COSI’ PARLO’…ALDO (intervista rilasciata a un mio ex allievo a distanza di un anno dalla videointervista del 2019)

Buongiorno, professore. Come sta? E soprattutto come si sta in pensione?

Bene, grazie. Per quanto riguarda in particolare la condizione di pensionato, non ti nascondo che mi manca il contatto diretto con i giovani che sono, come già ebbi a dire, “la linfa vitale del divenire storico”, anche se qualcuno di essi ogni tanto mi viene a trovare all’EXALSI (=Associazione ex allievi simoniani), a Cecina, in Corso Matteotti, 280/a. Certamente non mi annoio, perché continuo ad esercitare la geistige Arbeit ossia il lavoro spirituale, quello di cui parlava Max Weber, e dal quale, per esempio, è nato il Kalendosophio 2021.

Veniamo subito alla pandemia. Quali pensieri e quali sentimenti ha provocato in lei?

Incomincio dai sentimenti che sono, a mio avviso, lo stesso pensiero colto nella sua forma aurorale: grande cordoglio per le vittime, grande riconoscenza nei confronti degli operatori sanitari e viva speranza in un rinnovamento profondo dell’umanità che deve rinsaldare i vincoli di solidarietà universale che Leopardi chiama, nella Ginestra, la “social catena”. Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente filosofico, non vorrei scomodare Hegel e la sua tesi secondo la quale “tutto ciò che è reale è razionale” o invocare il concetto di eterogenesi dei fini, secondo il quale non tutti i mali vengono per nuocere, però è chiaro che bisogna fare di necessità virtù e perciò bisogna reagire con forza d’animo, affrontando “l’immane potenza del negativo”, per usare un’altra espressione tipicamente hegeliana, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

Come giudica gli effetti della pandemia sulla scuola?

Devastanti, perché la scuola che non si fa in presenza è una non scuola. Tuttavia, anche in questo caso bisogna fare di necessità virtù e cioè affinare la capacità di adattamento di docenti e discenti, perché chi non si adatta è destinato ad estinguersi. Si devono perciò inventare, come di fatto è accaduto, nuove forme di comunicazione e interazione, ma sempre con l’obiettivo di ritornare, quanto prima, alla normalità.

Quali sono state le sue letture preferite in questi ultimi tempi?

L’autore che ho privilegiato è stato Fichte, anche perché Gentile, che rimane il mio punto di riferimento principale, è stato definito da Diego Fusaro – e in questo sono pienamente d’accordo con lui – un “Fichte redivivus”. Il Fichte di cui mi sono interessato è soprattutto quello interpretato da Luigi Pareyson, un filosofo di origini valdostane che ha insegnato all’Università di Torino e che è stato maestro di filosofi ancora oggi sulla cresta dell’onda, come Gianni Vattimo e Sergio Givone. Secondo Pareyson, Fichte è rimasto vittima di una sorta di schema storiografico per cui sarebbe semplicemente il successore di Kant e il precursore di Hegel e quindi privo di una sua autentica originalità di pensiero. Falso, assolutamente falso: Fichte è un autore originalissimo e attualissimo, che intende la dialettica come una infinita tensione tra finito e infinito, mentre Hegel è più dogmatico, perché la intende come una scienza assoluta e determinatissima. Come ha scritto Sergio Natoli, nel suo bellissimo Giovanni Gentile, filosofo europeo: “L’atto fichtianamente inteso è la vita della contraddizione, è perciò creazione infinita o se si vuole orgia dionisiaca”. Ecco, una concezione “orgiastica” della filosofia è quanto alla fine emerge dalla suddetta interpretazione di Fichte. Insomma, la filosofia è bella, perché, come la vita tutta, è “STREBEN”, cioè sforzo infinito di comprensione dell’infinito da parte del finito e in questo sforzo il naufragare è veramente dolce, come si potrebbe dire parafrasando L’Infinito di Leopardi.

Qual è stata la sua esperienza di viaggio più recente e più emozionante?

La visita a Villa Carpena nella campagna forlivese, è una visita che consiglio a tutti di fare, almeno una volta nella vita. Che cosa c’è da vedere? C’è d’ammirare la semplicità spartana di una famiglia che tanto ha influito, nel bene come nel male, sulle sorti del nostro martoriato Paese, mi riferisco alla famiglia di Benito Mussolini. Quello che colpisce è lo stile austero, sobrio e al tempo stesso decoroso, intriso di patriottismo fin nei più minuti particolari. Lungi da me l’apologia del fascismo: sto parlando dell’intimità domestica di una famiglia particolare sì, ma rappresentativa anche di tutta un’epoca perché saldamente ancorata al concetto tradizionale di famiglia, come tante altre del secolo scorso. Capire la storia, infatti, significa, secondo me, ancor prima che ricostruire il passato, coglierne il sapore ed evocarne l’atmosfera attraverso le più umili testimonianze di vita quotidiana. Questa è l’esperienza che si può fare visitando Villa Carpena, anche grazie all’amorevole cura con la quale viene custodita da due coniugi, bene informati sulla vita privata della suddetta famiglia che, fra l’altro, non è più proprietaria della villa.

Nell’ultima intervista lei disse che i due politici più bravi avevano lo stesso nome ma cognomi diversi. E’ sempre dello stesso avviso?

Dissi anche che non avevo votato alcuno dei due, per sottolineare il carattere super partes del mio giudizio. A distanza di un anno circa, mi sembra che i fatti mi abbiano dato ragione: abbiamo ancora, a capo del governo, un uomo per tutte le stagioni, che sta in piedi grazie ad un Matteo e che potrebbe cadere a causa di un altro Matteo. Inoltre, tra un Matteo e l’altro, i ruoli sono interscambiabili, nel senso che non si sa mai bene chi, dei due, è quello veramente favorevole e chi quello decisamente contrario alla permanenza a Palazzo Chigi dell’uomo di cui sopra. Gli è che la nostra Repubblica è sì una repubblica parlamentare, e quindi tutto dipende dai giochi di potere all’interno del palazzo (preferirei una repubblica presidenziale o semipresidenziale come in Francia), ma di parlamentarismo si può anche morire se si dimentica che la sovranità appartiene al popolo: è già accaduto nella storia, per esempio, in Germania, con la Repubblica di Weimar e, in Italia, con il trasformismo antemarcia.

Un suo parere su Papa Francesco, sempre più al centro della vita della Chiesa e del mondo intero.

Dovrebbe smetterla di considerare la ricchezza, quella fondata sul lavoro e sulla legittima eredità, un peccato e seguire piuttosto l’esempio dei calvinisti che la considerano invece un segno della predilezione divina. Inoltre la ricchezza può essere usata anche a fin di bene e non solo nella maniera in cui lo fanno certi alti prelati spesso da lui stesso prescelti. Dovrebbe soprattutto parlare un po’ più di vita eterna, dal momento che alla domanda che Gesù rivolse ai suoi discepoli sul perché gli andassero dietro, Pietro rispose lapidario: “Perché tu solo hai parole di vita eterna”.

E la messa in latino, per la quale lei si è tanto battuto qui a Cecina, che fine ha fatto?

Non c’è più, semplicemente perché i sacerdoti che se ne occupavano, appartenenti all’ Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote di Gricigliano (FI), se ne sono lavate le mani, infastiditi probabilmente più dalla incostanza dell’affluenza che dalla scarsità della stessa: certe domeniche la chiesa di S. Carlo al Palazzaccio era gremita, altre quasi vuota. E’ stata una scelta sbagliata e ingiustificata, perché non si abbandona mai il posto del pericolo e dell’onore, quando si ha una missione da compiere. D’altronde, là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, come dice Hölderlin, e se anche nel nostro caso in pericolo non era la vita ma semmai il prestigio dell’Ordine da essi rappresentato, non bisognava mollare. Quanto accaduto qui a Cecina conferma in pieno la seguente affermazione di Ernest Jünger, tratta dal suo vigoroso Trattato del ribelle: “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato”. Ciò nonostante, continuo a pensare in positivo e credo che la messa in latino a Cecina, prima o poi, ritornerà e ritornerà a furor di popolo, anche grazie a quelli che come te non si lasciano sedurre dalle mode e che rimpiangono, anche solo per ragioni estetiche, la liturgia tradizionale così ricca di simbologie arcane e profonde implicanze teologiche.

Qual è il messaggio che vuole lanciare in conclusione?

Quello di continuare a vivere guardando al futuro con la consapevolezza di essere figli di un passato così grande da non potersi non imporre anche come futuro, come il futuro a quelli come noi più prossimo e congeniale.

Grazie, professore!

Grazie, a te!

CACCIARI L’ OSCURO

Dove voglia andare a parare uno come Massimo Cacciari nel suo ultimo pamphlet Il lavoro dello spirito (Adelphi, Milano 2020) non lo si capisce facilmente. Forse non lo sa nemmeno lui. A meno che tutto non si risolva nella solita, astiosa, polemica contro il sovranismo.

Cacciari, non volendo cadere in questo luogo comune, prima di usare il termine “sovranismo” la fa lunga, prendendo come spunto la conferenza di Max Weber intitolata Die gestige Arbeit als Beruf (Il lavoro dello spirito come professione, 1917). La sua analisi, infatti, sfocia nella seguente affermazione: “Lo stesso ‘sovranismo’ potrebbe così intendersi come importante dimensione ideologica del Mondo capitalistico e della sua essenza religiosa, tanto più significativa quanto più inconsapevole…” (Op. cit., p. 91). Quindi il sovranismo sarebbe una copertura ideologica di cui il “capitalismo come religione”, di cui parla W. Benjamin nel suo omonimo testo, si serve per sottomettere tutti al ciclo D.M.D. (Denaro-Merce-Denaro) di marxiana memoria, cioè alla logica spietata del puro profitto privato. Un ciclo che è in mano a quel potere tecnico-economico che sta, nell’età della globalizzazione, stritolando ogni possibile opposizione, a partire dalla geistige Arbeit (in tedesco la parola “lavoro” è femminile) che da Weber in poi si ripromette, tramite la politica intesa come professione altamente qualificata, di arginarlo.

Cacciari, rimasto orfano della sua giovanile infatuazione per Marx causa forza maggiore, cioè a causa della caduta del muro di Berlino, si aggrappa a Weber nel tentativo di dare un senso sia alla sua personale esperienza politica ai tempi dell’Ulivo sia alla sua perdurante missione intellettuale di coscienza critica della sinistra (non a caso è quasi tutte le sere ospite della Gruber). Nel libro in esame, si aggroviglia in una rete di argomentazioni criptiche, cioè oscure, che mettono a dura prova la pazienza del lettore, da cui infine emerge la scontata condanna del sovranismo che è il bersaglio preferito in questi ultimi tempi dalla sinistra, terrorizzata dai crescenti consensi elettorali di Salvini e della Meloni. Ma se questa è, come si capisce infine, la sua pars destruens, qual è la sua pars construens? E qui le cose si complicano ulteriormente, perché le sue parole conclusive alludono a una non meglio definita “potenza autoliberantesi del lavoro intellettuale” (Op. cit., pp. 92-3), presentata come “ultimo possibile orizzonte nel disincanto weberiano” (Op. cit., p. 95), il che mi sembra di una vaghezza incommensurabile.

Meglio avrebbe fatto, invece, a liberarsi definitivamente dell’eredità marxista, che ancora lo condiziona in notevole misura, come quando parla di una “intesa”, sia pure “dissidente” (Op. cit., p. 94), tra Weber e Marx, nonostante la ben nota abissale differenza tra i due non solo sul piano politico, essendo stato l’uno un autentico liberale e l’altro un comunista integrale, ma anche sul piano dell’interpretazione filosofica della storia. Gli è che per Weber la religione non è una semplice sovrastruttura (nel materialismo storico di Marx la società si compone di una struttura economica e di una sovrastruttura religiosa, filosofica, giuridica, ecc., strettamente dipendente dalla struttura economica), ma uno dei principali fattori di movimento della storia. Infatti il capitalismo o il suo spirito nasce, secondo Weber, dall’etica calvinista più che dalla insaziabile sete di ricchezza della borghesia (cfr. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904). In che modo l’etica protestante ha favorito la nascita del capitalismo? Considerando la ricchezza non un peccato da farsi perdonare, come fanno i cattolici (tranne ovviamente gli alti prelati nominati proprio da Bergoglio), ma il segno dell’elezione divina, cioè della predestinazione alla salvezza eterna. Tesi questa discutibile quanto si vuole sul piano teologico e storiografico, ma indubbiamente affascinante e in netta controtendenza rispetto alla spiegazione materialistica della storia operata da Marx.

Ancor meglio avrebbe fatto se avesse riconosciuto alla “Rivoluzione Conservatrice” il merito di aver tentato di scongiurare il peggio in Germania, durante quella Repubblica di Weimar nella quale Weber aveva riposto invano la sua fiducia. I suoi esponenti non appoggiarono l’avventurismo politico di comunisti e nazisti, ma cercarono di difendere i valori tradizionali, esplorando nuovi modi di pensarli, praticarli e vitalizzarli all’interno di una società ormai in avanzata fase di decomposizione morale, sociale e politica. Il fatto che si siano spesso scagliati contro il parlamentarismo non può farci cadere nell’errore di catalogarli come protonazisti, essendo anzi figli di quella cultura altoborghese e liberale che i nazisti volevano e che alla fine riuscirono a spazzare via o ridurre al silenzio. Allo stesso modo, il cosiddetto “sovranismo” dei nostri giorni non vuole fare strame delle regole democratiche, ma ricucire il rapporto tra paese legale e paese reale, restituendo la parola all’elettorato, al popolo sovrano, e sventando così il trasformismo di certi uomini politici, di cui non faccio il nome per carità di Patria, buoni per tutte le stagioni.

UN PRETE D’ASSALTO

Avrei fatto in tempo a conoscerlo di persona, essendo morto a Firenze nel 1972, se qualcuno me ne avesse parlato quando ero ancora uno studente liceale. Mi riferisco al cremonese don Annibale Carletti, un sacerdote veramente eccezionale, che sfidò la morte, la Chiesa, il Fascismo e la Resistenza.

