi associato la famosa “svolta di Salerno”, con la quale Togliatti, il capo dei comunisti italiani, in ossequio alla volontà di Stalin da cui strettamente dipendeva, rinunciò clamorosamente alla pregiudiziale antimonarchica e si alleò con il Re per combattere insieme l’occupante tedesco.

Tutte queste riflessioni e questi interventi hanno arricchito la mia introduzione senza mai perdere di vista l’argomento principale, cioè la battaglia di Cecina, perché quando ho poi ricordato, in conclusione, le innumerevoli sofferenze patite dalla popolazione civile nei giorni della battaglia e in quelli precedenti, cioè quando ho parlato di bombardamenti alleati (tra diurni e notturni ve ne furono su Cecina circa 40), stenti e fame più rappresaglie tedesche (come quella della vicina Guardistallo), il tema della “guerra civile” è riemerso prepotentemente e ha diviso l’uditorio tra chi  ancora oggi stigmatizza il “collaborazionismo” degli italiani schierati dalla parte dei tedeschi e chi rimprovera ai partigiani il fatto di aver, in alcuni casi, provocato inutilmente la “tedesca rabbia” di petrarchesca memoria.

Alla fine, però, è prevalsa l’ammirazione per il lavoro svolto dagli organizzatori della mostra ed io ho potuto tranquillamente concludere il mio dire, ribadendo il concetto del carattere contemporaneo della storia, in virtù del quale per gli antichi romani valeva il motto: historia magistra vitae est!

NOTA DI RICHIAMO: la foto di apertura si riferisce al carro armato tedesco “Tiger”, colpito e messo fuori combattimento da uno “Sherman” nel corso della battaglia di Cecina. Essa è tratta dal libro di LUIS PIAZZANO, IVO ARZILLI e LEO GATTINI, Cecina anni di guerra (Il Fitto di Cecina, 1987), il testo più attendibile sull’argomento.

 

IL RE BUONO

A parziale espiazione dell’attentato subito da Umberto I, il “Re buono” (così soprannominato per aver soccorso nel 1884 Napoli colpita dal colera), 120 anni fa (29 luglio 1900), mi riprometto di pubblicare l’inno che il grande poeta Giovanni Pascoli, socialista sì, o socialisteggiante, ma pur sempre fervente patriota, dedicò all’illustre nostro Sovrano, dal titolo: “Al Re Umberto”. In esso, la riflessione filosofica sul tema del Male si fonde con la fede nel radioso avvenire dell’Italia:

 

“In piedi, sei morto, tra i suoni

dell’inno a cui bene si muore:

in piedi: con palpiti buoni

nel cuore, colpito nel cuore:

 

tra grida, più fiere che squilli,

di Viva! sei morto: ed al vento

tra gli altri cognati vessilli

batteva il vessillo di Trento:

 

sul campo; nell’ultima sera

guardando, tra i fremiti lieti,

che cosa, o Re morto? Una schiera

di giovani atleti” (continua).

 

 

Essendosi verificata una devastante epidemia di colera a Napoli nel 1884, il Re Umberto I, che si trovava a Pordenone per l’inaugurazione di un cotonificio, accorse a Napoli dopo aver pronunciato le seguenti parole: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.

L’Italia è unita quando non è “sbullonata” come adesso, ma ogni sua più piccola e sperduta parte si fa carico dell’interesse nazionale, così come tutta la Nazione deve farsi carico dei problemi che affliggono anche la più remota località, magari sperduta in mezzo al mare come Lampedusa (qui habet aures audiendi audiat!):

 

“Sul campo, sei morto, una mano

levando alla fronte severa,

vedendo da presso e lontano,

vedendo, nell’ultima sera,

 

nell’ultimo istante, con gli occhi

guizzanti una luce corrusca

di lancie d’ulani, con gli occhi

velati dall’ombra di Busca,

 

vedendo – là tra la minaccia

del nembo luceva una stella –

sei morto vedendoti in faccia

l’Italia novella” (continua).

 

   La carrozza [del Re Umberto I] arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro. – Evviva! – gridarono molte voci. – Evviva! – gridò Coretti, dopo gli altri.

   Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.

   Allora Coretti perdè la testa e urlò: – Quarto battaglione del quarantanove!

   Il re, che si era voltato da un’altra parte, si rivoltò verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuor dalla carrozza.