  • Sfidò la morte sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale in qualità di cappellano militare, ricevendo il 27 febbraio 1917 la Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione: “Dal giorno in cui si presentò al reggimento, con opera attiva ed intelligente, seppe ispirare in tutti i militari i più elevati sentimenti di fede, di dovere e di amor patrio, dando, anche in azioni militari, costante prova di coraggio personale e sprezzo del pericolo. In vari combattimenti, sempre primo ove più intensa infuriava la lotta, incurante dei gravi pericoli ai quali era esposto, incitava i soldati a compiere fino all’ultimo il loro dovere, mostrandosi anche instancabile nel raccogliere e curare i feriti. Per ben due volte riunì militari dispersi, rimasti privi di ufficiali, e, approfittando dell’ascendente che aveva saputo acquistarsi fra i soldati, li riordinò e condusse all’assalto. Intimatogli dal nemico la resa, vi si rifiutò risolutamente ordinando e dirigendo il fuoco contro le forze preponderanti dell’avversario, al quale inflisse gravi perdite. Costa Violina, 15-17 maggio; Passo del Buole, 30 maggio 1916.
  • Sfidò la Chiesa Cattolica nella persona del suo vescovo Giovanni Cazzani che lo fece scomunicare ed espellere dalla Chiesa e al quale indirizzò un opuscolo intitolato Lettere al vescovo di Cremona – con quali sentimenti sono tornato dalla guerra – perché sono fuori dalla Chiesa.
  • Sfidò il Fascismo, che non abbracciò pur essendo un fervente patriota e che anzi avversò con durezza, provocando la collera del più facinoroso dei gerarchi fascisti: Roberto Farinacci. Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale offrì riparo a ebrei e ufficiali alleati fuggiti dai campi di prigionia, beccandosi una severa condanna a morte.
  • Sfidò la Resistenza, allorché si oppose con fermezza alla fucilazione da parte dei partigiani di quegli stessi fascisti che l’avevano condannato a morte.

Insomma, un uomo libero, coraggioso e carismatico: a lui “La Domenica del Corriere” dedicò una copertina disegnata dal famoso Beltrame e il sac. prof. Giuseppe Ravasi perfino un’ode. Fu amico fraterno di don Primo Mazzolari e si battè per una riforma religiosa che ancor oggi, con Papa Francesco, stenta a decollare e che prevedeva la dispensa dal celibato per i sacerdoti inadatti ad esso e/o inclini a peccare contro natura. Lui stesso, pur non rientrando né nell’una né nell’altra categoria, si sposò ed ebbe un figlio che chiamò Giannicolò, battezzato ed educato nella religione cattolica. Fu inviso, non a caso, a quelli che in un modo o nell’altro anteponevano all’individuo, o meglio alla singola persona, la massa e la gerarchia. In modo particolare mi hanno colpito le seguenti parole, tratte dall’epistolario con il vescovo di cui sopra: “Il cristianesimo è il trionfo dell’individualità. Il cristiano bisogna che abbia il coraggio di essere se stesso. Tutti abbiamo una personalità e un’autorità nostra e non le dobbiamo distruggere per regolarsi passivamente su quelle degli altri, perché ogni nostro atto allora sarebbe privo di valore morale”. In queste parole, infatti, trova un preciso riscontro quel cristianesimo critico che coniuga Kant con il cristianesimo, riconoscendo al primo il merito di aver esplicitato sul piano filosofico quel che Cristo molti secoli prima aveva predicato sul piano religioso, cioè la destinazione ultramondana di ciascuno di noi in stretta relazione alla moralità, alla libertà, in quanto condizione della moralità, e a Dio, in quanto garante del trionfo finale della giustizia.

Tornando al coinvolgimento di don Annibale nella Prima guerra mondiale, ci tengo a precisare che la sua attiva partecipazione agli eventi bellici, anche con la pistola in pugno come racconta Pietro Gattari nel suo bel libro L’ultima settimana di maggio, edito nel 2014 da Castelvecchi, si spiega col fatto che egli, pur condannando da buon cristiano la guerra in sé, attribuiva ad essa, nel caso specifico, un peculiare significato patriottico: completare il Risorgimento, redimendo ossia ricongiungendo alla madrepatria italiana le terre “irrredente”: Trento e Trieste. La trattativa diplomatica collegata alla politica giolittiana del “parecchio” avrebbe potuto produrre al massimo la redenzione soltanto di una parte del Trentino, ma giammai di Trieste, la perla sull’Adriatico dell’Impero asburgico, che già Carducci aveva salutato con i seguenti versi, ancora oggi incisi su una lapide nei pressi della Chiesa di S. Giusto: “In faccia a lo stranier, che armato accampasi / su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!”.

KANT O HEGEL? La differenza tra i due più grandi filosofi dell’età moderna rispetto alla dialettica e alla dissoluzione della forma epistemica del filosofare

Il nostro futuro dipende dalla scelta tra Kant ed Hegel, cioè tra individualismo e comunitarismo, il primo infatti sottolinea l’importanza della libertà individuale e della individuale immortalità, mentre il secondo esalta la forza dell’insieme, della società e dello Stato: tertium non datur!

Per poter fare una scelta responsabile, bisogna però conoscere bene i termini della questione, che, pertanto, mi riprometto di esporre qui di seguito.

Chi sceglie Kant, opta per una visione critica della realtà, cioè soggetta al vaglio della ragione; non a caso le sue tre opere principali sono intitolate: Critica della ragion puraCritica della ragion pratica Critica del Giudizio. Nella prima Kant spiega che cosa possiamo conoscere e che cosa non possiamo conoscere; per esempio, la matematica e la fisica le possiamo conoscere con certezza, mentre la metafisica, che studia l’essenza stessa delle cose ovvero la cosiddetta “cosa in sé”, non è possibile come conoscenza. Tuttavia, è possibile esperirla sul piano pratico grazie all’esistenza della legge morale, da cui scaturisce la fede in un’altra vita, nella quale vivremo in eterno felicemente se, nella prima, saremo vissuti virtuosamente. Questa interpretazione della metafisica in chiave pratica spinge poi Kant a scrivere la terza “critica”, nella quale egli fonda la speranza di poter conciliare il regno della necessità naturale con quello della libertà morale attraverso il sentimento di piacere provocato in noi dalla bellezza, sia da quella naturale sia da quella artistica. In questo modo Kant spiana la strada, soprattutto con la terza Critica, alla “dissoluzione della forma epistemica del filosofare”, per dirla con le parole usate da SALVATORE NATOLI nel suo bel Giovanni Gentile filosofo europeo (Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 113), nel senso che la filosofia si avvia a diventare quel che è essenzialmente: una libera riflessione sulla realtà anziché conoscenza assoluta di essa.

Questo in sintesi il punto di vista filosofico di Kant che, politicamente, si colloca tra i sostenitori di quella società liberale in cui ciascun cittadino  è severamente tenuto a rispettare le leggi dello Stato, al punto da teorizzare la liceità della pena di morte (Cfr. I. KANT, La metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 1983, pp. 166-70), ma in cui ciascun cittadino gode anche della libertà di criticare l’operato del governo: “Dunque la libertà della penna – tenuta nei limiti del rispetto e dell’amore per la costituzione sotto la quale si vive… – è l’unico palladio dei diritti del popolo” (I. KANT, Sopra il detto comune: “Questo può essere giuso in teoria, ma non vale per la pratica”, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 71).

Al contrario, Hegel esalta la filosofia come compiuta conoscenza della realtà, basandosi innanzi tutto sulla rivalutazione della dialettica che ha alle spalle una storia abbastanza singolare: la inventa Platone come legge del pensiero in cui si può passare da un’idea all’altra senza cadere in contraddizione e rispecchiando fedelmente il logo, cioè la struttura sistematica delle idee. La demolisce Aristotele, considerandola pressoché un vuoto gioco di parole, e la critica Kant come fonte di quelle antinomie che paralizzano il pensiero umano lasciandolo in mezzo al guado, cioè in bilico tra il vero e il falso. Per Hegel, invece, la dialettica è la molla di tutto, della realtà come del pensiero: essa ci permette di risolvere qualsiasi problema, purché non sia mal posto, procedendo dalla tesi all’antitesi e, infine, alla sintesi, come per esempio nel caso della classica contrapposizione tra essere (tesi) e non essere (antitesi), che è superata, non tolta, dal divenire storico (sintesi), in cui si risolve tutta la realtà. Hegel ha quindi una visione processuale della ragione umana che si realizza correndo e scorrendo nel mondo; è altresì una visione palingenesiaca che  colloca Dio in terra e pone la parte cioè il cittadino in funzione del Tutto ovvero dello “Stato etico” che, pur caratterizzandosi come Stato di diritto, non riconosce limiti di sorta, né interni né esterni.

Arrivati a questo punto dell’esposizione, chiunque, anche chi non ha mai studiato filosofia a scuola e all’università, o l’ha studiata male (non per colpa sua ovviamente), capirà da che parte sta la ragione e il buon senso. Eppure si fa ancora un gran parlare di Hegel, vuoi perché ricorrono quest’anno (2020) i 250 anni dalla sua nascita a Stoccarda, nell’antica Svevia, vuoi perché effettivamente tutta la storia successiva della filosofia è influenzata da lui: “A partire da Marx, la critica dell’ideologia mira a ribaltare la visione di classe insita nella struttura dell’idealismo, affermando una visione sovversiva e alternativa alla filosofia della storia borghese, dando voce e potere ai subalterni. Non da meno sono le critiche mosse a Hegel da Kierkegaard da un punto di vista teologico-esistenzialista, così come da Nietzsche attraverso una radicale decostruzione del sistema concettuale secondo una prospettiva genealogica” (M. CALLONI, La dialettica perpetua tra autorità e libertà, in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della Sera”, del 28 giugno 2020, p.7). Senza considerare poi i veri e propri seguaci di Hegel, come CROCE e GENTILE, lo sperticato elogio di HERBERT  MARCUSE in Ragione e rivoluzione (Il Mulino, Bologna 1966), l’interpretazione in chiave teologica di VITO  MANCUSO in Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del “Principe di questo mondo” (Garzanti nuova edizione, Milano 2018) e la voluminosa monografia dell’americano TERRY  PINKARD: Hegel. Il filosofo della ragione dialettica e della storia (Hoepli, Milano 2018). Insomma un gigante, su cui si continua a discutere accesamente anche grazie all’ultimo libro del filosofo tedesco SEBASTIAN  OSTRICTSCH, intitolato Hegel. Der Weltphilosoph, non ancora tradotto in italiano.

Sorge a questo punto spontanea la domanda: chi sono oggi, in Italia, gli interpreti politici più fedeli al paradigma kantiano e a quello hegeliano?

Premesso che non è opportuno fare nomi e cognomi in questa sede, mi punge tuttavia vaghezza di dire che si può ricondurre al primo paradigma ogni politico che abbia a cuore soprattutto il rispetto della legalità, non di quella doppiopesista che è inflessibile con gli uni e buonista con gli altri, ma di quella vera che non guarda in faccia a nessuno, e al secondo quelli che temono soprattutto le grandi, quanto anonime, concentrazioni capitalistico-finanziarie mondiali e credono ciecamente che l’intervento dello Stato contro di esse possa renderci tutti più ricchi e felici. La storia insegna, invece, che l’uomo, come pensava Kant, è un “legno storto” (I. KANT, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze 1975 , p. 11) e  che potrà migliorare la propria condizione semplicemente varando buone leggi, da rispettare e far rispettare.

LA BATTAGLIA DI CECINA

Ieri, 10 agosto 2020, al Circolo “Il Fitto” di Cecina è stata inaugurata una mostra sulla battaglia di Cecina, conclusasi il 2 luglio 1944 con la liberazione della stessa dall’occupante tedesco ad opera della V Armata americana. Fu una battaglia dura e sanguinosa, la più dura e sanguinosa dopo quella combattuta dagli alleati per conquistare Cassino e liberare Roma (4 giugno 1944).

In questa occasione, sono stato pregato dagli organizzatori della mostra, cioè dall’associazione “Toscana ’44”, di tenere una breve introduzione, nella quale ho espresso il mio apprezzamento per l’iniziativa, appellandomi al principio crociano secondo il quale la storia è sempre contemporanea. Infatti, se non ci fosse stato – ho detto – il vivo e attuale interesse dei suddetti, in gran parte giovanissimi, ricercatori e collezionisti di reperti bellici, questa mostra non sarebbe mai nata.

Successivamente ho ricostruito il quadro storico generale all’interno del quale si colloca la battaglia di Cecina: siamo – ho detto – nel 1944, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’Italia con gli alleati (8 settembre 1943). L’Italia è lacerata in due: al centro-nord ci sono i tedeschi e al centro-sud gli angloamericani, ma essa non rimane inerte, passiva di fronte allo sfacelo ovvero a quella che Ernesto Galli della Loggia a suo tempo definì “la morte della patria” (Laterza, 1996): tenta di risorgere, seguendo però due strade diverse, anzi contrapposte. Al nord abbiamo la fondazione da parte di Mussolini, audacemente liberato dai tedeschi dalla sua prigionia sul Gran Sasso, della Repubblica Sociale Italiana e al sud la ricostituzione del Regio esercito italiano sotto l’egida di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III; esercito che ebbe il battesimo del fuoco nella battaglia contro i tedeschi di Monte Lungo, al di qua della Linea Gustav, il 16 dicembre 1943.  A questo punto un ascoltatore ha evocato la cosiddetta “fuga di Pescara”, alla quale non ho replicato per non perdere il filo del discorso e, soprattutto, per non sollevare polemiche pretestuose. Adesso però posso dire con calma quel che penso della questione, citando le parole di un grande filosofo, Augusto Del Noce, il quale ha scritto: “La tesi della ‘fuga ignominiosa’ è calunnia priva di alcun fondamento: era proprio il dovere del Sovrano a esigere la ‘fuga a Pescara’ per la salvezza della continuità dello Stato” (in La tragedia dell’8 settembre, “Il Tempo”, 26 novembre 1983). Rimango naturalmente a disposizione di chiunque voglia contestare per iscritto questa tesi, per me assolutamente valida.

Le due contrapposte reazioni allo sfacelo di cui sopra provocarono lo scoppio di un’altra guerra, di una guerra nella guerra, se così si può dire, e cioè la “guerra civile”! Fino a qualche anno fa questa espressione era vietata dalla storiografia ufficiale, intrisa di retorica post-resistenziale, poi è comparso sulla scena un grande storico, di sinistra, che ha sdoganato questa espressione e ha fatto emergere la verità storica in essa contenuta. Pertanto, ho parlato di Claudio Pavone e del suo libro, non a caso intitolato Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri 1991), che tanto ha fatto discutere storici e politici dell’epoca. Un altro ascoltatore ha colto quindi l’occasione per citare, a questo proposito, anche Giampaolo Pansa, autore del memorabile Sangue dei vinti (Sperling & Kupfer Editori, 2003): una rievocazione un po’ romanzata ma sostanzialmente vera di quella “guerra civile” di cui parla, sia pure in modo più rigorosamente scientifico, Claudio Pavone. Al tema della “guerra civile” ho poi associato la famosa “svolta di Salerno”, con la quale Togliatti, il capo dei comunisti italiani, in ossequio alla volontà di Stalin da cui strettamente dipendeva, rinunciò clamorosamente alla pregiudiziale antimonarchica e si alleò con il Re per combattere insieme l’occupante tedesco.

Tutte queste riflessioni e questi interventi hanno arricchito la mia introduzione senza mai perdere di vista l’argomento principale, cioè la battaglia di Cecina, perché quando ho poi ricordato, in conclusione, le innumerevoli sofferenze patite dalla popolazione civile nei giorni della battaglia e in quelli precedenti, cioè quando ho parlato di bombardamenti alleati (tra diurni e notturni ve ne furono su Cecina circa 40), stenti e fame più rappresaglie tedesche (come quella della vicina Guardistallo), il tema della “guerra civile” è riemerso prepotentemente e ha diviso l’uditorio tra chi  ancora oggi stigmatizza il “collaborazionismo” degli italiani schierati dalla parte dei tedeschi e chi rimprovera ai partigiani il fatto di aver, in alcuni casi, provocato inutilmente la “tedesca rabbia” di petrarchesca memoria.

Alla fine, però, è prevalsa l’ammirazione per il lavoro svolto dagli organizzatori della mostra ed io ho potuto tranquillamente concludere il mio dire, ribadendo il concetto del carattere contemporaneo della storia, in virtù del quale per gli antichi romani valeva il motto: historia magistra vitae est!

NOTA DI RICHIAMO: la foto di apertura si riferisce al carro armato tedesco “Tiger”, colpito e messo fuori combattimento da uno “Sherman” nel corso della battaglia di Cecina. Essa è tratta dal libro di LUIS PIAZZANO, IVO ARZILLI e LEO GATTINI, Cecina anni di guerra (Il Fitto di Cecina, 1987), il testo più attendibile sull’argomento.

 

IL RE BUONO

A parziale espiazione dell’attentato subito da Umberto I, il “Re buono” (così soprannominato per aver soccorso nel 1884 Napoli colpita dal colera), 120 anni fa (29 luglio 1900), mi riprometto di pubblicare l’inno che il grande poeta Giovanni Pascoli, socialista sì, o socialisteggiante, ma pur sempre fervente patriota, dedicò all’illustre nostro Sovrano, dal titolo: “Al Re Umberto”. In esso, la riflessione filosofica sul tema del Male si fonde con la fede nel radioso avvenire dell’Italia:

 

“In piedi, sei morto, tra i suoni

dell’inno a cui bene si muore:

in piedi: con palpiti buoni

nel cuore, colpito nel cuore:

 

tra grida, più fiere che squilli,

di Viva! sei morto: ed al vento

tra gli altri cognati vessilli

batteva il vessillo di Trento:

 

sul campo; nell’ultima sera

guardando, tra i fremiti lieti,

che cosa, o Re morto? Una schiera

di giovani atleti” (continua).

 

 

Essendosi verificata una devastante epidemia di colera a Napoli nel 1884, il Re Umberto I, che si trovava a Pordenone per l’inaugurazione di un cotonificio, accorse a Napoli dopo aver pronunciato le seguenti parole: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.

L’Italia è unita quando non è “sbullonata” come adesso, ma ogni sua più piccola e sperduta parte si fa carico dell’interesse nazionale, così come tutta la Nazione deve farsi carico dei problemi che affliggono anche la più remota località, magari sperduta in mezzo al mare come Lampedusa (qui habet aures audiendi audiat!):

 

“Sul campo, sei morto, una mano

levando alla fronte severa,

vedendo da presso e lontano,

vedendo, nell’ultima sera,

 

nell’ultimo istante, con gli occhi

guizzanti una luce corrusca

di lancie d’ulani, con gli occhi

velati dall’ombra di Busca,

 

vedendo – là tra la minaccia

del nembo luceva una stella –

sei morto vedendoti in faccia

l’Italia novella” (continua).

 

   La carrozza [del Re Umberto I] arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro. – Evviva! – gridarono molte voci. – Evviva! – gridò Coretti, dopo gli altri.

   Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.

   Allora Coretti perdè la testa e urlò: – Quarto battaglione del quarantanove!

   Il re, che si era voltato da un’altra parte, si rivoltò verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuor dalla carrozza.

   Coretti fece un salto avanti e gliela strinse. La carrozza passò, la folla irruppe e ci divise, perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un momento. Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il suo figliolo, tenendo la mano in alto. Il figliolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: – Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! – e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: – Questa è una carezza del re.

   E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano. – E’ uno del quadrato del 49, – dicevano. – E’ un soldato che conosce il re. – E’ il re che l’ha riconosciuto. – E’ lui che gli ha teso la mano. – Ha dato una supplica al re; – disse uno più forte.

   No, – rispose Coretti, voltandosi bruscamente; – non gli ho dato nessuna supplica, io. Un’altra cosa gli darei, se me la domandasse…

   Tutti lo guardarono.

   Ed egli disse semplicemente: – Il mio sangue

(da “Cuore” di EDMONDO DE AMICIS, “Re Umberto”, Mondadori, Milano 1965, p. 108).

 

L’immagine di Re Umberto che riceve da una vecchina un mestolo d’acqua, attinta al secchio di una giovane popolana, e il brano tratto dal libro Cuore che cosa hanno in comune?

Hanno in comune un episodio ben preciso della Terza guerra d’indipendenza (1866): la strenua difesa da parte del 49° reggimento di fanteria, e in particolare del 4° battaglione bersaglieri, della persona stessa del Principe di Piemonte Umberto di Savoia, figlio del Re Vittorio Emanuele II, intercettato a Villafranca dagli austriaci nel corso della sfortunata (per noi) battaglia di Custoza. Se Umberto si fosse arreso o fosse scappato l’eroismo dei nostri soldati sarebbe stato vano, ma Umberto seppe compiere onorevolmente il suo dovere di soldato “e mise la fronte davanti al nemico” (come scrisse lo storico Guerzoni, un mazziniano per di più). Dopo questo sanguinoso scontro, il Principe fu dissetato da due donne del popolo che rimasero particolarmente impresse nella sua memoria, anche perché una delle due, la più giovane, si chiamava Margherita, come la sua futura consorte. Quest’episodio è passato alla storia col nome di “Quadrato” e ha ispirato un celebre bozzetto del più grande pittore italiano dell’Ottocento, cioè di Giovanni Fattori. Anche Pascoli, nella poesia di cui sopra, accenna a questo celebre fatto storico:

 

“Viveva l’Italia novella,

viveva! E tu, Sire canuto,

vedendo ch’ell’era assai bella,

levavi la mano al saluto;

 

levavi al saluto la mano,

scoprendoti il cuore…Nel cuore

te un uomo – non era un ulano –

trafisse…oh! Il Quadrato che muore

 

per te!…Il gran mare ha il suo fondo:

Re morto, tu eri mortale:

chi grande nel mondo?…Nel mondo,

di grande, c’è il Male!”.

 

 

La poesia del Pascoli continua poi così:

“C’è il Male che piange, che prega,

ch’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male

che accusa il fratello e rinnega

la madre; quel Male ch’è male.

 

Il Male è sol quello che ride

d’un lugubre riso di folle;

il Male è sol quello che uccide,

che tempra di sangue le zolle,

 

le zolle che poi gli empiranno

la bocca, al Caino…ed esangue

poi sente in eterno che sanno

l’amaro del sangue.

 

Il Male è più grande di Dio!

 

E’ questa l’affermazione conclusiva  a cui giunge infine Giovanni Pascoli. E’ un’affermazione che tiene evidentemente conto di due fatti tragici che precedono l’attentato a Umberto I e in parte lo spiegano: la sfortunata campagna d’Africa, culminata con il massacro dei nostri soldati ad Adua nel 1896, e il cannoneggiamento del popolo milanese, che chiedeva semplicemente l’abbassamento del prezzo del pane, da parte del generale Bava Beccaris, poi decorato da Umberto I, nel 1898. Anche in questi fatti emerge la prepotenza del Male, la sua inevitabile presenza nella storia dell’umanità. Di fronte ad esso, il Pascoli sembra soccombere, anche perché poeta e non filosofo. Ben diverso, invece, l’approccio di Benedetto Croce che, da buon hegeliano, seppe trarre il Bene dal male e trovare una spiegazione a tutto: lo Stato unitario italiano, nato da pochi anni grazie ad un “miracolo” storico, dopo secoli di divisioni interne e invasioni straniere, verso la fine del secolo fu minacciato nella sua stessa esistenza da destra (si pensi alle trame eversive di Maria Sofia di Borbone che non volle mai arrendersi ai Savoia) e da sinistra (si pensi alle trame sovversive di Enrico Malatesta, esponente di spicco del movimento anarchico e rivoluzionario italiano). Pertanto, esso fu costretto a difendere la propria sopravvivenza in un modo che noi oggi giudichiamo, giustamente, atroce, ma che all’epoca non era del tutto estraneo alla normale dialettica storico-politica (si pensi a come nacque la Terza repubblica francese dopo il sanguinoso esperimento sociale della Comune parigina).

Gli è che la storia è sempre giustificatrice e mai giustiziera, perchè non si può non pensare, cioè studiare, come necessità; in compenso, però, si può fare come libertà, perciò c’è sempre spazio, nell’attualità, per l’impegno socio-politico contro ogni forma di sopraffazione di destra come di sinistra; infatti, in medio stat virtus!

 

TRASCRIZIONE DELL’ INTERVISTA “IL GRANDE ANNUNZIO”

 

   Questa è la trascrizione dell’intervista da me rilasciata alla fine di dicembre 2019 a due miei allievi di quarta del Liceo “Fermi” di Cecina: Marco Favilli ed Enrico Trassinelli, che hanno dimostrato spiccate doti tecnico-organizzative e che ringrazio sentitamente. In modo particolare, ho apprezzato la scelta delle inquadrature e della colonna sonora da parte di Marco e la disinvoltura con la quale Enrico ha condotto l’intervista.

    Il video dell’intervista è disponibile su questo blog, cliccando in alto sul menu, in corrispondenza della parola: “VIDEO”.

   Professore, è pronto?

   Io sì!

Ci faccia innanzi tutto un bilancio complessivo dei suoi quarant’anni circa d’insegnamento [di Storia e Filosofia].

   Bilancio positivo, perché ho avuto modo di osservare da vicino, molto da vicino, i contrasti generazionali che sono la linfa vitale del divenire storico.

Ci parli dell’EXALSI. Che cos’è esattamente l’EXALSI?

   E’ un acronimo che sta per ex allievi simoniani e sottintende il sostantivo associazione [l’ubicazione è a Cecina, C.so Matteotti, 280/A]: è un’occasione per incontrare di nuovo quelle persone che ho già incontrato e che hanno incontrato me a scuola, compiendo un certo percorso insieme, importante per loro come per me, volto all’arricchimento vicendevole.

Il suo principale difetto e il suo principale merito.

   Il principale difetto è quello dell’inclinazione al piacere, alla carne, però, per fortuna, c’è anche il pregio, cioè la consapevolezza di dover puntare in alto e vivere secondo lo spirito e non secondo la carne.

L’allievo o gli allievi che gli sono piaciuti di più e quelli meno.

   Mi sono piaciuti tutti quelli che mi hanno spinto a fare autocritica e lo hanno fatto in maniera costruttiva, un po’ meno quelli che invece lo hanno fatto in malo modo.

Il poeta preferito.

   Carducci, per via dell’ “abito fiero e lo sdegnoso canto” [da “Traversando la Maremma toscana”], che condivido pienamente: anch’io infatti cerco di essere fiero  e di appassionarmi a quello che faccio, cioè all’insegnamento: facendo del mio meglio, come certamente faceva lui, naturalmente nel mio piccolo, però il modello è lui.

   Il filosofo preferito.

   Giovanni Gentile, perché è stato un martire della libertà di pensiero in un’epoca tragica e ha condiviso la sorte di altri grandi personaggi della storia della filosofia, come Socrate e Giordano Bruno. L’epilogo della sua vita dovrebbe far riflettere coloro i quali, a volte, danno una versione troppo retorica ed edulcorata di quella vicenda storica, trascurando di ricordare anche i misfatti compiuti in nome della libertà.

Il cantante preferito.

   Lucio Battisti che ha dedicato a un filosofo della statura intellettuale di Hegel un elleppì in cui effettivamente riesce a rivisitare con eleganza e leggerezza un filosofo particolarmente complesso, trasmettendo sensazioni di grande coinvolgimento nelle spire del pensiero filosofico di Hegel non senza una buona dose, al tempo stesso, d’ironia.

   La qualità che lei ammira di più in una donna e in un uomo.

   La lealtà, il giocare a carte scoperte e il parlare con franchezza: è la cosa più bella, quella che apprezzo di più nei miei alunni e nei miei colleghi, in tutte le persone con le quali ho avuto e ho a che fare.

Che cosa sono le tre emme di cui lei ci parla all’inizio di ogni anno scolastico?

   Anche questo è un acronimo naturalmente. La prima emme sta per “motivazione”: nell’apprendimento infatti la motivazione è fondamentale, è la molla che ci spinge a voler imparare, a voler studiare – e questo vale soprattutto per i discenti, ma vale anche per i docenti, perché  docendo discitur, che non a caso è il mio motto. Quindi la motivazione innanzi tutto, poi il “metodo di studio”, che deve essere personalizzato, frutto di una ricerca attenta delle proprie attitudini, delle proprie capacità nonché delle proprie difficoltà di apprendimento. Infine, “mettersi in gioco”, mettersi in cammino, venire fuori allo scoperto, stare al gioco del botta e risposta.

La regione o le regioni d’Italia che ama di più.

   Innanzi tutto la Puglia, dove sono nato e mi sono laureato. Poi la Lombardia dove ho incominciato a insegnare e ho messo su famiglia; infine mi sono trasferito qui in Toscana, dove vivo e risiedo da molti anni. Sono contento di stare in Toscana, perché la Toscana è la culla della civiltà italiana e della cultura italiana e perciò mi verrebbe da dire, parafrasando D’Annunzio, hic manebimus optime.

Perché qui all’EXALSI è esposta la bandiera monarchica?