   Coretti fece un salto avanti e gliela strinse. La carrozza passò, la folla irruppe e ci divise, perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un momento. Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il suo figliolo, tenendo la mano in alto. Il figliolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: – Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! – e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: – Questa è una carezza del re.

   E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano. – E’ uno del quadrato del 49, – dicevano. – E’ un soldato che conosce il re. – E’ il re che l’ha riconosciuto. – E’ lui che gli ha teso la mano. – Ha dato una supplica al re; – disse uno più forte.

   No, – rispose Coretti, voltandosi bruscamente; – non gli ho dato nessuna supplica, io. Un’altra cosa gli darei, se me la domandasse…

   Tutti lo guardarono.

   Ed egli disse semplicemente: – Il mio sangue

(da “Cuore” di EDMONDO DE AMICIS, “Re Umberto”, Mondadori, Milano 1965, p. 108).

 

L’immagine di Re Umberto che riceve da una vecchina un mestolo d’acqua, attinta al secchio di una giovane popolana, e il brano tratto dal libro Cuore che cosa hanno in comune?

Hanno in comune un episodio ben preciso della Terza guerra d’indipendenza (1866): la strenua difesa da parte del 49° reggimento di fanteria, e in particolare del 4° battaglione bersaglieri, della persona stessa del Principe di Piemonte Umberto di Savoia, figlio del Re Vittorio Emanuele II, intercettato a Villafranca dagli austriaci nel corso della sfortunata (per noi) battaglia di Custoza. Se Umberto si fosse arreso o fosse scappato l’eroismo dei nostri soldati sarebbe stato vano, ma Umberto seppe compiere onorevolmente il suo dovere di soldato “e mise la fronte davanti al nemico” (come scrisse lo storico Guerzoni, un mazziniano per di più). Dopo questo sanguinoso scontro, il Principe fu dissetato da due donne del popolo che rimasero particolarmente impresse nella sua memoria, anche perché una delle due, la più giovane, si chiamava Margherita, come la sua futura consorte. Quest’episodio è passato alla storia col nome di “Quadrato” e ha ispirato un celebre bozzetto del più grande pittore italiano dell’Ottocento, cioè di Giovanni Fattori. Anche Pascoli, nella poesia di cui sopra, accenna a questo celebre fatto storico:

 

“Viveva l’Italia novella,

viveva! E tu, Sire canuto,

vedendo ch’ell’era assai bella,

levavi la mano al saluto;

 

levavi al saluto la mano,

scoprendoti il cuore…Nel cuore

te un uomo – non era un ulano –

trafisse…oh! Il Quadrato che muore

 

per te!…Il gran mare ha il suo fondo:

Re morto, tu eri mortale:

chi grande nel mondo?…Nel mondo,

di grande, c’è il Male!”.

 

 

La poesia del Pascoli continua poi così:

“C’è il Male che piange, che prega,

ch’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male

che accusa il fratello e rinnega

la madre; quel Male ch’è male.

 

Il Male è sol quello che ride

d’un lugubre riso di folle;

il Male è sol quello che uccide,

che tempra di sangue le zolle,

 

le zolle che poi gli empiranno

la bocca, al Caino…ed esangue

poi sente in eterno che sanno

l’amaro del sangue.

 

Il Male è più grande di Dio!

 

E’ questa l’affermazione conclusiva  a cui giunge infine Giovanni Pascoli. E’ un’affermazione che tiene evidentemente conto di due fatti tragici che precedono l’attentato a Umberto I e in parte lo spiegano: la sfortunata campagna d’Africa, culminata con il massacro dei nostri soldati ad Adua nel 1896, e il cannoneggiamento del popolo milanese, che chiedeva semplicemente l’abbassamento del prezzo del pane, da parte del generale Bava Beccaris, poi decorato da Umberto I, nel 1898. Anche in questi fatti emerge la prepotenza del Male, la sua inevitabile presenza nella storia dell’umanità. Di fronte ad esso, il Pascoli sembra soccombere, anche perché poeta e non filosofo. Ben diverso, invece, l’approccio di Benedetto Croce che, da buon hegeliano, seppe trarre il Bene dal male e trovare una spiegazione a tutto: lo Stato unitario italiano, nato da pochi anni grazie ad un “miracolo” storico, dopo secoli di divisioni interne e invasioni straniere, verso la fine del secolo fu minacciato nella sua stessa esistenza da destra (si pensi alle trame eversive di Maria Sofia di Borbone che non volle mai arrendersi ai Savoia) e da sinistra (si pensi alle trame sovversive di Enrico Malatesta, esponente di spicco del movimento anarchico e rivoluzionario italiano). Pertanto, esso fu costretto a difendere la propria sopravvivenza in un modo che noi oggi giudichiamo, giustamente, atroce, ma che all’epoca non era del tutto estraneo alla normale dialettica storico-politica (si pensi a come nacque la Terza repubblica francese dopo il sanguinoso esperimento sociale della Comune parigina).