Per un motivo semplicissimo: perché i Savoia hanno fatto l’Italia, io amo l’Italia e per la proprietà transitiva non posso non riconoscermi in questa Tradizione, che ha anche i suoi aspetti negativi – non me lo nascondo – , però le proprie radici storiche non si rinnegano.

Qual è lo sport che lei preferisce e qual è quello che lei pratica?

   Prediligo la Formula Uno, perché nella Formula 1 è in gioco il prestigio dell’industria automobilistica italiana. Pratico quello della bici e, soprattutto, il camminare: mi sta molto a cuore il camminare, anche perché esiste una filosofia del camminare che prende spunto da una frase, brevissima, di Nietzsche [tratta da Umano troppo umano], che a me piace leggere spesso ai miei alunni: “Star seduti il meno possibile: non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento, che non sono una festa anche per i muscoli”.

Chi è il politico oggi in Italia più bravo?

   Ce ne sono due veramente bravi: hanno lo stesso nome ma cognomi diversi. Non ho votato fino ad oggi nessuno dei due, però penso che il futuro dell’Italia dipenderà molto da come essi si muoveranno sullo scacchiere politico.

 Un film, un libro e un’opera d’arte che si devono assolutamente conoscere.

Il film che mi viene subito in mente è 2001 Odissea nello spazio [di Kubrick], perché è profetico. Il libro inteso come romanzo, beh, la Recherche di Marcel Proust, che è veramente una cattedrale di parole dedicate al tema dell’amore. Essa ha provocato in me, sin da giovane, una viva e commossa partecipazione. Per quanto riguarda poi l’opera d’arte, scelgo quella che campeggia sulla copertina del mio/nostro Kalendosophio 2019, cioè La Scuola di Atene di Raffaello, che si trova nelle Stanze vaticane. Per quanto riguarda la musica, quella classica, non posso non prediligere l’Inno alla gioia di Schiller [poeta d’ispirazione kantiana], musicato da Beethoven, e scelto come inno dell’Unione europea.

Quando prevede di andare in pensione?

   Presto, forse prestissimo, perché voglio uscire di scena per tempo e con l’intenzione di rientrarvi nel migliore dei modi, cioè tramite l’EXALSi, tramite il mio blog e, perché no, continuando a collaborare al Sampierese, insomma facendo tutto quello che mi riprometto di fare dopo essere uscito dall’ambito strettamente scolastico.

Arrivederci, a presto!

A OTTANT’ ANNI DALLA DICHIARAZIONE DI GUERRA DELL’ ITALIA A GRAN BRETAGNA E FRANCIA

ROMA,  10  GIUGNO  1940

 

Combattenti di terra, di mare, dell’aria.

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.

Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.

Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.

Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.

L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.

Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Popolo italiano!

Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

 

 

 

 

 

 

Con queste tonanti parole il 10 giugno (anniversario del rapimento di G. Matteotti) 1940 Mussolini trascinò l’Italia nella più grande sventura della sua storia. Fu certamente una scelta sbagliata, non solo perché a lungo andare si rivelò perdente, ma soprattutto perché innaturale, in quanto contraria agli interessi della nazione italiana, da sempre (forse si potrebbe dire dalla battaglia di Teutoburgo) contrapposta a quella germanica. Ma non fu una scelta insensata, perché le ragioni di un conflitto con le potenze occidentali (Francia e Gran Bretagna) c’erano tutte.

Infatti, nel 1934, Mussolini aveva sfidato da solo Hitler, impedendogli l’Anschluss, cioè l’annessione al III Reich della sua terra d’origine, l’Austria, allorché i manutengoli di quest’ultimo tentarono di fare un colpo di Stato e riuscirono addirittura ad assassinare il cancelliere austriaco Dollfuss, devoto seguace di Mussolini,  tanto da esere considerato il fondatore del cosiddetto “austrofascismo”. In quell’occasione Mussolini non riscosse, se non formalmente, la solidarietà delle suddette potenze occidentali che anzi, in occasione della guerra d’Etiopia, scatenarono contro l’Italia tutta quanta la canea della Società delle Nazioni: “l’assedio societario di 52 Stati”, come disse il Duce nel suo discorso sulla dichiarazione di guerra dell’Italia a Gran Bretagna e Francia, affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia a Roma il 10 giugno 1940 (sopra riportato per intero).

Il comportamento delle suddette potenze fu riprovevole agli occhi degli italiani non solo perché ingrato nei confronti dell’Italia che con i nazisti austriaci continuerà sempre ad avere un rapporto conflittuale, anche dopo le cosiddette “opzioni” in Alto Adige, ma soprattutto ipocrita, perché esse rappresentavano la massima espressione di quel colonialismo predatorio che non aveva nulla da spartire con il colonialismo di popolamento italiano, valvola di sfogo della disoccupazione e dell’emigrazione. Si rilegga a questo proposito il famoso discorso tenuto da Giovanni Pascoli il 26 novembre 1911 a Barga, intitolato significativamente La Grande Proletaria si è mossa, in cui si sottolinea il fatto che l’Italia aveva mandato, prima della conquista della Libia, “altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare…a fare ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora”.

Insomma, per noi si trattava di guadagnare “un posto al sole”, perché la Libia si era rivelata uno scatolone di sabbia, come ebbe a dire Gaetano Salvemini, acceso oppositore di quest’impresa insieme al giovane Mussolini, mentre le suddette potenze occidentali detenevano un tale potere imperialista su tutto il mondo da giustificare l’uso di due aggettivi ben precisi: “plutocratiche” (da Pluto, dio della ricchezza) e “reazionarie”. Sul modo in cui fu condotta la conquista dell’Etiopia si può e si deve discutere, tenendo in giusta considerazione gli studi più recenti, soprattutto quelli di Angelo Del Boca sull’uso dei gas da parte italiana, anche se non furono solo gl’italiani a violare le convenzioni internazionali, sta di fatto però che con l’Etiopia si trascinava da più di mezzo secolo un contenzioso che aveva toccato il fondo nel 1896 con la sanguinosa sconfitta di Adua. L’opinione pubblica si dimostrò, in questo caso, generalmente favorevole alla guerra ed il consenso al regime raggiunse, come ha ben spiegato Renzo De Felice, il suo culmime. Ben diverso fu lo stato d’animo della maggior parte degli italiani il 10 giugno 1940: la preoccupazione s’impossessò di loro, per diventare poi profonda avversione al fascismo quando le innumerevoli prove di malanimo e inganno da parte dei tedeschi non furono sufficienti a far cambiare idea a Mussolini su Hitler. Fu allora che intervenne, finalmente, S.M. il Re Vittorio Emanuele III, rimuovendo dal suo incarico, dopo il  voto favorevole all’Ordine del giorno Grandi del Gran Consiglio del Fascismo (25 luglio 1943), il principale responsabile della più grande sventura storica italiana.

Aldo Simone

LA FORMULA FILOSOFICA K+4C (KANT+Cassirer, Carlini, Carabellese, Croce)

1. Premessa

Nel mio articolo sull’interpretazione filosofica del coronavirus ho distinto tre modi fondamentali di affrontare il problema della morte, da coronavirus e non: quello terreno, quello ultraterreno e quello immanentistico che cerca di fondere il terreno con l’ultraterreno. Al centro del primo ho posto l’essere-per-la-morte di Heidegger, al centro del secondo quello della filosofia cristiana e al centro del terzo sia l’idealismo assoluto di Hegel sia l’eterno ritorno di Nietzsche. In quella stessa occasione ho espresso la mia preferenza per quella concezione che frammezza tra il terreno e l’ultraterreno e che ha come principale punto di riferimento il pensiero di Immanuel Kant, il più coerentemente compatibile con la destinazione ultramondana dell’uomo, grazie alla teoria del Sommo Bene, che si può riassumere così: premesso che ciò che più conta nella vita di ogni uomo in quanto essere razionale è, alla fin fine, il comportamento morale e che tale comportamento non garantisce in questa vita mortale quella felicità a cui  ogni uomo naturalmente aspira, se ne deduce che deve esistere un Aldilà in cui un Ente sommamente giusto distribuirà alle anime buone, necessariamente immortali, il loro giusto compenso.

CASSIRER

2. Ragione e verità

Purtroppo, il filosofo di Königsberg non gode di buona fama tra le anime più timorate e questo è un male per esse e per tutti coloro i quali intendono servire non due padroni, ma due supremi valori: la ragione e la verità. La prima è sicuramente subordinata alla seconda in quanto mezzo attraverso il quale raggiungere il fine ultimo a cui tende per sua intrinseca natura la mente umana. La seconda, però, risulta del tutto inaffidabile se cercata e comunicata con altri mezzi diversi da quello razionale. Si pensi ad esempio alla fede che, in tutte le sue varianti (religiosa, patriottica, scientista), rimane pur sempre soggetta al vaglio della ragione, se non vuole cadere nella superstizione e nel fanatismo. Infatti, S. Agostino afferma che “fides nisi cogitetur, nulla est” (De praedestinatione Sanctorum, c. II, 5), per non parlare di San Tommaso che affida alla ragione il compito di sceverare i “praeambula fidei” e scongiurare così la caduta nel fideismo, da sempre inviso alla Chiesa cattolica. Lo stesso Pascal, pur essendo notoriamente portato più per l’esprit de finesse che per l’esprit de geometrie, insiste sulla ragionevolezza del cristianesimo e ci propone di fare una scommessa, quella su Dio, in cui è ragionevole arrischiare il finito per guadagnare, sia pure con incertezza, l’infinito,  dal momento che”ogni giocatore rischia con certezza per guadagnare con incertezza, e tuttavia arrischia certamente il finito per guadagnare con incertezza il finito, senza andare contro la ragione” (B. PASCAL, Pensieri, Edizioni Paoline, Roma ], p. 259).

CARLINI

3. Il tensionalismo critico

Kant, in modo particolare, sottolinea il ruolo di vigilanza che la ragione deve svolgere nei confronti di quella che egli chiama la “Schwärmerei” (=esaltazione) e afferma  perciò che “se dunque alla ragione viene contestato il diritto che le spetta di parlare per prima in questioni riguardanti oggetti sovrasensibili, come l’esistenza di Dio e il mondo futuro, si spalancano le porte a ogni tipo di  e s a l t a z i o n e  e di superstizione, e perfino all’ateismo” (I. KANT, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano 1996, p. 60). Questo è l’atteggiamento che più si confà alla natura umana e che ha un carattere spiccatamente critico, perché volto a stabilire limiti e validità di ciò che possiamo conoscere, dobbiamo fare e possiamo sperare, nel rispetto sempre di quella libertà che ci consente di “rigettare lontano […] l’angoscia di ciò che è terreno” (F. SCHILLER, L’ideale e la vita). Questo atteggiamento è ancora oggi valido all’interno di una prospettiva che non vuole rimanere chiusa nell’ambito del finito e che già altre volte ho definito “tensionale”, cioè finita ma protesa verso l’Infinito, verso l’Incondizionato, onde evitare di cadere nella peggiore delle malattie, il nichilismo, a proposito del quale così si espresse il compianto Giovanni Paolo II: “Il nichilismo, prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri della parola di Dio, è negazione dell’umanità dell’uomo e della sua stessa identità” (G. P. II, Fede e ragione, Piemme, Casale Monferrato 1998, p. 165).

  CROCE

4. I magnifici Quattro

Bisogna dunque mantenersi in un difficile equilibrio che, sia pure con vari accenti e modalità, possiamo ritrovare in una fitta schiera di filosofi, alcuni dei quali apparentemente minori, altri giganteschi, che nel loro insieme attestano la vitalità  del filosofare di matrice kantiana. Per esempio, Ernest Cassirer, prendendo le mosse da Kant, ha poi sviluppato una sua originale concezione filosofica basata sullo studio delle forme simboliche attraverso le quali lo spirito umano produce quel mondo della cultura nel quale più degnamente si rispecchia.

Oltre a Cassirer, vorrei ricordare un grande filosofo italiano di cui si è ormai quasi del tutto spento il ricordo, più per motivi politici che schiettamente filosofici: mi riferisco ad Armando Carlini, discepolo prediletto di Giovanni Gentile e convinto fascista. Carlini, ancorando la sua speculazione a Kant, in intimo e sofferto dialogo con i Dioscuri della filosofia italiana del suo tempo (Croce e Gentile), sostenne anche la perfetta compatibilità del suo spiritualismo “trascendentale” con la professione della fede cristiana. Si noti che “trascendentale” è un termine frequentissimo in Kant e indica una via di mezzo tra il trascendente, basato sulla netta separazione tra soggetto e oggetto, e l’immanente, basato sull’identità di soggetto e oggetto.

Un altro filosofo italiano, di cui poco si sa ma che ha grandemente contribuito alla riscoperta nel Novecento della filosofia di Kant è stato Pantaleo Carabellese. Nato a Molfetta, più o meno dalle mie parti, nel 1877, insegnò nelle università di Palermo e Roma, dove succedette a Gentile sulla cattedra di filosofia teoretica. Egli coniugò Kant con Rosmini, un sacerdote dedito per tutta la vita alla filosofia dell’essere, nonché amato confidente di Alessandro Manzoni. La dottrina di Carabellese si definisce come “ontologismo critico”, perché al centro di essa c’è l’Essere posto non fuori del pensiero come una sorta di oggetto misterioso e irraggiungibile, ma conosciuto grazie alla capacità del soggetto di autotrascendersi, cioè di diventare oggetto di sé medesimo sotto forma di Essere.

Infine, che dire di don Benedetto Croce? E’ stato un interprete originale del lascito kantiano, pur rimanendovi sostanzialmente fedele dal momento che ci sono nella sua filosofia tre specifici punti di contatto con il pensiero kantiano:

1) la distinzione tra sfera teoretica e sfera pratica, che ricalca l’analoga distinzione kantiana tra ragion pura e ragion pratica;

2) l’autonomia dell’arte, che affonda le sue radici nella kantiana Critica del Giudizio;

3) il culto della libertà che, dalla portata individuale propria della concezione morale kantiana, si solleva a chiave interpretativa di tutta la storia dell’umanità.

5. Conclusione

Questi sono gli esempi più eclatanti della vitalità del pensiero kantiano: essi dimostrano che Kant è il crocevia della filosofia moderna e il miglior viatico per affrontare con il giusto piglio tutte le difficoltà della vita, comprese quelle sanitarie dei nostri giorni. Egli ci esorta a confidare tanto in noi stessi quanto in Dio con le famose parole conclusive della Critica della ragion pratica che ancora oggi c’in-kantano: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me” (I. KANT, Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 197).

 

 

LA BELLEZZA SECONDO SORRENTINO

In questi giorni di cupa tristezza ho riscoperto il film di Sorrentino La grande bellezza (2013). Innanzitutto mi ha colpito la citazione tratta da un famoso libro di Celine, Viaggio al termine della notte, in cui si assimila il viaggiare, anche solo virtuale, alla scoperta di nuovi mondi. Gli è che Celine è un autore “maledetto”, eternamente combattuto tra dannazione e redenzione, come il protagonista del film, Jep Gambardella, superbamente interpretato da Toni Servillo.

Siccome non sono un cinefilo e tanto meno un critico cinematografico, mi limiterò a prendere spunto da questo film per affrontare alcune questioni che mi stanno a cuore, per quanto riguarda la ricerca e l’insegnamento della verità estetica, storico-politica e religiosa.

Sicuramente questo film ha il merito di aver riportato al centro della riflessione estetica il tema della bellezza, mentre la cultura contemporanea sembra averlo rimosso. Nel libro, infatti, di Paolo D’Angelo, intitolato Estetica e presentato dallo stesso autore qualche anno fa nel nostro Liceo, si legge: “La bellezza non è affatto un concetto centrale dell’estetica, anzi la bellezza, nella sua accezione corrente, è un valore sostanzialmente extra-estetico” (P. D’ANGELO, Estetica, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, p. 125). Ebbi qualcosa da obiettare in proposito, ma il mio intervento produsse solo un po’ d’insofferenza nell’uditorio e una risposta piuttosto seccata dell’autore. Questo per dire che è veramente controcorrente oggi parlare di bellezza nel mondo dell’arte e della cultura contemporanee. A mio modesto avviso, invece, la bellezza rimane il cardine della riflessione estetica, sulla scia di Kant, Hegel e Croce. Pertanto, essa “è ciò che piace senz’altro” (I. KANT, Critica del Giudizio, Editori Laterza, Roma-Bari 1974, p. 50), cioè universalmente e disinteressatamente, a prescindere da altre considerazioni di carattere intellettualistico, moralistico e utilitaristico. Le frequenti inquadrature delle opere d’arte abbondantemente presenti nella nostra capitale e la raffinata colonna sonora, a parte qualche concessione al cattivo gusto dettata da esigenze narrative, testimoniano la sostanziale adesione del regista al modello classico di bellezza, anche se oggetto di queste inquadrature è prevalentemente lo stile barocco, pur sempre riconducibile allo stile classico attraverso la mediazione del manierismo e del neoclassicismo.

Per quanto riguarda l’aspetto socio-politico, il film stigmatizza giustamente quella certa idea d’impegno politico per cui gli artisti che non militano in un ben preciso schieramento partitico o sono compromessi col potere economico o sono chiusi in sé stessi, in una dorata quanto sterile sfera intimista. La dissacrante intervista di Jep al personaggio che allude a Marina Abramovic e che si esibisce nuda con una falce e martello stampata sul pube e, soprattutto, la spietata ramanzina che Jep rivolge alla sussiegosa giornalista-scrittrice radical-chic, sono tutti attacchi ben mirati a quella concezione dell’intellettuale organico che considera il partito come il “moderno Principe” e che ha ammorbato l’aria di Roma dai tempi della giunta Argan-Niccolini in poi, portando a compimento “il suicidio della rivoluzione” di cui parlava il filosofo Augusto del Noce. Non a caso gli attacchi più duri a questo film provengono dagli ambienti culturali che sono stati da esso stesso sbeffeggiati, mentre presso la critica straniera, solitamente meno incline a certe ideologie ormai obsolete, il consenso è stato quasi unanime.

Per quanto riguarda, infine, il risvolto religioso di questo film, penso che esso abbia voluto riscattare il sentimento religioso autentico, senza cadere nel pietismo e nella retorica agiografica. Infatti, il personaggio della Santa, probabilmente ispirato a Madre Teresa di Calcutta, riesce a toccare le corde più profonde della mente e del cuore di Jep, grazie alla sua automacerazione e alla seguente risposta sul perché ella ama nutrirsi solo di radici: “Perché le radici sono importanti”.

Ebbene sì, le radici sono importanti e questa è, secondo me, la chiave di lettura di tutta l’opera, stroncata, anche questa volta non a caso, dall’ “Osservatore Romano” che evidentemente non le ha perdonato il ritratto di un alto prelato tutto intento a disquisire di cucina e poco incline a parlare della sua vocazione religiosa. Diciamo, allora, che in questo film ce n’è per tutti, anche per i mercanti d’arte moderna che sfruttano le bimbette come Aelita Andre e spacciano per arte ciò che arte non è. Dunque, se ha fatto discutere così tanto è perché ha pestato forte i piedi a quelli che, ancora oggi purtroppo, fanno in Italia il bello e cattivo tempo nel campo del cinema e della cultura, mentre le platee, e non solo le platee visti gli altissimi riconoscimenti internazionali, lo hanno largamente premiato.

INTERPRETAZIONE FILOSOFICA DEL CORONAVIRUS

Quello che sta succedendo oggi in Italia si può inquadrare, dal punto di vista squisitamente filosofico, in tre diversi modi di pensare: uno terreno, uno ultraterreno e un altro ancora eterno ma immanente, cioè calato nel mondo. Tutti e tre questi modi hanno una lunga e rispettabile storia alle spalle.

Il primo affonda le sue radici nell’atomismo democriteo e nella classica tesi di Epicuro sulla morte: se ci siamo noi non c’è lei e se c’è lei non ci siamo noi; quindi il problema della morte neanche si pone, perché tutto avviene e si conclude nell’aldiqua.

Il secondo nasce con la tesi platonico-socratica secondo la quale la filosofia è sì una continua riflessione sulla morte ma per trovare un varco al di là di essa, confluisce nel pensiero cristiano, in particolare in quello di Sant’Agostino, e culmina nella concezione francescana della morte: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare (S. FRANCESCO D’ASSISI, Cantico di Frate Sole, in SALINARI e RICCI, Storia della Letteratura Italiana, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 118).

Queste prime due correnti di pensiero, ognuna delle quali annovera svariate personalità di spicco, trovano la loro più alta espressione novecentesca rispettivamente in Heidegger e Bergson.

Il primo, nel suo capolavoro del 1927 Essere e tempo, teorizza l’ “essere-per-la morte”, perché interpreta l’essere alla luce della temporalità ovvero temporalizza l’essere, rinchiudendolo severamente entro i limiti imposti dall’Esserci, cioè dalla finitudine umana: “Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile” (M. HEIDEGGER, Essere e tempo, UTET, Torino 1978, p. 378).

Bergson, invece, ha cercato in tutte le sue opere di aprire un varco all’interno della stessa temporalità per poter accedere all’eternità e lo ha fatto distinguendo nettamente il tempo della scienza, riconducibile alla condizione terrena dell’umanità, dal tempo della vita che rinvia all’innata aspirazione di ogni uomo ad “un’eternità di vita”  (H. BERGSON, Introduzione alla metafisica, Laterza, Roma-Bari 1987, p. 80), che non può essere soddisfatta nel corso della nostra breve vita terrena.

C’è, infine, chi come Nietzsche – e questo è il terzo modo di pensare – ha calato, con la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale, l’eterno nella nuda terra: il risultato, secondo me, è stato fallimentare, anche perché da un punto di vista cosmologico non c’è ragione per cui il mondo debba ricominciare a girare da capo dopo la sua morte termica a causa dell’entropia. Nella stessa situazione d’imbarazzo nei confronti della realtà così come la conosciamo, si sono andati a cacciare Hegel e i suoi seguaci, cercando di superare l’antitesi tra finito e infinito mediante la dialettica, la quale ha innalzato a sistema la sintesi dei termini predetti. Questa sintesi però non regge alla prova dei fatti, perché destinata a infrangersi contro la cruda realtà del male, incombente come il volto della morte nel film di Bergman Il settimo sigillo (1956).

Kant, pur contribuendo in non piccola parte alla nascita di questo sistema, inserì nella seconda edizione della Critica della ragion pura (1787) una confutazione dell’idealismo che preventivamente sbarrava la strada ai successivi sviluppi in senso idealistico della filosofia tedesca. Inoltre, nella successiva Critica della ragion pratica arrivò a postulare, se non a dimostrare, ciò che nella prima aveva categoricamente escluso: Dio, l’anima e la libertà. Quindi la sua posizione è una posizione di frontiera, molto interessante per chi voglia salvare capro e cavolo: la ragione umana come “pietra ultima di paragone della verità” (I. KANT, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano 1996, p. 66) e l’anelito verso quell’ “eternità di vita” di cui parlava Bergson. Tra i due naturalmente restano profonde differenze, perché il tedesco non ammette l’intuizione intellettuale, cioè la possibilità di conoscere qualcosa di sovrasensibile, mentre il francese sì, grazie a quello slancio vitale che ha nella durata, cioè nel tempo della vita, il suo originario e indefettibile punto di appoggio.

Passo dunque alle conclusioni: l’approccio secondo me più ragionevole alla verità e al problema che ci troviamo oggi davanti è quello che scaturisce dall’incontro fecondo tra la prospettiva kantiana, moderatamente mondana, e quella bergsoniana, moderatamente ultramondana; insomma, dobbiamo procedere con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

A questo punto, però, c’è bisogno, affinché quest’operazione abbia pienamente successo, di un catalizzatore positivo particolarmente forte, di un catalizzatore di marca schiettamente italiana e questo non può che essere il nostro Giovanni Gentile, al quale spetta il merito di aver interpretato, sia la filosofia della storia di Vico sia la filosofia della mente inaugurata da Cartesio, in chiave problematica, cioè tale da oltrepassare una volta per tutte “la forma epistemica del filosofare” (S. NATOLI, Giovanni Gentile filosofo europeo, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 113). Ciò significa in concreto che la filosofia futura dovrà allargare il suo campo d’indagine, impegnandosi anche in campo epistemologico (=filosofia della scienza), rinnovare il suo linguaggio, usando più spesso aforismi, iperboli e metafore, interagire con arte, poesia, cinema, teatro e architettura, promuovere nuove forme di organizzazione socio-politica e di produzione economica, fornire all’umanità quel “supplemento di anima” (H. BERGSON, Le due fonti della morale e della religione, in Opere, UTET, Torino 1971, p. 581), di cui essa ha drammaticamente bisogno per non lasciarsi stritolare dalla sempre più invadente tecnologia. Il tutto accettando sempre il bel rischio dell’interpretare, che è la caratteristica peculiare della migliore filosofia di tutti i tempi, e il compito che essa deve svolgere anche in circostanze, drammatiche, come quelle che stiamo vivendo noi oggi. Si potrà così ritrovare quell’energia spirituale, quello slancio vitale, senza il quale nessuna quarantena, nessun vaccino, nessuna medicina sarà mai veramente efficace.

 

COMUNICATO AI MIEI STUDENTI E RISPETTIVE FAMIGLIE

Purtroppo, quello che temevamo tutti noi, nessuno escluso, è accaduto: la scuola italiana resterà chiusa per un numero di giorni consecutivi veramente impressionante e speriamo che basti.

Naturalmente, prima della scuola viene la vita e la tutela della salute, ma stiamo attenti: questo vale se per scuola intendiamo la pura e semplice trasmissione del sapere, ma siccome la scuola, quella in interiore homine, non è mai stata soltanto questo, qui con la scuola si rischia di chiudere anche le porte della mente, che invece devono rimanere aperte, proprio per fronteggiare al meglio questa emergenza che non è solo sanitaria.

Perciò chiedo a tutti i miei studenti di terza, quarta e quinta liceo di consultare ogni giorno il registro elettronico e di cimentarsi nello studio degli argomenti proposti, sapendo di poter contare sempre sul mio sostegno, tramite questo blog interattivo.

ATTUALITA’ DI SPINOZA

Spinoza copertina Il libro di MARIA  ROSARIA  D’UGGENTO che avrei dovuto presentare al Liceo “Fermi” di Cecina, insieme all’Autrice, il 28.02.2020, se non ci fosse stata l’emergenza  coronavirus, s’intitola Spinoza, il filosofo “edificante” ed è stato pubblicato nel 2019 da Il Convivio Editore.

Si tratta di un’opera che ha una forte valenza positiva e propositiva, perché ricca di rimandi interessanti all’attualità e alla sensibilità dei nostri giorni. E’ perciò essa stessa “edificante”, come il pensiero di Spinoza, definito dall’Autrice appunto tale nell’accezione “rortyana” del termine (Rorty è stato un filosofo americano del secolo scorso di straordinario successo per la stravagante originalità del suo pensiero), ossia nel senso di essere capace di attivare una democrazia dialettica fatta anche d’improvvisazioni, battute satiriche e gustosi aforismi, solitamente considerati indegni di comparire nel pantheon della filosofia accademica.

Essa è altresì un’opera scritta con un incalzante stile raziocinante che sprona a decostruire se non a demolire le ovvietà inquestionate dei nostri ambienti universitari, come nel racconto breve in essa incluso e dedicato a Il filosofo ermeneutico, tratto da un altro libro della D’Uggento intitolato L’erba e il grano. Nel complesso si può ben dire che questo libro ha un carattere anche terapeutico, oltre che filosofico ovviamente, in grado di rafforzare il nostro spirito critico e di depurarci dalle scorie che la moderna civiltà tecnologica deposita nella nostra mente e nel nostro corpo, in intima connessione tra loro come giustamente insegna la filosofia di Spinoza.

In particolare, la D’Uggento applica il pensiero di Spinoza a tre questioni di più scottante attualità e cioè all’impegno socio-politico, all’ambientalismo e all’animalismo, senza trascurare naturalmente anche il femminismo e la filosofia di genere che è sempre discretamente presente nella trama delle sue sottili argomentazioni.

Per quanto riguarda il primo punto, mi limito a ricordare la coraggiosa battaglia combattuta da Spinoza in difesa della libertà di pensiero e della tolleranza religiosa, in un’epoca, il Seicento, in cui era ancora vivo il ricordo della tragica Guerra dei Trent’anni, la più lunga, sanguinosa e devastante guerra di religione, non in senso lato ma proprio in senso confessionale, mai verificatasi nella storia dell’umanità. Anche oggi ogni tanto riaffiora la minaccia dell’odio politico e dell’intolleranza religiosa e quindi vale sempre la pena di ricordare, soprattutto alle nuove generazioni, l’importanza di un pensiero squisitamente liberale come quello di Spinoza.