Gli è che la storia è sempre giustificatrice e mai giustiziera, perchè non si può non pensare, cioè studiare, come necessità; in compenso, però, si può fare come libertà, perciò c’è sempre spazio, nell’attualità, per l’impegno socio-politico contro ogni forma di sopraffazione di destra come di sinistra; infatti, in medio stat virtus!

 

TRASCRIZIONE DELL’ INTERVISTA “IL GRANDE ANNUNZIO”

 

   Questa è la trascrizione dell’intervista da me rilasciata alla fine di dicembre 2019 a due miei allievi di quarta del Liceo “Fermi” di Cecina: Marco Favilli ed Enrico Trassinelli, che hanno dimostrato spiccate doti tecnico-organizzative e che ringrazio sentitamente. In modo particolare, ho apprezzato la scelta delle inquadrature e della colonna sonora da parte di Marco e la disinvoltura con la quale Enrico ha condotto l’intervista.

    Il video dell’intervista è disponibile su questo blog, cliccando in alto sul menu, in corrispondenza della parola: “VIDEO”.

   Professore, è pronto?

   Io sì!

Ci faccia innanzi tutto un bilancio complessivo dei suoi quarant’anni circa d’insegnamento [di Storia e Filosofia].

   Bilancio positivo, perché ho avuto modo di osservare da vicino, molto da vicino, i contrasti generazionali che sono la linfa vitale del divenire storico.

Ci parli dell’EXALSI. Che cos’è esattamente l’EXALSI?

   E’ un acronimo che sta per ex allievi simoniani e sottintende il sostantivo associazione [l’ubicazione è a Cecina, C.so Matteotti, 280/A]: è un’occasione per incontrare di nuovo quelle persone che ho già incontrato e che hanno incontrato me a scuola, compiendo un certo percorso insieme, importante per loro come per me, volto all’arricchimento vicendevole.

Il suo principale difetto e il suo principale merito.

   Il principale difetto è quello dell’inclinazione al piacere, alla carne, però, per fortuna, c’è anche il pregio, cioè la consapevolezza di dover puntare in alto e vivere secondo lo spirito e non secondo la carne.

L’allievo o gli allievi che gli sono piaciuti di più e quelli meno.

   Mi sono piaciuti tutti quelli che mi hanno spinto a fare autocritica e lo hanno fatto in maniera costruttiva, un po’ meno quelli che invece lo hanno fatto in malo modo.

Il poeta preferito.

   Carducci, per via dell’ “abito fiero e lo sdegnoso canto” [da “Traversando la Maremma toscana”], che condivido pienamente: anch’io infatti cerco di essere fiero  e di appassionarmi a quello che faccio, cioè all’insegnamento: facendo del mio meglio, come certamente faceva lui, naturalmente nel mio piccolo, però il modello è lui.

   Il filosofo preferito.

   Giovanni Gentile, perché è stato un martire della libertà di pensiero in un’epoca tragica e ha condiviso la sorte di altri grandi personaggi della storia della filosofia, come Socrate e Giordano Bruno. L’epilogo della sua vita dovrebbe far riflettere coloro i quali, a volte, danno una versione troppo retorica ed edulcorata di quella vicenda storica, trascurando di ricordare anche i misfatti compiuti in nome della libertà.

Il cantante preferito.

   Lucio Battisti che ha dedicato a un filosofo della statura intellettuale di Hegel un elleppì in cui effettivamente riesce a rivisitare con eleganza e leggerezza un filosofo particolarmente complesso, trasmettendo sensazioni di grande coinvolgimento nelle spire del pensiero filosofico di Hegel non senza una buona dose, al tempo stesso, d’ironia.