Per quanto riguarda il secondo punto, la difesa dell’ambiente, basta fare riferimento alla spinoziana identificazione di Dio con la Natura (Deus sive Natura) per rendersi facilmente conto del contributo fondamentale che egli ha dato alla costruzione di una coscienza ecologica, matura e seriamente motivata.

Per quanto riguarda il terzo punto, è doveroso riconoscere a Spinoza il merito di aver gettato le basi di un rapporto tra il mondo umano e quello animale non più gerarchico e vessatorio, ma inclusivo e compassionevole, nel senso di un empatico cum patire, patire insieme, per capire concretamente quali abusi e atrocità ancora oggi vengono commessi impunemente contro questa o quella specie animale e quindi contro la vita stessa. Non è vero quindi che Spinoza si divertisse sadicamente nel veder lottare tra loro i ragni, come vuole la leggenda, perché il suo pensiero va proprio nella direzione opposta di una più profonda comprensione del legame che unisce, in nome della comune appartenenza alla Sostanza divina, tutti gli esseri viventi.

Naturalmente questi sono solo tre aspetti dell’opera in oggetto su cui mi preme porre l’accento, ma molti altri ne sarebbero emersi nella discussione che purtroppo non c’è stata e che potrà trasferirsi e continuare, almeno spero, su questo blog.

 

LA TEORIA DELL’ ETERNO RITORNO

A Sils-Maria Nietzsche ebbe l’intuizione del suo pensiero più abissale (cfr. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, a c. di S. Giametta, testo tedesco a fronte, Bompiani, Milano 2010, pp. 503-10): quello dell’eterno ritorno dell’uguale. E’ lui stesso a parlarne in Ecce homo, nel 1888, pochi mesi prima di abbracciare un cavallo a Torino: “E ora racconterò la storia dello Zarathustra. La concezione fondamentale dell’opera, il pensiero dell’eterno ritorno, la suprema formula dell’affermazione che possa essere mai raggiunta, è dell’agosto 1881; è annotato su di un foglio, in fondo al quale è scritto: ‘6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo’. Camminavo in quel giorno lungo il lago di Silvaplana attraverso i boschi; presso una possente roccia che si levava in figura di piramide, vicino a Surlei, mi arrestai. Ed ecco giunse a me quel pensiero” (F. NIETZSCHE, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Adelphi, Milano 2000, p. 94).

Questo pensiero fa da spartiacque tra l’uomo e il superuomo, l’altra grande teoria di N., in quanto che solo il superuomo o oltreuomo, come preferisce dire Gianni Vattimo, può abbracciare incondizionatamente la vita in una sorta di amor fati. Egli non espone la teoria dell’eterno ritorno in maniera organica e in un apposito saggio, ma la evoca poeticamente attraverso una visione onirica che vede protagonisti, nell’opera sua più famosa precedentemente citata, lo stesso Zarathustra, un nano e un giovane pastore. Il paesaggio è aspro e quasi ostile: “Un sentiero, che protervamente si inerpicava attraverso il pietrame, un sentiero cattivo, solitario, cui non si addiceva più né erba né cespuglio: un sentiero di montagna scricchiolava sotto la rabbia del mio piede” (F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, cit., p. 505). Il compagno di viaggio, il nano, rappresenta l’ultimo uomo ossia l’esatto contrario del superuomo, data la sua inferiorità fisica e grettezza mentale. Non fa che infastidire Z. con i suoi petulanti interventi, come quando dice in tono di scherno e scandendo le sillabe: “O Zarathustra, ti sei lanciato in alto, ma ogni pietra lanciata deve ricadere!” (id.).

Successivamente appare una porta carraia con due facce, in corrispondenza della quale s’incontrano due strade curvilinee, quella rivolta all’indietro che rappresenta il passato e quella in avanti che rappresenta il futuro: “Esse si contraddicono, queste strade; cozzano con la testa l’una contro l’altra: e qui, sotto questa porta, è il punto in cui si congiungono. Il nome della porta sta scritto sopra di essa: ‘attimo’. Ma chi si inoltrasse su una di esse – e andasse sempre più oltre, sempre più lontano: credi tu, nano, che queste strade si contraddirebbero in eterno?”. A questa precisa domanda di Z., il nano risponde in modo sprezzante: “Tutto ciò che è diritto mente…Ogni verità è curva, il tempo stesso è un circolo” (op. cit., pp. 508-9). Al che Z. replica adirandosi: “Spirito di gravità, non farti le cose troppo facili! O ti lascio accovacciato là dove sei accovacciato, sciancato – io che ti ho portato in alto!“.

Archiviata questa esperienza, Z. assiste a un evento veramente sconvolgente: “Vidi un giovane pastore che si contorceva convulsamente, come se stesse per soffocare, con la faccia stravolta, mentre dalla bocca gli pendeva un greve serpente nero” (op. cit., p.511). Di fronte a questa scena Z. reagisce senza esitazione, gridando: “Mordilo, mordilo! Staccagli la testa, mordilo!” e, alla fine, “il pastore diede un morso, come il mio grido gli ingiungeva di fare; e diede un buon morso! Sputò lontano la testa staccata del serpente: e balzò in piedi. Non più pastore, non più uomo – un essere trasformato, circonfuso di luce, che rideva!” (op. cit., p. 513). Il giovane pastore è il superuomo che, mordendo il serpente, debella una volta per tutte la concezione lineare del tempo, quella che Gianni Vattimo definisce “edipica” perchè in essa ogni nuovo istante (il figlio) sopprime quello precedente (il padre). Nella concezione dell’eterno ritorno, invece, ogni istante è eterno perché destinato a ripetersi un numero infinito di volte. Questa consapevolezza c’induce ad abbracciare tutti gl’istanti della nostra vita entusiasticamente, anche quelli che non vorremmo mai più rivivere, e ad approdare così alla “felicità del circolo”. In realtà, Nietzsche è stato più il profeta dell’infelicità che della felicità dell’uomo, non solo perché egli stesso fu colpito dalla più grande infelicità – soffriva infatti di depressione e vari disturbi nervosi che dapprima gli permisero di fare il baby pensionato e alla fine lo portarono al più completo crollo psichico – ma soprattutto perché, come ha messo bene in evidenza Heidegger nel suo monumentale libro su Nietzsche, ha portato alle estreme conseguenze il peccato di origine della metafisica occidentale: l’aver privilegiato la volontà, umana o divina che fosse, rispetto alla conoscenza della verità dell’Essere, insomma l’aver seppellito l’Essere sotto il macigno della Volontà di potenza, l’ultima decisiva teoria di Nietzsche, dopo quella dell’eterno ritorno e del superuomo.

Solo se riuscirà a debellare l’oblio dell’Essere, grazie a una rinnovata passione per l’Essere, l’uomo potrà dunque sperare di essere felice o almeno di condurre una vita degna di essere vissuta: è questa la conclusione alla quale io stesso sono pervenuto dopo aver letto sia Nietzsche sia Heidegger e vi garantisco che non è poco per chi, come me, crede fermamente che la filosofia non sia ancora morta, come quel dio, minore, di cui parlava Nietzsche.

LA FILOSOFIA IN SALSA NAPOLETANA

Dopo la filosofia in salsa modenese, quella in salsa fiorentina e quella in salsa salentina, non poteva mancare quella in salsa napoletana, forse la più saporita, perché Napoli è stata la culla del pensiero italiano e quindi europeo. Quando dico Napoli, intendo riferirmi a tutta quella parte della Magna Grecia che converge su Napoli e da Napoli si è poi irradiata in tutto il mondo. A questo proposito mi vengono subito in mente le seguenti parole di Benedetto Croce che napoletano fu di adozione, essendo nato a Pescasseroli ed essendosi lui stesso poi vantato di pensare in napoletano: “Mi è stato gentilmente mandato in dono – scriveva nel 1944 – quest’opuscolo (Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, edito dal Partito comunista italiano, Napoli, 1944), che io ho accolto col piacere con cui si accoglie una curiosità letteraria, considerando che è stato tradotto e stampato in Napoli, in una città dove si levano al sole le statue di Tommaso d’Aquino, di Giordano Bruno e di Vico, le quali dovrebbero indurre, se non altro, un minimo di soggezione a non accumulare e aggrovigliare con tanta franchezza spropositi spaventosi di logica filosofica: come si fa in queste pagine” (B. CROCE, Un saggio di filosofia comunistica, in La mia filosofia, Adelphi, Milano 1993, p.179). Al di là della profetica stroncatura di una concezione filosofica che oggi appare morta e sepolta (non era così nei roventi anni del secondo dopoguerra in Italia), intendo qui sottolineare l’orgogliosa rivendicazione del primato filosofico spettante a questa città, nella quale mi sono di recente recato anch’io per respirare l’aria non solo filosofica (vedi la foto della statua di Vico), ma anche quella archeologica  (vedi la foto scattata in mezzo agli scavi di Pompei) e quella mistico-religiosa (vedi la foto scattata all’interno del Santuario della Madonna del SS. Rosario, sempre a Pompei). Gli è che c’è sempre più bisogno di riscoprire i tesori spirituali della nostra Patria e di far conoscere alle nuove generazioni, che sciamano numerose verso località turistiche esotiche, il lascito prezioso delle passate generazioni.

KALENDOSOPHIO 2020 (copertina)

A cura del prof. Aldo Simone e

in collaborazione con la Classe V B del Liceo scientifico “Fermi” di Cecina

 

   La filosofia si potrebbe definire come un grande sforzo compiuto dal pensiero riflesso per conquistare la certezza critica delle verità che sono il patrimonio del senso comune e della coscienza ingenua: di quelle verità che ogni uomo si può dire senta naturalmente, e che costituiscono la struttura solida della mentalità di cui ognuno si serve per vivere. […] Perciò è stato detto con ragione che una mezza filosofia ci fa perdere la fede religiosa, ma una filosofia intera ce la restituisce”.

 

                                       GIOVANNI  GENTILE                    

LE FOTO DEL MIO VIAGGIO A MEßKIRCH E A TODTNAUBERG (GERMANIA)

La prima e la seconda foto, andando da sn verso dx, si riferiscono alla casa di Meßkirch, in cui è vissuto Martin Heidegger da piccolo.

La terza e la quarta al Museo di Meßkirch dedicato a Martin Heidegger.

La quinta alla baita (Hütte, in tedesco) di Martin Heidegger a Todtnauberg, nella Foresta Nera, dove sono in compagnia del nipote di Heidegger, Arnulf, figlio di Hermann nonché Amministratore del lascito ereditario del nonno.

La sesta si riferisce al famoso “Sentiero di campagna” (Der Feldweg, in tedesco), breve scritto di Martin Heidegger in cui egli sottolinea il suo rapporto con la città natale, Meßkirch appunto, tanto da giustificare la seguente didascalia: “Mit dem Werk ‘Der Feldweg’ hat er seiner Heimat ein philosophisches Denkmal gesetzt” (“Con la sua opera ‘Il sentiero di campagna’ [Martin Heidegger] ha trasformato la sua piccola patria [Meßkirch] in un monumento filosofico”).

DAL SOSPETTO AL RISPETTO DEI VALORI LIBERALI

Perché questo passaggio? Perché stiamo vivendo un momento politico di grande turbamento, un po’ come successe alla vigilia del nostro intervento nella Grande Guerra con lo scontro, anche violento, tra interventisti e neutralisti, e perché in filosofia imperversano in maniera incontrastata i cosiddetti “maestri del sospetto” (Marx, Freud, Nietzsche e compagnia bella), fautori di una crisi generalizata dell’Occidente.

Per quanto riguarda il primo punto, mi rimetto al giudizio degli elettori, in nome di quell’alto ideale di libertà, a proposito del quale Benedetto Croce, nel 1942 in pieno secondo conflitto mondiale, scrisse che “è possibile bensì negarlo, abbatterlo o illudersi di averlo abbattuto, e gridare come vero ideale il suo opposto e trionfare sul creduto morto; ma poiché quell’enunciato opposto è logicamente contraddittorio e moralmente inaccettabile, l’ideale della libertà rimane intatto, e, passata la bufera, si riveste di nuova freschezza e si riempie di giovanile vigore” (B. CROCE, La mia filosofia, Adelphi, Milano 1993, p. 29). Spero solo che la bufera passi presto e che le sorti della Nazione siano affidate quanto prima ad un governo con una maggioranza liberamente eletta, in grado di promuovere lo sviluppo economico, investendo massicciamente in opere pubbliche, grandi e piccole, e di realizzare quelle riforme che sono più urgenti. In particolare, quella della giustizia, per garantire la certezza della pena e la separazione delle carriere, quella della sanità, per uniformare la qualità del sevizio sanitario su tutto il territorio nazionale, quella della scuola, per restituire ai docenti il prestigio sociale ed economico che meritano. Infine, un governo capace di garantire unità, sicurezza e indipendenza, seguendo l’insegnamento e l’esempio della gloriosa Destra storica.

Per quanto riguarda l’aspetto filosofico della generale crisi di valori che stiamo vivendo, la mia posizione si attesta sulla esigenza di coniugare la razionalità moderna con le istanze religiose del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare, rifacendomi anche in questo campo alla lezione crociana, secondo la quale “razionali dobbiamo mantenerci e vivere perché cristiani, e profondamente cristiani perché razionali” (Op. cit., p. 78). Questa perentoria affermazione è la logica conseguenza di un celeberrimo saggio crociano intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani del 1942, messo all’Indice nel 2007 non dalla Chiesa ma da un povero untorello di nome Piergiorgio Odifreddi, pubblicando un libro dal titolo: Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici).

Che cosa dice Croce in questo saggio? Dice che “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta” e questo perché “la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale”, non fu cioè una trasformazione di facciata oppure solo economica o solo politica, come tutte le altre rivoluzioni che vennero dopo, ma incise profondamente sullo spirito stesso dell’umanità e sulla sua concezione di sé, del mondo e di Dio. E aggiunge: “Così la chiesa cristiana cattolica foggiò i suoi dommi…e benefica fu l’azione sua, vincendo il politeismo del paganesimo…e provvedendo a ricostruire su nuove spirituali fondazioni il cadente e caduto impero di Roma…e non solo animò alla difesa contro l’Islam, minaccioso alla civiltà europea, ma tenne le parti della esigenza morale e religiosa che sovrasta a quella unilateralmente politica” (Op. cit., p. 45). Croce non nasconde le perversioni a cui questa stessa Chiesa andò incontro attraverso i secoli della sua lunga storia e scrive: “Quando, più tardi, tra per la corruttela dei suoi papi, del suo clero e dei suoi frati…e, infine, per il nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta con prudenza” (Op. cit., p. 46). Pertanto, conclude Croce, padre nobile di tutti gli “atei devoti” che sono venuti dopo, “il Dio cristiano è anche il nostro” (Op. cit., p. 52), a condizione che si passi dalla “logica astratta e intellettualistica” (Op. cit., p. 53) a quella ben più concreta che va sotto il nome di logica dialettica e che deve la sua nascita al più grande filosofo, secondo me, dell’età moderna: Georg Wilhelm Friedrich Hegel. A lui, non a caso, lo studioso americano Terry Pinkard ha dedicato, nel 2000, una monumentale biografia intitolata Hegel. A Biography  e tradotta in italiano da Stefano Di Bella per i tipi della Casa editrice Ulrico Hoepli (Milano 2018).

Qual è, allora, la strada da seguire in futuro? E’ quella di una riconquista dei grandi valori dell’umanità: il vero, il buono, il bello e l’utile. Come? Attraverso la severa disamina di quanto di vero, di buono, di bello e di utile ha prodotto l’umanità nel passato, al fine di continuare a cercare con onestà intellettuale il vero, compiere con generosità il bene, creare con indefessa passione artistica il bello e intraprendere sempre nuove attività economiche, cercando di conciliare, nei limiti consentiti da una sana economia di mercato, l’interesse privato con quello pubblico.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe sollevare obiezioni a non finire, citando i soliti “maestri del sospetto”. Rispondo anticipatamente consigliandogli d’incominciare a sospettare anche di essi (chi di spada…), alla luce dei danni che hanno prodotto e che hanno nomi ben precisi: comunismo, per quanto riguarda Marx, pansessismo, per quanto riguarda Freud, nichilismo, per quanto riguarda Nietzsche. Perciò mi riprometto di confutarli in nome del Vangelo e della ragione storicamente inverata, come voleva Vico col suo “verum et factum convertuntur”, e dialetticamente strutturata, come seppe fare il più attento interprete di Vico: Benedetto Croce.

Aldo Simone

ALLA RICERCA DELL’ ULTIMO DIO

Tra le letture filosofiche che mi sento quasi in obbligo di consigliare, sia agli “addetti” sia ai “non addetti ai lavori”, ce n’è una tutta particolare, perché inedita fino a qualche anno fa e perché di grande spessore non solo speculativo ma anche emotivo, per la stretta relazione con la vita del suo autore. Si tratta di uno scritto di Martin Heidegger intitolato L’ultimo Dio, che fa parte di un’opera postuma a sua volta intitolata Contributi alla filosofia (dall’evento), pubblicata dall’Adelphi nel 2007, a cura del compianto Franco Volpi. Questi, nell’Avvertenza all’edizione italiana, mentre da un lato sottolinea l’ “aura esoterica” che avvolge tutta l’opera, dall’altro sostiene che si tratta del “tentativo più organico e coerente – dopo il ‘fallimento di Essere e tempo e dopo l’intermezzo politico del 1933 – di riprendere la problematica che avrebbe dovuto essere trattata nella parte inedita del capolavoro del 1927″ (p. 19). Infatti, in essa Heidegger porta a compimento quella “svolta” del suo pensiero, più volte annunciata, che consiste nel passare dall’ “analitica esistenziale”, cioè – semplificando – dall’analisi della condizione esistenziale dell’uomo, alla esplorazione della verità dell’Essere. All’interno di questa voluminosa opera si colloca lo scritto di cui sopra, occupando in tutto poche pagine, da 397 a 408, che sono però densissime. Esse precedono l’ultimo capitolo, quello dedicato all’Essere, e rappresentano, a mio modesto avviso, non solo la chiave interpretativa di tutta l’opera, ma di tutto il pensiero heideggeriano.

Pertanto, mi soffermerò su queste poche pagine proprio con l’intento di portare alla luce questa chiave, quasi fosse l’anello dei Nibelunghi sepolto nel letto del fiume Reno. Innanzi tutto, Heidegger si sofferma sul termine “ultimo”, dandone la seguente definizione: “E’ ciò che non solo ha bisogno ma è esso stesso la più lunga pre-correnza, non il cessare, bensì l’inizio più profondo, che slanciandosi più avanti, più di ogni altro fatica a riprendere se stesso”. Dopo di che si chiede: “Se già capiamo così poco la morte in ciò che ha di estremo, come possiamo pretendere di essere maturi per il raro cenno dell’ultimo Dio?”

Ecco i due punti focali: l’essere ultimo inteso come l’inizio e non la fine di qualcosa e l’esortazione a prepararsi all’avvento di un evento straordinario, da cui il sottotitolo tra parentesi di tutta l’opera: dell’evento.

Sembrano due punti apparentemente inconciliabili con la visione cristiana della vita, perché per un cristiano l’Evento per antonomasia è già accaduto, con la venuta di Cristo sulla terra, e perché preceduti da una affermazione dello stesso Heidegger che non lascia spazio all’apologetica: “Quello – scrive sotto il titolo del capitolo sull’ultimo Dio – del tutto diverso rispetto agli dei già stati, specie rispetto al Dio cristiano”.

Eppure, lo spazio qui c’è, a condizione di saperlo intendere in maniera inusitata e vedere anche al di là delle stesse intenzioni di Heidegger che scrive queste cose, non dimentichiamolo mai, tra il 1936 e il 1938, quindi molti anni prima della sua morte, avvenuta nel 1976. Dove è possibile dunque rinvenire questo spazio? “Nello spazio abissale dell’Essere stesso”, in cui “l’ultimo Dio non è una fine, bensì il conchiudersi in sé dell’inizio”. Questa coincidenza della fine con l’inizio e dell’inizio con la fine fa venire in mente l’Apocalisse di Giovanni, quei “nuovi cieli” e quella “nuova terra” in cui sfocia, dovrebbe sfociare, tutta la storia dell’umanità. Inoltre, Heidegger parla del “dominio del cenno” come della “più incantevole attrazione” e della “più temibile estasi”, il che fa pensare all’estasi di Santa Teresa d’Avila, magnificamente rappresentata nel marmo dal Bernini.

Si può quindi attribuire alle parole di Heidegger il valore di veri e propri “preambula fidei”?

No, di certo, perché Heidegger ha inferto un colpo mortale alla tradizionale interpretazione della filosofia come “ancilla theologiae” e della metafisica come onto-teo-logia, introducendo e mettendo al centro di tutta la sua interpretazione della verità dell’Essere il concetto di “differenza ontologica” tra l’Essere e gli enti, di cui L’Essere rappresenta addirittura la nientificazione. Gli è che Heidegger instaura un modo completamente nuovo di porre il rapporto tra la religione e la filosofia, caratterizzato dalla riconosciuta indipendenza dell’una dall’altra, che non esclude però una serie di rimandi suggestivi come quelli a cui accennavo sopra. Rimandi che sono fondati nel binomio “Denken und Danken” (=pensare e ringraziare ovvero anche pensare è ringraziare), ricorrente in tante altre opere del Nostro.

Secondo Heidegger, siccome “il tempo dei sistemi è trascorso” non ci resta che quello della “preparazione di un lungo presagio dell’ultimo Dio. E i venturi dell’ultimo Dio sono preparati solo e soltanto tramite coloro che trovano, misurano e costruiscono la via del ritorno dall’abbandono dell’essere che hanno esperito. Senza il sacrificio di questi ritornanti non si perviene nemmeno agli albori della possibilità del far cenno dell’ultimo Dio. Questi ritornanti sono i veri pre-cursori dei venturi” (p. 402). Ebbene, se dei “venturi” non c’è ancora traccia, dei “ritornanti” si può già individuarne qualcuno, per esempio il nipote di Martin, Heinrich Heidegger (figlio del fratello Fritz), il quale fu ordinato sacerdote nel 1954 e raccolse preziose testimonianze, filosofiche e teologiche, dello zio durante l’ultima fase della sua vita. Per questo motivo Pierfranceco Stagi lo ha intervistato e ci ha permesso così di venire a conoscenza del fatto che l’illustre personaggio chiese al nipote, prima di morire, una sepoltura con rito cattolico ed espresse addirittura il desiderio che fosse celebrata “la messa per le anime sante del Purgatorio” (in H. HEIDEGGER, Martin Heidegger. Mio zio, Morcelliana, Brescia 2011, p.104). Nessun altro grande filosofo dell’età moderna e contemporanea, da Hegel a Gentile, osò mai tanto!

Aldo Simone

NIENTE DI PERSONALE

Ieri ho ricevuto sul mio cellulare il lungo messaggio della madre di una mia allieva che ha superato brillantemente gli esami di Stato che si sono appena conclusi. In esso, ella afferma che “nessuno tranne lei [cioè sua figlia] avrebbe potuto aspirare ad un…” voto così alto (ometto volutamente il voto esatto a tutela dell’anonimato) e conclude scrivendo le testuali parole: “Mi dispiace che lei, al contrario di molti professori, non abbia saputo cogliere e valorizzare una persona come mia figlia, che per fortuna non è una fra tanti”.

Prendo spunto da questo increscioso incidente per chiarire alcune questioni di carattere generale e non personale.

Innanzitutto la modestia: quella non deve mancare mai!

In secondo luogo, bisogna tener conto del fatto che le mie discipline, Storia e Filosofia, hanno una specifica peculiarità: quella di essere suscettibili d’interpretazione e perciò possono provocare dibattiti in cui ciascuno ha il sacrosanto diritto d’intervenire liberamente. Diritto che, fino a prova contraria, non ho mai conculcato. Perché mai allora dovrei essere proprio io a non usufruirne? Capisco il ruolo che ricopro, ma credo che ogni liceale sia in grado, specialmente all’ultimo anno, di confrontarsi dialetticamente con gli altri e con il proprio insegnante, a meno che quest’ultimo non sia così intollerante da impedirglielo, e non è il mio caso (salvo sempre prova contraria).

Se poi il problema nasce da una presunta ingiustizia nella valutazione, ricordo che la valutazione è una prerogativa della funzione docente, soggetta naturalmente al controllo del Consiglio di Classe e del Dirigente Scolastico. Tuttavia, può succedere che ci sia qualche discrepanza, minima nel caso di cui sopra, tra la mia valutazione e quella dei colleghi della commissione d’esame: non bisogna farne un dramma, anche perché, e non mi stanco mai di ripeterlo, non scholae sed vitae discimus.

E questo è quanto ci tenevo a dire onde poter continuare a camminare serenamente con i miei studenti e i rispettivi genitori.

Prof. Aldo Simone

KALENDOSOPHIO 2020

Il Kalendosophio 2020 è, come quello precedente, proteso sia verso la divulgazione del sapere filosofico sia verso la scansione del tempo mediante il succedersi di alcune personalità filosofiche di spicco, a ognuna delle quali corrisponderà un mese e quindi un periodo della nostra vita che può essere vissuto così in loro compagnia.

Gli è che “Il tempo – come ha scritto Heidegger in Essere e tempo – deve esser posto in chiaro e determinato concettualmente in modo genuino come l’orizzonte di ogni comprensione e di ogni interpretazione dell’essere”, cioè della verità. La scelta dell’icona, dopo La Scuola di Atene di Raffaello, è caduta sul Pensatore di Rodin, che esprime realisticamente lo sforzo di chi affida al pensiero il proprio destino.

Anche quest’anno, inoltre, ci sarà una sostanziale ricaduta didattica, perché la futura Classe V B del Liceo Scientifico di Cecina è chiamata a collaborare attivamente alla realizzazione e alla fruizione di quest’opera sin d’ora: ALLERTA  RAGAZZI,  MANDATE I VOSTRI COMMENTI MAN MANO CHE USCIRANNO I VARI… MEDAGLIONI !

Prof. Aldo Simone

KALENDOSOPHIO 2020

GENNAIO 2020

ARTHUR  SCHOPENHAUER

“Morboso e introverso”, è così che lo definisce Cesare Vasoli nell’Introduzione alla sua opera principale: Il mondo come volontà e rappresentazione (1819). In essa la dura polemica contro Hegel si stempera in un’analisi dettagliata della condizione umana. Quest’ultima può migliorare soltanto scoprendo innanzi tutto la causa più profonda della realtà, l’intima forza primigenia a cui tutto fa capo e da cui tutto dipende, per poi adottare le opportune contromisure e mettersi così in salvo.

Ebbene, Schopenhauer presume di aver fatto questa scoperta identificando tale forza con il Wille zum leben o Volontà di vivere, che tutto involve e affatica al solo scopo di perpetuare se stessa. L’uomo può sottrarsi ad essa, in primis, rifugiandosi nell’arte, in particolare nella musica, definita “metafisica in suoni” perché capace di proiettarci verso il mondo delle idee e liberarci dal dominio delle cose su noi e dal desiderio delle cose, in noi.

Poi c’è la morale che può in qualche modo metterci al riparo dal Wille, grazie al rispetto per la giustizia, in grado di frenare il nostro egoismo, e al senso di pietà verso il prossimo, riconosciuto come tale e quindi accomunato alla nostra stessa sorte. Al polo opposto c’è invece la formica gigante dell’Australia, che, se divisa in due parti, si autodistrugge tramite la lotta mortale tra la testa e la coda. Gli uomini privi di empatia assomigliano proprio a questo strano animale, sia quando si comportano da carnefici sia quando rivestono il ruolo delle vittime.

Infine, solo l’ascesi è in grado di liberarci veramente dal Wille e quindi dal dolore, perché si propone di estirpare alle radici il desiderio, praticando la castità, l’umiltà, il digiuno, il sacrificio e l’automacerazione. Un programma, questo, poco realistico, che ha trovato tuttavia concreta applicazione nei mistici del Cristianesimo e nei seguaci delle religioni orientali.

Schopenhauer è stato inserito dal filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005) tra i “maestri del sospetto”, in compagnia di Marx, Nietzsche e Freud, ed è quindi una figura altamente rappresentativa di quella visione disincantata della realtà che imperversa nel mondo di oggi e che ha provocato non pochi danni, se si pensa al comunismo, al nichilismo e al pansessismo. Non è forse questo un motivo sufficiente per incominciare a “sospettare” degli stessi maestri del sospetto?