   La qualità che lei ammira di più in una donna e in un uomo.

   La lealtà, il giocare a carte scoperte e il parlare con franchezza: è la cosa più bella, quella che apprezzo di più nei miei alunni e nei miei colleghi, in tutte le persone con le quali ho avuto e ho a che fare.

Che cosa sono le tre emme di cui lei ci parla all’inizio di ogni anno scolastico?

   Anche questo è un acronimo naturalmente. La prima emme sta per “motivazione”: nell’apprendimento infatti la motivazione è fondamentale, è la molla che ci spinge a voler imparare, a voler studiare – e questo vale soprattutto per i discenti, ma vale anche per i docenti, perché  docendo discitur, che non a caso è il mio motto. Quindi la motivazione innanzi tutto, poi il “metodo di studio”, che deve essere personalizzato, frutto di una ricerca attenta delle proprie attitudini, delle proprie capacità nonché delle proprie difficoltà di apprendimento. Infine, “mettersi in gioco”, mettersi in cammino, venire fuori allo scoperto, stare al gioco del botta e risposta.

La regione o le regioni d’Italia che ama di più.

   Innanzi tutto la Puglia, dove sono nato e mi sono laureato. Poi la Lombardia dove ho incominciato a insegnare e ho messo su famiglia; infine mi sono trasferito qui in Toscana, dove vivo e risiedo da molti anni. Sono contento di stare in Toscana, perché la Toscana è la culla della civiltà italiana e della cultura italiana e perciò mi verrebbe da dire, parafrasando D’Annunzio, hic manebimus optime.

Perché qui all’EXALSI è esposta la bandiera monarchica?

Per un motivo semplicissimo: perché i Savoia hanno fatto l’Italia, io amo l’Italia e per la proprietà transitiva non posso non riconoscermi in questa Tradizione, che ha anche i suoi aspetti negativi – non me lo nascondo – , però le proprie radici storiche non si rinnegano.

Qual è lo sport che lei preferisce e qual è quello che lei pratica?

   Prediligo la Formula Uno, perché nella Formula 1 è in gioco il prestigio dell’industria automobilistica italiana. Pratico quello della bici e, soprattutto, il camminare: mi sta molto a cuore il camminare, anche perché esiste una filosofia del camminare che prende spunto da una frase, brevissima, di Nietzsche [tratta da Umano troppo umano], che a me piace leggere spesso ai miei alunni: “Star seduti il meno possibile: non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento, che non sono una festa anche per i muscoli”.

Chi è il politico oggi in Italia più bravo?

   Ce ne sono due veramente bravi: hanno lo stesso nome ma cognomi diversi. Non ho votato fino ad oggi nessuno dei due, però penso che il futuro dell’Italia dipenderà molto da come essi si muoveranno sullo scacchiere politico.

 Un film, un libro e un’opera d’arte che si devono assolutamente conoscere.

Il film che mi viene subito in mente è 2001 Odissea nello spazio [di Kubrick], perché è profetico. Il libro inteso come romanzo, beh, la Recherche di Marcel Proust, che è veramente una cattedrale di parole dedicate al tema dell’amore. Essa ha provocato in me, sin da giovane, una viva e commossa partecipazione. Per quanto riguarda poi l’opera d’arte, scelgo quella che campeggia sulla copertina del mio/nostro Kalendosophio 2019, cioè La Scuola di Atene di Raffaello, che si trova nelle Stanze vaticane. Per quanto riguarda la musica, quella classica, non posso non prediligere l’Inno alla gioia di Schiller [poeta d’ispirazione kantiana], musicato da Beethoven, e scelto come inno dell’Unione europea.

Quando prevede di andare in pensione?

   Presto, forse prestissimo, perché voglio uscire di scena per tempo e con l’intenzione di rientrarvi nel migliore dei modi, cioè tramite l’EXALSi, tramite il mio blog e, perché no, continuando a collaborare al Sampierese, insomma facendo tutto quello che mi riprometto di fare dopo essere uscito dall’ambito strettamente scolastico.

Arrivederci, a presto!

A OTTANT’ ANNI DALLA DICHIARAZIONE DI GUERRA DELL’ ITALIA A GRAN BRETAGNA E FRANCIA

ROMA,  10  GIUGNO  1940

 

Combattenti di terra, di mare, dell’aria.