UN FILOSOFO “VERACE”: AUGUSTO VERA

TERESA CRICELLI, col suo libro Augusto Vera e la filosofia hegeliana, uscito nel 2016, mi ha indotto a pensare che la dialettica hegeliana non abbia bisogno di essere capovolta e messa con i piedi per terra, come voleva Marx, e neanche di essere riformata, come volevano Croce e Gentile; piuttosto ha bisogno di essere interpretata alla luce della verità che essa stessa contiene, come riesce a fare, appunto, Augusto Vera. Si tratta di un approccio a Hegel originale e attuale, se si pensa  alle più recenti conquiste dell’ermeneutica, cioè della filosofia che pone al centro del suo stesso modo di essere il problema della interpretazione, non solo dei testi tramandatici dalla tradizione, ma della stessa realtà.

Augusto Vera, nato ad Amelia il 4 maggio 1813 e morto a San Giorgio a Cremano il 13 luglio 1813, è stato senz’altro un epigono di Hegel, ma un epigono di rango superiore, al quale spetta il merito di averlo lumeggiato con grande acribia, in Italia e all’estero, senza pretendere di fargli dire ciò che non aveva detto e voluto dire.

Spaventa e Gentile hanno cercato invece  di “inverare” Hegel sotto la spinta di una irresistibile smania riformatrice e pertanto hanno visto in Augusto Vera un ripetitore senza genio del grande filosofo di Stoccarda, oscurandone così, ingiustamente, la memoria.

Nel lontano 1913, a Palermo, Gentile pubblicava infatti un libro intitolato La riforma della dialettica hegeliana, con in appendice un frammento inedito di Bertrando Spaventa, nel quale quest’ultimo, pur essendo un hegeliano di ferro (per Hegel aveva gettato la tonaca alle ortiche) si lamentava della dialettica hegeliana e di come essa mancasse il segno di un’autentica visione “mentalistica” ossia idealistica, ma di un idealismo assoluto, perché “l’essere – scrive – è essenzialmente attualità mentale” (B. SPAVENTA, in G. GENTILE, La riforma della dialettica hegeliana, Sansoni, Firenze 1975, p. 55). Gli faceva eco Gentile che, in maniera un po’ irriverente nei confronti dello stesso Spaventa, si chiedeva: “Ebbe lo Spaventa consapevolezza della portata di questa sua scoperta? L’oscurità stessa della sua esposizione fa pensare di no” (Op. cit., p. 39). A lui dunque, a Gentile, il compito di chiarire la faccenda una volta per tutte: la dialettica hegeliana è una dialettica pensata, quella spaventiana e gentiliana ha da essere, finalmente, pensante, quindi attuale e processuale, viva insomma e, come tale, capace di generare la nuova grande filosofia del XX secolo: l’attualismo. Quell’attualismo che condusse Gentile a diventare dapprima il maître à penser dell’Italia fascista e poi la sua più illustre vittima sacrificale.

Di Vera non si accorse più nessuno, tranne un oscuro professore dell’Università di Palermo, un certo Armando Plebe, divenuto famoso più per i suoi trascorsi politici che per le sue pubblicazioni scientifiche, perché fu prima marxista, poi nel Movimento Sociale con Almirante e infine in Democrazia Nazionale contro Almirante. Prima di morire cercò anche, ma invano, di entrare nel Partito radicale, perché nel frattempo aveva scoperto di essere omosessuale. Proprio a lui si deve, tuttavia, la prima riscoperta di Augusto Vera. Non a caso la Cricelli scrive nel suo libro che “Plebe riserva a Vera un posto di primo piano nel quadro dell’hegelismo italiano” (T. CRICELLI, Augusto Vera e la filosofia hegeliana, ilTestoEditor, Marina di Davoli 2016, p.308). D’altronde, quando si parla di hegeliani, la politica ci mette sempre lo zampino, a partire dal loro impegno nel Risorgimento e nella vita politica del nuovo Regno d’Italia con la mitica Destra storica, che io stesso rimpiango, fino alla nomina a senatore del Nostro nella XIII legislatura, nonché ai ben più noti ruoli politici, su opposti schieramenti, di Croce e Gentile. Questo perché Hegel esalta lo Stato, cosiddetto “etico”, al di sopra di qualunque altra formazione sociale e politica e lo considera il principale fattore di sviluppo dell’umanità e la più concreta porta di accesso alla libertà.

Ma la vera e più profonda caratteristica dell’interpretazione che Vera dà di Hegel consiste nella costante ricerca, alla luce della stessa filosofia hegeliana, di un più proficuo e sostanziale rapporto di reciproca collaborazione tra pensiero e religione, tra filosofia e teologia e tra Stato e Chiesa. Mentre l’attualismo gentiliano cala il sopramondo hegeliano (arte, religione, filosofia) nel fluire della storia, immanentizzandolo,  Vera cerca in tutti i modi di restituire al sopramondo hegeliano quella trascendenza che gli compete in quanto superiore punto di riferimento di ogni svolgimento storico che non voglia degenerare nel totalitarismo di qualunque specie: poltico, economico e tecnocratico.

Gli è che, come ha scritto giustamente Luigi Pareyson, “ciò che religiosamente è un possesso può filosoficamente essere una ricerca” (L. PAREYSON, Verità e interpretazione, Mursia, Milano 1971, p. 197), una ricerca capace di trarre spunto anche da un sistema ben definito come quello hegeliano, a condizione che la sua interpretazione non entri in conflitto con la verità di cui è espressione.

Aldo Simone

 

La Classe IV B Scientifico merita una particolare segnalazione da parte mia, perché ha contribuito in maniera determinante alla realizzazione del “KALENDOSOPHIO” (a seguire i libri per le vacanze di III B e III C)

Questa attenzione particolare si traduce in concreto nella pubblicazione sul mio blog di due foto molto eloquenti, per quanto riguarda l’alto livello di partecipazione alla vita scolastica, e del seguente elenco di libri da leggere durante le vacanze estive in preparazione del Kalendosophio 2020:

Maria Giulia: “Diario di un seduttore” di KIERKEGAARD

Federico: “Il manifesto del Partito Comunista” di MARX

B. Andrea: “Il mondo come volontà e rappresentazione” di SCHOPENHAUER

Giulia: “Oltre la linea” di JUNGER e HEIDEGGER

Nicola: “Lettera sull’umanismo” di HEIDEGGER

Marica: “Il nichilismo europeo” di HEIDEGGER

Gaia: “Identità e differenza” di HEIDEGGER

Daria: “Così parlò Zarathustra” di NIETZSCHE

Castelli: “Introduzione alla filosofia. Pensare e poetare” di HEIDEGGER

Luca: “Heidegger e San Paolo” a c. di MOLINARO

Elia: “Martin Heidegger mio zio” di HEINRICH HEIDEGGER

Letizia: “Esserci e musica” di NICOLACI

Ilie: “L’arte di conoscere se stessi” di SCHOPENHAUER

El Kacemi: “I Fratelli Karamazov” di DOSTOIEVSKI

Francesco: “Pensiero vivente” di ESPOSITO

Claudia: “La lanterna del filosofo” di CERONETTI

Virginia: “Cosa si fa quando si fa filosofia?” di FABBRICHESI

Sara: “Heidegger e il suo tempo” di SAFRANSKI

Paola: “Hannah Arendt e Martin Heidegger” di ETTINGERM

Marta: “La strada di Swann”, 1° Vol. della “Ricerca del tempo perduto” di PROUST

Sofia: “L’evoluzione creatrice” di BERGSON

Kim: “Licenza per un genocidio” di COHN

Tommaso: “L’interpretazione dei sogni” di FREUD

Agnese: “Il razzismo in Europa” di MOSSE

Murtas: “La responsabilità del pensare” di GADAMER

Alessia: “Verità e metodo” di GADAMER

Tiziano: “Il conflitto delle interpretazioni” di RICOEUR

All’inizio del prossimo Anno scolastico ciascuno di voi dovrà conferire sul libro che gli ho assegnato e il primo voto glielo darò proprio sul modo in cui dimostrerà di aver ben profittato delle suddette letture. Per quanto riguarda il reperimento dei libri sopra indicati, non ci dovrebbero essere problemi sia in biblioteca sia in libreria. Per ogni eventuale supporto, lasciate ivi un commento o chiamate al solito numero: 330-385835.

Buone vacanze!

Seguono libri per le vacanze di III B

E libri per le vacanze di III C

LE RADICI STORICHE E FILOSOFICHE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

Jacques Maritain (1882-1973), French philosopher born in Paris (France). Ca. 1940. (Photo by adoc-photos/Corbis via Getty Images)

LE RADICI STORICHE E FILOSOFICHE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

A proposito delle radici storiche e filosofiche della Costituzione italiana, argomento da affiancare a quello della memoria delle grandi tragedie storiche del Novecento all’interno del Modulo di Cittadinanza e Costituzione, ritengo opportuno sottolineare, innanzi tutto, le tre principali fonti d’ispirazione dei nostri Padri costituenti.

La prima è quella marxista o social-comunista, rinvenibile già nel primo articolo dove si dice che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ebbene, la centralità del lavoro ha sicuramente a che fare con la scoperta da parte di Marx dell’origine del plus-valore che è, appunto, il plus-lavoro, cioè quella parte del lavoro il cui valore prodotto va non al lavoratore ma al padrone dei mezzi di produzione della ricchezza come la macchina e la terra. Tuttavia, non bisogna pensare che questa centralità del lavoro sia appannaggio esclusivo della cultura marxista o social-comunista. Altre correnti di pensiero hanno contribuito alla valorizzazione del lavoro, non ultima quella cattolica che ha il suo principale punto di riferimento nell’enciclica di Leone XIII intitolata Rerum novarum (1891), con la quale la Chiesa Cattolica prese ufficialmente posizione sulla questione sociale, impostasi prepotentemente all’attenzione nella seconda metà dell’Ottocento grazie alle lotte dei lavoratori e delle loro associazioni sindacali e politiche. Anche un filosofo come Giovanni Gentile, dichiaratamente fascista, dedicò, nel suo libro uscito postumo nel 1946 e intitolato Genesi e struttura della società, un paragrafo al tema dell’ “umanesimo del lavoro”, in cui sosteneva che “l’uomo reale, che conta, è l’uomo che lavora” (Op. cit., Sansoni, Firenze 1975, p.112). Non a caso, la formulazione del primo articolo della Costituzione fu dovuta ad un economista, eletto nelle fila della Democrazia Cristiana, che era stato negli Anni Trenta un convinto sostenitore della dottrina sociale della Chiesa e dell’idea corporativa di stampo fascista, che si riprometteva di attuare una terza via tra liberismo capitalista e collettivismo comunista. Il suo nome era: Amintore Fanfani.

L’influenza marxista, che in Italia ha trovato la sua più alta espressione in Antonio Gramsci, è però soprattutto evidente nel terzo articolo, quello sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, là dove (secondo comma) stabilisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Viene qui affrontata la delicata questione della differenza tra uguaglianza formale, tipico cavallo di battaglia della cultura politica liberale, e uguaglianza “sostanziale”, precipuo obiettivo delle moderne democrazie popolari. La nostra Costituzione accetta entrambe, al fine di garantire l’uguaglianza non solo a parole ma anche nei fatti.

L’influenza del pensiero cattolico è rintracciabile, soprattutto, nella centralità, che già emerge nell’Art. 3 di cui sopra, della persona umana. Infatti, una delle correnti filosofiche più importanti del Novecento è sicuramente quel personalismo di Mounier e Maritain che distingue l’individuo dalla persona, considerando il primo una semplice pedina dell’ingranaggio statale e la seconda un universo pensante ricco di progettualità e intenzionalità, e che antepone il singolo a qualunque astratto universalismo spiritualistico o materialistico. Naturalmente la Costituzione non manca di richiamare il “singolo” ai suoi “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2).

L’influenza del pensiero liberale, soprattutto di Benedetto Croce, esponente di spicco della cultura antifascista, è rinvenibile in molte parti della nostra Costituzione, ovunque cioè si parli di libertà, dal momento che questi si è sempre battuto in difesa della “religione della libertà”. Basti pensare all’Art. 13 che esordisce così: “La libertà personale è inviolabile” e all’Art. 33 in virtù del quale “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.  Inoltre, il pensiero liberale si riflette anche sulla fondamentale scelta, fatta dalla Costituzione, di un’economia di mercato, in cui il lavoro e sì più importante del profitto, ma non può essere imposto o garantito forzosamente sia ai dipendenti sia ai datori di lavoro. A tal proposito conviene citare l’Art. 41 nel quale si afferma che “l’iniziativa economica privata è libera” e l’Art. 42 nel quale sta scritto (secondo comma): “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina…i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. Quindi la proprietà privata è sacrosanta, ma non più di quanto lo sia la pubblica utilità di essa. Tra gli esponenti della scuola di pensiero liberale va sicuramente annoverato anche il primo Presidente della Repubblica italiana regolarmente eletto secondo i dettami costituzionali: Luigi Einaudi, tipico esponente del liberismo economico che ben si combina, pur distinguendosene, con il liberalismo politico di Benedetto Croce.

Queste tre anime della Costituzione italiana, a cui ho fin qui accennato (senza alcuna pretesa di esaustività), non sono giustapposte ma organicamente fuse in un unico blocco se non proprio di cemento armato diciamo semplicemente di marmo. Infatti la nostra Costituzione, pur essendo classificabile come una costituzione rigida che ben si distingue sotto questo profilo dallo Statuto albertino, ammette la revisione costituzionale, ma a condizioni molto severe, per evitare facili stravolgimenti (cfr. Artt. 138 e 139).

La più bella sintesi di quanto mi sono sforzato di dire fin qui è nelle seguenti parole del giurista Piero Calamandrei:

«Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione»
(26 gennaio 1955[15])

 

Questa citazione m’induce subito a parlare delle radici storiche della nostra Costituzione. Esse affondano nel Risorgimento, infatti la Repubblica italiana è, per definizione, “una e indivisibile” (Art. 5), e nella lotta antifascista cioè nella Resistenza, come dimostra in maniera incontrovertibile la XII Disposizione transitoria e finale che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”. Naturalmente, per quanto riguarda la conoscenza specifica degli avvenimenti storici connessi alla nascita della nostra Costituzione, rimando al Programma di Storia della Classe V. Tuttavia, sulla Resistenza in particolare, mi preme citare un libro, tra i tanti, particolarmente illuminante ed educativo, quello di Alberto Cavaglion dal significativo titolo: La resistenza spiegata a mia figlia (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2005). Si tratta di un’analisi storica disincantata ma  obiettiva, che evita di cadere sia nella vuota retorica post-resistenziale sia nella pura e semplice dissacrazione di un fenomeno storico che ha avuto le sue luci e le sue ombre.

Aldo Simone