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.

Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.

Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.

Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.

L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.

Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Popolo italiano!

Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

 

 

 

 

 

 

Con queste tonanti parole il 10 giugno (anniversario del rapimento di G. Matteotti) 1940 Mussolini trascinò l’Italia nella più grande sventura della sua storia. Fu certamente una scelta sbagliata, non solo perché a lungo andare si rivelò perdente, ma soprattutto perché innaturale, in quanto contraria agli interessi della nazione italiana, da sempre (forse si potrebbe dire dalla battaglia di Teutoburgo) contrapposta a quella germanica. Ma non fu una scelta insensata, perché le ragioni di un conflitto con le potenze occidentali (Francia e Gran Bretagna) c’erano tutte.

Infatti, nel 1934, Mussolini aveva sfidato da solo Hitler, impedendogli l’Anschluss, cioè l’annessione al III Reich della sua terra d’origine, l’Austria, allorché i manutengoli di quest’ultimo tentarono di fare un colpo di Stato e riuscirono addirittura ad assassinare il cancelliere austriaco Dollfuss, devoto seguace di Mussolini,  tanto da esere considerato il fondatore del cosiddetto “austrofascismo”. In quell’occasione Mussolini non riscosse, se non formalmente, la solidarietà delle suddette potenze occidentali che anzi, in occasione della guerra d’Etiopia, scatenarono contro l’Italia tutta quanta la canea della Società delle Nazioni: “l’assedio societario di 52 Stati”, come disse il Duce nel suo discorso sulla dichiarazione di guerra dell’Italia a Gran Bretagna e Francia, affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia a Roma il 10 giugno 1940 (sopra riportato per intero).

Il comportamento delle suddette potenze fu riprovevole agli occhi degli italiani non solo perché ingrato nei confronti dell’Italia che con i nazisti austriaci continuerà sempre ad avere un rapporto conflittuale, anche dopo le cosiddette “opzioni” in Alto Adige, ma soprattutto ipocrita, perché esse rappresentavano la massima espressione di quel colonialismo predatorio che non aveva nulla da spartire con il colonialismo di popolamento italiano, valvola di sfogo della disoccupazione e dell’emigrazione. Si rilegga a questo proposito il famoso discorso tenuto da Giovanni Pascoli il 26 novembre 1911 a Barga, intitolato significativamente La Grande Proletaria si è mossa, in cui si sottolinea il fatto che l’Italia aveva mandato, prima della conquista della Libia, “altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare…a fare ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora”.

Insomma, per noi si trattava di guadagnare “un posto al sole”, perché la Libia si era rivelata uno scatolone di sabbia, come ebbe a dire Gaetano Salvemini, acceso oppositore di quest’impresa insieme al giovane Mussolini, mentre le suddette potenze occidentali detenevano un tale potere imperialista su tutto il mondo da giustificare l’uso di due aggettivi ben precisi: “plutocratiche” (da Pluto, dio della ricchezza) e “reazionarie”. Sul modo in cui fu condotta la conquista dell’Etiopia si può e si deve discutere, tenendo in giusta considerazione gli studi più recenti, soprattutto quelli di Angelo Del Boca sull’uso dei gas da parte italiana, anche se non furono solo gl’italiani a violare le convenzioni internazionali, sta di fatto però che con l’Etiopia si trascinava da più di mezzo secolo un contenzioso che aveva toccato il fondo nel 1896 con la sanguinosa sconfitta di Adua. L’opinione pubblica si dimostrò, in questo caso, generalmente favorevole alla guerra ed il consenso al regime raggiunse, come ha ben spiegato Renzo De Felice, il suo culmime. Ben diverso fu lo stato d’animo della maggior parte degli italiani il 10 giugno 1940: la preoccupazione s’impossessò di loro, per diventare poi profonda avversione al fascismo quando le innumerevoli prove di malanimo e inganno da parte dei tedeschi non furono sufficienti a far cambiare idea a Mussolini su Hitler. Fu allora che intervenne, finalmente, S.M. il Re Vittorio Emanuele III, rimuovendo dal suo incarico, dopo il  voto favorevole all’Ordine del giorno Grandi del Gran Consiglio del Fascismo (25 luglio 1943), il principale responsabile della più grande sventura storica italiana.

Aldo Simone